Per un pelo era finito all’ospedale e non al camposanto.
Cosa gli fosse passato per la testa ad Alvaro nei giorni precedenti all’incidente, per molti rimaneva un mistero. Il giornale locale sguinzagliò un paio di giornalisti di nera per far luce su quell’incidente bizzarro.
Alvaro si era lanciato a tutto gas giù dal tetto del fienile in groppa al suo scalcagnato rottame monocilindrico, volando dritto dentro la vasca del mangime per i maiali. Un gran brutto salto e se l’era cavata con qualche costola incrinata soltanto. Anselmo, suo fratello giovane di pochi anni, sembrava poco meravigliato dell’accaduto. A bravate del genere, anche se di minor gravità, c’era abituato. Sapeva quali ossessioni tormentassero la mente del fratello. Dalla chiusura dell’orchestra in poi non era piu’ stato lo stesso. Gli sarebbe bastato poco, che qualcuno l’avesse ricordato ogni tanto.
“Mio fratello e la sua smania di protagonismo! Questa volta ha raggiunto un livello di idiozia inarrivabile!” Sentenziava severo Anselmo, strappando via dal naso con un gesto fulmineo un pelo grosso come un chiodo. Lo diceva ai due giornalisti morbosi, avidi di particolari raccapriccianti. Se non ce ne fossero stati ce li avrebbero aggiunti loro a piacere.
“Sangue ce n’era tanto immagino…”Chiese uno dei due inviati premendo un microfono sotto al mento di Anselmo come per fargli la barba con un rasoio elettrico. “No, niente sangue. Ma adesso vi racconto per bene come è andata prima che cominciate a scrivere le solite sciocchezze.”
Cominciò a raccontarla per bene, in fondo un po’ era anche colpa sua. Sapeva di quel progetto scellerato. Avrebbe dovuto filmare il fratello in quel volo disastroso con la sua vecchia cinepresa Bolex a passo 8, stampare il film e spedirlo alla redazione di “Robe da non credervi”, il programma di sciagure vere in onda tutti i venerdì sera alle otto in punto su Tele Budrio 92. Si diceva pagassero bene per l’esclusiva di quei filmati disastrosi. Se qualcuno fosse rimasto immortalato da una telecamera nell’impresa di lasciarci le penne , avrebbe fatto Bingo. Sarebbe diventato ricchissimo.
Alvaro era un fan sfegatato di “ Robe da non credervi”. Non so dalle vostri parti, ma da noi quella rubrica televisiva ha un successo strepitoso. E’ grazie a quella trasmissione che uno sconosciuto Mario Cionzi oggi è il signor Mario Cionzi e conduce un talk show tutto suo. Chi non si ricorda del caso Mario Cionzi?
Alle otto precise le piazze dei paesi raggiunti da Tele Budrio 92 si svuotano, nei bar cala un silenzio religioso e barlumi azzurri prendono a balbettare dalle finestre tutt’attorno. “Robe da non credervi” is on!
L’ultima orchestra. Parte 2
05.27
L’ultima orchestra. parte 1
05.27
Alvaro Sancisi era della classe del ’24. Da almeno sessant’anni non era più un ragazzino. Detto così sembra logica applicata, basta fare due conti, ma la natura del personaggio in questione non concede troppo allo scontato. L’Alvaro possiede la capacità di farci sentire inadeguati al giudizio, la sua è un’andatura a random, imprevedibile e coraggiosa. Se si fosse svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi con un irrefrenabile voglia di lanciarsi da un albero con un paracadute, lo avrebbe fatto, guai a chi si fosse intromesso tra lui e il sogno. Ne aveva viste e passate tante l’Alvaro. Una pellaccia dura e spessa come il cuoio, robusta abbastanza da poterci confezionare un paio di stivaloni da cow boy. Anzi CAVBOIS, come li chiamava lui. Quante ne aveva passate. Ci si poteva scrivere un film, uno di quei colossal epici in stile “dieci comandamenti”, se solo si fosse trovato un attore con carisma sufficiente ad impersonare Alvaro e un regista dotato di grande immaginazione. E comunque non ci avrebbe mai creduto nessuno. Altroche’ effetti speciali, apertura del Mar Rosso, Scontro di Titani o Elliott il drago invisibile…Alvaro era una spanna sopra.
La vita qualche sorpresa gliel’aveva ancora tenuta da parte. Il gran finale era ancora da decidersi. E conoscendo Alvaro, qualche razzo da sparare doveva ancora avercelo nascosto da qualche parte. La vita pazientemente aveva atteso le ultime pagine del capitolo conclusivo di quell’esistenza per convincerlo a buttare sul tavolo da gioco le ultime carte, senza rimpianti, col rischio che fa del gioco una malattia irrinunciabile.
Alvaro non credeva ai fantasmi.
Non credeva ai fantasmi, non credeva agli U.F.O., non credeva alle creme sciogli pancia a base di alghe cinesi e soprattutto non credeva ai cinesi. Sebbene la prova lampante della loro esistenza fosse dimostrata dal ristorante pechinese appena aperto in piazza. Forse avrebbe preferito trovarsi davanti un cinese piuttosto che un fantasma. Difficile spaventarsi per qualcosa in cui non si crede. Il fatto di doverci credere improvvisamente però,lo aveva spaventato doppiamente.
Un fantasma.
A distanza di qualche giorno, ancora faticava a prendere sonno. Una paura tremenda gli aveva lasciato un autografo nei mutandoni di lana. Una roba sconcertante.
Era successo giovedì notte, una notte quasi senza luna. Era immobile nel suo lettino di ferro nel reparto contusi dell’ospedaletto di Pontenuovo, in seguito alla brutta caduta dal suo ciclomotore Motobecane. Improvvisamente era stato svegliato da un bagliore di luce intensa che per intensita’ e calore quasi gli aveva scottato la faccia.
Un altro Maggio.
05.26
C’e’ Nina Simone nello stereo della macchina. Il mangiacassette funziona, mica come nell’altra macchina. In compenso la radio non funziona. Anzi funziona a tratti e l’unica stazione riconoscibile e’ Radio Maria. Cosi’ lascio la Simone e il suo vibrato struggente supplicare per “some sugar in my bowl”. E’ molto caldo, un caldo che confonde. Sebbene conosca questo trucco capace di sciogliermi l’anima, mi lascio guidare nel burrone degli istinti facili senza porvi troppa ragione. E’ stato un inverno freddo, di quelli che solo l’idea che ce ne sara’ un altro e un altro ancora, spaventa e ci lascia soli come bimbi smarriti dalla mamma al mercato. C’era sempre qualcuno che ti raccattava e ti chiedeva: “Dov’e’ la tua mamma, com’e’ vestita? Come si chiama?” Mai avresti pensato di amare la mamma cosi’ come in quel momento di enorme paura. Poi seguiva la gioia di venir preso a schiaffi da quella giovane signora nella sua gonna a fiori e occhi neri disegnati a matita. Ecco un altro maggio, con le sue promesse tradite e i suoi batuffoli di cotone per aria capaci di infilarsi in gola nel sonno. La macchina corre, lo sterzo non e’ granche’ e non spingo la freccia oltre i 160. Il sole cuoce gli interni in pelle e l’odore della mia infanzia si fa tutt’uno coi miei pensieri di bimbo che tornano e tornano e forse non lo sono mai stato. O mai sono stato tutto il resto. Era giusto un anno fa. La macchina era blu e conciata male e sognavo di chiudere la radio e le sue stupide canzoni d’amore e infilare una cassetta di Al Green in quella bocca meccanica dalle testine andate a puttane. Un anno e’ un eternita’. Ma quando avevo vent’anni era un’era geologica . Guardarlo passare sembrava di osservare il Titanic con tutte le sue luci nel buio dell’oceano. Di certo non sarei stato quello dell’anno prima, crescevo e tutto diventava lontano e inutile. Adesso e’ diverso, quello che sono ormai lo so e ho tutto il tempo per rivedere un po’ di film al rallentatore, di capire, di scoprire quanto bello ci fosse in tanti giorni impilati sotto la voce NOIA.
La citta’ in primavera profuma d’attesa. Ordino uno stinco di maiale arrosto. Buone anche le patate. L’osteria a prezzi popolari nella vecchia Bologna e’ l’unica certezza di umanita’ in una citta’ assediata da telecamere e parcheggi a moneta. Non dovrei essere qui. Dovrei essere al mare, al bancone del Belvedere a disquisire sulle gambe di una villeggiante stesa sul lettino e a sorseggiare il miglior caffe’ della contea. Invece la macchina ribolle di volonta’, brama per schivare tir e ingoiare chilometri di striscie bianche, sostare in autogrill e bere benzina. L’ho spiegato alla macchina, non posso portarla lontano, non mi fido ancora di lei, non ha e non puo’ avere la storia della mia gloriosa 1600 color cartolina da Moena.
Nello stereo gira Buddy Rich e la sua orchestra tenuta a bacchetta. Fiati precisi, stacchi impeccabili, si sente il rigore dei colpi di frusta del capo orchestra. Il 2010 non mi piace, non ha sapore. E’ un riso in bianco, un bicchier d’acqua del rubinetto. Stringo il volante. Vesto una maglietta rossa e baffi e ho ancora mezzo pacchetto di rosse infilato tra Otis Redding e Johnny Cash. Sono io l’ingrediente che manca. Saro’ io il sugo al ragu’ che pare non esserci. Ancora una volta saro’ io.
The Sermon.
04.07
The Sermon e’ il primo disco di Jimmy Smith che ho comprato. C’era un negozio di dischi a Cesenatico, proprio di fronte alla piazza del Grand Hotel. Adesso c’e’ una libreria e molta meno voglia di passarci dentro un pomeriggio. Il titolo del disco mi ispiro’ quanto quella foto austera in bianco e nero virato di un debolissimo rosa in cui il santo patrono dell’organo elettrico pare assorto nel brigoso compito di dirigere un’orchestra. Era il 1989 e dal jazz ci stavo abbastanza alla larga. Il soul piuttosto mi intrigava e lasciavo che la voce di Otis mi colasse fin dentro l’anima come miele. La Blue Note tra il 1984 e l’ 85 aveva ristampato i suoi classici con la francese Pathe’ Marconi, gli Art Blakey, gli Horace Silver e una manciata di Smith appunto, quelli piu’ significativi e dalle copertine piu’ intriganti come quella di Home Cookin’ e Back at the chicken shack. Odiai subito quel disco e il mio disprezzo per chi potesse godere di quella musica piena di assoli inconcepibili srotolati per una durata insopportabile di minuti, crebbe e si cementifico’ in una convinzione spessa e dura come il marmo: il jazz era roba per malati di mente.
Oggi quel disco, che una quindicina di anni fa ho ricomprato nella sua stampa originale mono del 1958 per il gusto di sentire la puntina sfrigolare nel solco made in USA, e’ uno dei pochi che mantiene il suo fascino immutato anche dopo mille ascolti ed e’ forse il mio preferito di Smith di quel periodo. L’organo in quel disco e’ come una coperta di lana e raschia contro le sue tonsille elettriche, e’ cioccolato fuso sopra gelato di vaniglia ed ogni musicista coinvolto dentro quel miracolo, e’ musica pura senza mediazione del raziocinio. Lee Morgan fa solo note giuste e il suo discorso non puo’ essere piu’ preciso e profondo. Jimmy suona cosi’ solo in questo disco, ispirato dalla voglia di rimanere nella storia proprio con quel brano dedicato ad Horace Silver , amico e unico mostro sacro da affiancare nel taglio del traguardo di quella gloriosa fine decade, mentre il jazz per tirare a campare si spostava verso l’hard bop e il funk nella speranza di abbracciare una fetta di ascoltatori piu’ vasta. The Sermon mi ha fatto capire quanto sia importante crescere per capire cose che apparentemente sembrano averci senso in una dimensione troppo lontana da noi. Cosi’ e’ per la letteratura, le arti figurative e perche’ no, l’amore. Ognuno di noi e’ libero di fermarsi appena sopraggiunge il fiatone, ma a volte andare in fondo alle cose con la pazienza degli anni e la curiosita’ di scoprirsi migliori e capaci di capire, puo’ ripagare dello sforzo e farci sentire leggeri di abbandonarci a tutto il sapere che ci spaventa e che a nostra insaputa ci appartiene.
The Vanishing Paglia.
03.18
Come descrivere quella vibrazione di benessere che ci prende per pochi secondi e ci restituisce tutto il segreto del creato e della bellezza concentrati in un momento che non e’ gia’ piu’ ? No, e’ troppo breve per lasciare un ricordo, va consumata all’istante. Esiste soltanto l’infinitesimo istante, il resto e’ una libera trasposizione teatrale della vita. Nina Simone roca e antipatica per scelta non e’ soul e non e’ jazz, e’ se stessa e vive e nel mio stereo. La porto con me in campagna, la’ dove comincia l’odore marcio del mare che non e’ piu’ inverno ma neppure stagione di fiori. Ecco due cacciatori in mimetica a caccia di fagiani coi loro cani ignoranti. Finiteli tutti, fate sparire tutti i fagiani, mangiatene fino a scoppiare e tornate a sparare alla prossima specie fino a farla sparire e poi di seguito. Immagino vada a finire cosi’. Vedremo gruppi di cacciatori entrare alla Coop e sparare su polli Amadori nel cellophane, su cereali Kellogs e riempire carrelli di merce crivellata dal piombo. Sparare e’ vitale per chi sta al di qua della canna. Ho tutto il tempo che voglio e neppure un soldo in tasca, sono perfetto. Mi hanno tolto il mio passaggio a livello preferito, quello che faceva spegnere il motore e pensare per un attimo a dove andare. Niente piu’ semafori e passaggi a livello, rotonde e sopraelevate al loro posto, non dobbiamo piu’ fermarci ma proseguire e arrivare e ripartire e consumare e non pensare. Io che una volta scrivevo il mio diario ai semafori rossi e riflettevo se fosse giusto uccidermi e quante persone sarebbero venute al mio funerale. Guardavo il treno passare e invidiavo i suoi passeggeri soltanto perche’ erano sopra ad un treno con la chiara intenzione di arrivare ad una destinazione. Poi vedevi sempre un bambino che salutava, per l’ultima volta prima che diventasse grande. Qualsiasi strada io imbocchi e’ quella buona, ho finito la scuola, ho finito gli anni degli sbagli, ho finito gli inchini di riverenza verso chi temevo e ossequiavo, ho finito la paura e l’ansia ma non il morbo creativo.Ogni volta che credo di essere diventato sterile, la vita mi ingravida di un’idea. Corro e il muso della mia Cadillac arriva sempre prima di me, lungo e lucido come una portaerei. Esiste solo cio’ che voglio io e poco mi importa del resto. Sono tutto cio’ che volevo essere e anche di piu’. E il brivido della vita che e’ bella davvero, a differenza dei film di Benigni, sembra generoso e ha deciso di rimanermi appiccicato addosso un istante di piu’.
Living Room
03.16
Living Room.
Eccoci di nuovo a Lugano. Eccoci di nuovo al Living Room, un locale che ci vuole bene e che ci ha scelto per festeggiare i dodici anni di attivita’. Ci aveva gia’ scelto anche per i suoi dieci anni, ma 12 suonava bene come la maturazione di un Whisky pregiato e forse ness’un altro meglio di noi avrebbe potuto rappresentare ancora una volta sul palco quell’ubriachezza molesta di suoni italici e ruspanti che vantiamo di avere ormai in pochi. Proiettano foto dei loro esordi sulle pareti nere del club e in mezzo alle diapositive ci sono anch’io con la faccia da ragazzetto, i baffetti sottili, i capelli neri e le Marlboro morbide sull’Hammond verde pistacchio. Io al clavinet che canto ed Enrico con un basso elettrico o con la sua tromba color ciliegia nella foto successiva. La ricordo bene quella serata, io Enrico e Mr.Canducci ci devastammo di bevande truccate e non so come riuscimmo a tornare all’albergo, mentre gia’ albeggiava, in quello stato pietoso. Ricordo che salii alla guida del vecchio Transit bianco e poi…un buco nero, piu’ nulla. La scena successiva nella mia memoria e’ quella di noi in dogana a cambiare i franchi svizzeri e a discutere se o meno fermarci al McDonald di San Zenone. Eccoci di nuovo a Lugano, quasi Italia, una citta’ strana che mi ricorda la morte. La morte idolore. Anzi un limbo piuttosto, un galleggiare di esistenze miti e serene cullate dalle banche e dai segreti impenetrabili. Il lago che sa di commedia all’italiana, di Alberto Sordi che traffica in valuta e di nightclubtropez sotterranei farciti di donnine, Moet et Chandon e nuvole di Parisienne. Le radio svizzere mandano in onda a rotazione la mia Donna scimmia ma per dispetto non la suoneremo questa sera. Ancora una volta mangiamo troppo e pericolosamente a ridosso della nostra performance: bistecche di puledro, costate di manzo con l’osso a T, patate al forno grosse come cazzotti e dolci allo zabaione. Lo zabaione e’ il colpo di grazia e mi si ribaltano gli occhi all’indietro. Mio fratello scuote la testa e mugula:” Tse’ voleva lo zabaione, guarda come sta messo adesso.” Ho deciso da tre giorni che smettero’ per sempre di fumare e non appena Bob mi fa cenno di uscire dal ristorante per una sigarettina, lo seguo scodinzolando. Il club brulica di giovanissimi. Troppo giovani. La meta’ potrebbe chiamarmi papa’ anche soltanto per la barba cespugliosa che lascio crescere a dispetto delle smorfie di schifo di mio padre. Lui che metterebbe in galera tutti quelli con la faccia ricoperta di peli. Quando il nostro vecchio piomba in studio mentre facciamo le prove e ci sorprende con la sigaretta a penzoloni dalle labbra curvi sui nostri strumenti, ci guarda e dice: “Ecco, tre stronzi con la sigaretta, fumate fumate! Oppure: “ Dovreste suonare in smoking bianco come usava nelle orchestre che sentivo in riviera quando ero giovane. Barboni!” Ma torniamo al Living Room. Le luci sul palco sono forti e la macchina della nebbia sta invogliando l’uomo lupo ad uscire a caccia di vittime innocenti. Lo zabaione preme alle tempie e lascio che il movimento della gente decida la scaletta dei brani. Alla fine si innesca il pilota automatico e si scivola verso un delirio di psichedelica improvvisata che piace e fa ballare. Ormai sono le mille meno un quarto, mancano due ore al sole e lo zabaione mi ricorda che sono vivo. Il buio s’e’ preso le belle ragazze e tutta la voglia di rimanere a ciondolare al bar. Gli irriducibili si attaccano addosso come cozze allo scoglio e pretendono che tu ti ricordi di loro, di quella volta che suonammo sul battello sul lago fino a mattina nel 2001. “Certo che mi ricordo di te caro, come potrei dimenticare la tua faccia. Vai a nanna pero’ che e’ tardi.” Eccola Lugano di notte, silenziosa e pulita e molto poco italiana. Ecco il nostro albergo e una tv che parla francese… e chi se ne frega di ascoltare un cazzo di francese che alle sei di mattina mi parla di architettura. Buona notte ragazzi, il primo che si sveglia faccia la cortesia di riaddormentarsi. Ma sospetto che prima di me sara’ lo zabaione a bussare alla porta e a scaraventarmi giu’ dal letto.
Johnny Cash.
03.15
E’ un Marzo country. Le giornate cominciano a stiracchiarsi dall’intorpidimento invernale, si distendono e allungano come risvegliate dalla lunga pennichella postprandiale. La luce comincia a solleticare l’appetito di vita e il motore della mia gloriosa sei cilindri comincia a girare liscio senza sussulti e strappi. Oggi l’ho lavata tra le spazzole a gettone e l’ho portata a specchiarsi in giro per il paese. Qualcuno che mi conosce da sempre, sembra evitare di salutarmi da quando cavalco il nuovo cavallo impomatato che sembra indicare un’ improvvisa impennata della mia qualita’ di vita. Probabilmente risultavo piu’ simpatico sulla vecchia Ford blue con gli interni squarciati e le lattine vuote di chinotto ovunque. Tranquilli sono soltanto piu’ scialacquatore di prima, ci sto ben attento a fare i soldoni. Ho fatto spesa e ho scelto la frutta e la verdura come se avessi avuto a pranzo la regina. Ho comprato anche il polipo, le code di rospo, le seppie e una scatola di gamberi argentini da cinque kg. Non mangio gamberi, ma non rinuncio al piacere di pulirli e cucinarli. Ho inventato una ricetta con zenzero, limone, zucchero di canna e vodka. Li guardo malinconico diventare rosa in padella nello sfrigolio di olio e fumi aromatici. Prima o poi finiro’ per buttarmene uno tra i denti e buonanotte. Un periodo strano e favorevole. Sono stranamente tranquillo e non riesco a mettermi fretta per nulla. Lo studio dove sto registrando alcune cose all’Hammond accompagnato da Bob e Simo sta catturando un sound che cercavo da tempo, finalmente ho trovato un suono di organo come inseguivo da anni, crudo e tagliente e caldo come amo sentire nei dischi di cinquant’anni fa. Finito questo lavoro potro’ fare altre cose, il conto sara’ chiuso e non dovro’ piu’ inseguirmi con la paura di non prendermi. Per quanto mi riguarda registrare il suono giusto abbinato ad un brano che funziona e sta in piedi da solo senza dovergli tenere la mano, e’come costruire un gradino e salirci sopra senza la voglia di guardarsi indietro. Prima di ogni sua esistenza concretizzata su supporto, ogni brano musicale soltanto pensato puo’ maturare in una specie di ossessione, scivolare tra le maglie dei pensieri piu’ bui e assumere mille forme. Inutile cercare di capire il fatuo mondo degli artisti, i nostri valori, le nostre misure sono inapplicabili alla vita terrena ma pesano come macigni quando diventano scelte sbagliate. Scrivo e registro cose nuove nel silenzio, lontano dai miei dischi del cuore. La musica che viene da dentro ha bisogno di scoprire le proprie orecchie il piu’ possibile sgombre e innocenti. Sarebbe come sovrapporre due storie d’amore. Un disastro. Mi va di ascoltare altro pero’ in questo periodo. Meno jazz e soul. Ho voglia di entrare in una dimensione familiare che non ho mai davvero approfondito, quella del country o meglio, quella del genere Johnny Cash. Perche’ Cash, come ogni genio musicale fa genere a se’. Cash mi e’ molto familiare, come un parente che si incontra spesso di cui si sa poco o nulla ma che si saluta in maniera affettuosa. Fin dai primi giorni della mia vita, da subito sentii girare sul piatto dello stereo un disco di Johnny Cash oppure di Woody Guthrie, Pete Seeger o della Carter Family. Quella musica era parte di quella casa come lo erano le pareti o i mobili rustici in abete della mia cameretta. Era la musica che entrava dentro senza che mi chiedesse permesso e sebbene non l’amassi particolarmente, perche’ da subito fui folgorato dall’esistenza del pianoforte e dall’iconografia del jazzista negro seduto sullo sgabello con sigaro in bocca, bombetta e panciotto sbottonato sulla camicia a righe, divenne quasi esclusivamente la colonna sonora della mia infanzia. Poi mio padre alla chitarra sul divano di casa. Finito il disco cominciava lui con gli stessi dannati tre accordi che raccontavano del bandito, del fuorilegge per la buona causa, dell’eroe, della bella, della catapecchia vicino al fiume, delle Colt “peacemaker”, dei cercatori d’oro e di qualche brutale linciaggio in nome della legge forcaiola. Non avevo scampo, se non quando sul giradischi ci finiva qualche calipso di Belafonte o qualche gorgheggio di Miriam Makeba. Adesso ascolto Johnny Cash e godo della sua musica quasi elementare ma mai scontata, dei testi fantastici che riesco a capire e che mi fanno sorridere e pensare. Ascolto con trasporto il live nel penitenziario di S. Quentin , il boato esultante dei detenuti che diventa parte del brano e da i brividi. Il testo di “Man in black” e’ poesia pura e possano andare in malora tutti quelli che l’hanno copiato in seguito, anche in Italia. C’e’ l’America rurale che pulsa in quelle canzoni, gente con la camicia a quadri e la birra facile, l’America degli spazi aperti e della gente disperata, l’America delle storie semplici e tragiche della vita, l’America che forse non esiste piu’ o che fa comodo tenere all’ombra dei grattacieli, l’America che fece innamorare il giovane cuore di mio padre. Ci sono arrivato un po’ tardi, ero molto preso da me stesso, ma adesso capisco la sua passione, i suoi valori, la scorza apparente da orso e la voglia di stare a mezze maniche anche d’inverno. Ascolto la musica e ancora una volta mi viene rivelato qualcosa attraverso essa. Non c’e’ cosa piu’ potente della canzone, della voce, del testo e di una chitarra da quattro soldi imbracciata come una mannaia a caccia di anime da spaccare in due.
Piaceri e costi.
03.14
Eccoli. Sapevo che li avrei trovati davanti alla banca. Mi hanno visto. Il piu’ piccoletto si sporge sulla strada e comincia a fare ciao ciao con la sua palettina mentre il collega tiene stretto il suo bel mitra color pece di cui si distingue soltanto la feritoia dell’otturatore color argento. Un brivido mi percorre la schiena e sono felice, so di essere in contravvenzione e stringo il volante con gioia. Rassicuro la mia Taunus Coupe’, e’ la sua prima multa a ben pensarci. Non le faranno niente, al massimo qualche apprezzamento e sicuramente vorranno vedere il suo splendido sei cilindri a V. “ Stai tranquilla piccola, papa’ sa quello che sta facendo.”
“ Mi favorisce la patente e il libretto di circolazione? ”- “Certamente, eccoli qua, gia’ pronti! ”- “ Cos’e’ una Ford Capri questa? ” – “No, le assomiglia un poco pero’, per via del fatto che e’ un modello coupe’ ma…”- “ Lei e’ in contravvenzione, lo sa vero? L’abbiamo vista segnalare altri automobilisti con le luci abbaglianti.”_ “ Si, si, l’ho fatto.” -” Lo sa che e’ contro il regolamento? ” – “Si, si, lo so. Ci scappa anche un puntino dalla patente!”- “ Perche’ lo ha fatto allora? ”- “ Per il piacere mio.La paura e i suoi effetti benefici.”- “Ah, bene. Se le fa piacere anche pagare.”- “Fa parte dell’accordo. Le emozioni vanno pagate. Anzi voglio farle i complimenti per la prestazione…ho avuto un brividino appena ho visto la paletta, sa? La serata e’ rimediata.”- “ Cosa intende dire? ”- “ Nulla, dico che state facendo il vostro lavoro e sono contento di pagare.”- “ Lei ha voglia di fare lo spiritoso, vero? ”- “ No, ma se godo, voglio pagare. Se vado con una puttana, pago per una prestazione. Altrimenti starei a casa con la fidanzata o andrei al cinema o al bowling, o a teatro, oppure andrei a fare tanta nanna o a tirare due freccette al pub se fossi a Leeds. Lei magari non sa neppure dov’e’ Leeds. Capisce che pagare e’ un premio sia per chi da che per chi riceve? Sia ben chiaro, io a puttane non ci vado, sfogo cosi’! ” –“ Lei ha dei problemi deve farsi vedere.”- “Certo che ho dei problemi, non ho bisogno di sentirmelo dire da lei. Non me ne andrei in giro a caccia di multe per il gusto di eiaculare alla vista della paletta. La multa lei pero’ me la deve fare, altrimenti non e’ professionista e potrei intendere che lei lo fa anche per piacere suo. O perche’ le sono simpatico. La cosa mi infastidirebbe. Ci conosciamo appena e certe confidenze mi sembrano un po’ premature.”- “Lei rischia grosso. Sta prendendo in giro L’arma dei Carabinieri , lo sa questo?”- “ Lei non capisce, io sono disposto a pagarla anche di piu’, ma non mi tratti come uno scemo.” – “ Guardi, la chiudiamo qui e mi fa la cortesia di andarsene .”- “ No, non se ne parla. Io ho goduto e io VOGLIO pagare.”- “ Mi faccia la cortesia, metta in moto e vada.”- “ Mi fate sentire un’approfittatore. Ho spruzzato la mutanda e non mi va di chiuderla cosi’. Controllate se sono a posto con la macchina, bollo, revisione, luci, che cazzo ne so? Siete voi gli esperti della tortura!”- “ Buonanotte. Prego vada.”- “ Mi dia almeno un’indirizzo, il nome di un posto per mandare un paio di panettoni e un moscato per le feste di natale.”- “ Adesso venga fuori dalla macchina, lei e’ in arresto.” -“Davvero? Mi prende in contropiede. Potrebbe ripetermelo lentamente. Lentamente.” – “ Lei e’ nei guai.”- “Bene, benissimo. Poi pero’ voglio pagare. E domani tra noi solo buongiorno buonasera. Non si faccia illusioni.”
Senza bussola.
03.11
11 Marzo 010.
Nello stereo gira il master di un disco jazz di Andrea Pozza, un talento del piano che incide per la Dejavu’ la stessa etichetta del mio Electric Happiness. Mi hanno commissionato di farne la copertina definitiva, un disegno astratto tipo copertina snob-jazz anni 50/60, quelle combinazioni immagine-musica che fanno sentire subito colto chi lo acquistera’ senza bisogno di ascoltarselo. Io ci compro i libri per la copertina e la bellezza della costa, mica li leggo poi. Mi piacciono i libri usati, un po’ consumati e gia’ digeriti. Mi piace trovare i libri a pochi centesimi e godere di una lettura economica. Compro cosi’ anche videocassette, al chilo, meglio se un po’ smagnetizzate e con l’audio debole. Mi aiutano a seguire meglio il film, altrimenti la qualita’ mi distrarrebbe dai contenuti. Mi piacciono le donne imperfette per lo stesso motivo purche’ il difetto non sia la noia che producono. Ma questo c’entra poco con la giornata di oggi. Poco fa nevicava, e anche questo sembra c’entrare poco con le aspettative di Marzo. Una volta sarei potuto impazzire dal nervoso vedendo nevicare a Marzo. Avrei preso a calci sedie, sbattuto porte, fracassato mobili e fatto volare per aria cassetti e librerie. Una volta bastava poco per accendermi . Adesso e’ diverso, adesso rifletto e lascio che sia, come se nulla mi riguardasse direttamente. Prendo tempo, penso il giusto e tengo addosso i pantaloni un paio di giorni in piu’. Io e il mio amico Paolo scambiamo opinioni sul mercato musicale, io la faccio, lui la musica prova a venderla. Sono tempi durissimi e nessuno pare averci la bussola per capire come si e’ girati rispetto al futuro. Alla gente non frega piu’ un cazzo di niente, alla gente e’ sparito il prurito, il desiderio, la curiosita’ di farsi rapire da un progetto, dal suono, dalla magia che ormai pare svelata e alla portata di tutti. Se qualcosa desta interesse e’ per poco, un consumo veloce che brucia ogni residua molecola di promessa e stabilita’ temporale. Il potere oggi sembra lo gestisca la noia e non la ragione, ne’ il sentimento. E’ l’anarchia votata all’annullamento di qualsiasi cosa. Vale tutto: calci, pugni, revolverate, baci, schiaffi, bombe, fiori, caramelle, neve, fuoco, macerie, talento, dilettanti, mostri, bellezze, morte, gioia, pianto, bruttezza e carte di credito. Non bisogna farsi illusioni, le cose non cambieranno finche’ tutto avra’ apparentemente lo stesso valore, questo in nome delle pari opportunita’, una democrazia che e’ diventata schizofrenia e subdola dittatura gestita da una maggioranza di avidi inetti. Bisogna continuare a godere del nostro lavoro, e’ l’unica cosa che conta. Avere rispetto di noi stessi e di chi ci segue, fosse anche numericamente piccolo, il pubblico, le singole persone che ci riconoscono un posto nel loro tempo, sono preziose e non vanno considerate come soltanto potenziali acquirenti di un prodotto, ma sostegno di un’anima e di una concreta idea che per esistere si nutre anche di consensi e sorrisi. Adesso provo a ritrovarmi, ad esistere un po’ meno, a rallentare le cose come quando da bambino pareva che non succedesse mai nulla e la vita era come un susseguirsi di giorni uguali ripetuti come dentro la ruota di un criceto in gabbia. Invece la vita c’era, silenziosa e precisa, nascosta nel desiderio di cambiare le cose partendo dai problemi piu’ semplici fino ad imboccare la strada dei sogni.
Jackie Davis e l’inverno infinito.
03.10
Un inverno infinito. Mi sta letteralmente scorticando le voglie e il desiderio. Il medico prescrive farmaci per i miei variegati dolori mentre la televisione mi tende la mano per guidarmi negli abissi della sua melma profonda. Se si facesse una colata di gesso sul mio divano, il calco avrebbe la mia forma. Me, disteso con un libro in mano e la ciotola di Dixie al mio fianco. Fuori il buio cupo dell’apocalisse, la pioggia che scompigliata dal vento cade con un’angolazione sempre diversa e sempre violenta. Lascio crescere la barba, mi incuriosisce vederla incresparsi in un reticolato sempre piu’ fitto ed impenetrabile, una barba da Hemingway, da Bukowski, da pigiama e caffe’ d’orzo e telepromozione di materassi in lattice. Una barba da Garibaldi. Devo trovare la voglia di leggere una sua biografia regalatami da mio padre due natali fa. Intanto mi limito ad immaginarlo col suo cavallo bianco entrare nella casa del GF10 e dispensare sciabolate e a mutilare quell’esempio avvilente di unita’ d’Italia. Mi impongo di aprire il pesante tomo del grande condottiero e dare senso alla mia barba per meta’ bianca. Invece e’ un periodo creativo,per grande fortuna, non posso lamentarmi. L’unica cosa certa e’ che sotto promessa di denari la mia creativita’ diviene pressoche’ cosa illimitata. L’anno e’ cominciato bene e anche se la salute ha visto tempi migliori, la cosa piu’ importante per ora rimane averci un impegno e pensare il meno possibile. Creare e divulgare, impegnarsi ad allungare la propria vita e a lasciare piu’ punti possibili di se’ da unire partendo dal numero uno fino all’ultimo e scoprire cosa ne verra’ fuori. Lo scopriranno gli altri, sta a noi inventarci il disegno che meglio ci rappresentera’. Ma l’importante e’ godere del presente e sentirsi appagati, utili, intelligenti e vivi. Stiamo registrando un disco in tempi da record. Un disco su commissione, per cui sicuramente di buona fattura e resa. Dove non ci metto troppo il cuore crescono prodotti piu’ liberi e disinvolti. Abbiamo affittato uno studio di registrazione in cima ad una collina e a pochi passi da un castello medievale che nasconde un ristorante ottimo a prezzi popolari. Il tutto a circa tre quarti d’ora da casa. L’aria e’ pungente e le tagliatelle di lassu’ hanno tutt’un altro carisma. Dobbiamo riuscire a star nei tempi prestabiliti, ma la neve di questi giorni ci sta rallentando la tabella di marcia. I pomeriggi che saltiamo li passo a casa ad ascoltare dischi che mi suggeriscano qualche idea per i suoni, gli arrangiamenti e i temi. Il lavoro che mi e’ stato assegnato e’ quello di scrivere 15 brani originali per potenziali trasmissioni televisive con un taglio americano da talk show anni 70-80 sulla falsariga del David Letterman. Organo Hammond, batteria sbidonata alla Buddy Rich, chitarra con impennate blues, sezione fiati con tromba, trombone e sax tenore e infine percussioni e qualche intervento di piano. Una specie di soul bianco a cavallo tra le sezioni fiati della Fame di Muscle Shoals e il nostrano Bruno Canfora. Una bella prova. Ascolto qualche disco di Pat Williams e Benny Golson su Verve dove per la maggior parte ci sono brani dei Beatles e di altri hit makers dei gloriosi sixties riarrangiati con fiati e organetti elettrici tra l’hippie e la high- class americana da Martini e auto sportiva. Ho riscoperto uno di quelli che chiamo i dischi della mia vecchiaia, essendo stato a vent’anni molto piu’ “antico” di adesso. L’organista negro (come avrebbe scritto una rivista di jazz italiana degli anni sessanta) Jackie Davis e’ uno dei tanti personaggi semi oscuri della mia collezione di dischi del panorama Hammond. Adoro Jackie Davis. Come Milt Buckner o Wild Bill Davis, appartiene a quella categoria di organisti legati ai suoni di organo derivati dal primo ceppo pionieristico dell’Hammond , quello inaugurato da Fats Waller nella seconda meta’ degli anni trenta. Il suono era pieno, poco dinamico e molto incentrato sull’utilizzo delle armoniche come se si trattasse di una big band di ottoni. I temi erano suonati prevalentemente a block chords, e l’utilizzo del Leslie garantiva un impatto sonoro molto pieno e di grande effetto timbrico, mentre la parte del basso era affidata molto spesso ai registri bassi della pedaliera. Lo stesso Jimmy Smith nei primi dischi Blue Note della seconda meta’ degli anni cinquanta sembra incline a queste timbriche, per poi creare quel suono dinamico scattante e percussivo che come una tempesta sconvolgera’ la scena jazz e pop. Riascoltando questi dischi anni 50 dal sapore un po’ stucchevole e chiaramente indirizzati ad un pubblico a maggioranza bianca, si scopre un’abilita’ enorme e una grande maestria a lungo ignorata e bollata come dozzinale easy listening. Una volta mi scrisse una e-mail una signora americana che stava puntando su di un’asta di Ebay lo stesso disco che cercavo di aggiudicarmi, un disco di Jackie Davis. Mi scrisse che si chiamava Judith e aveva 47 anni e si domandava chi fosse l’italiano interessato a quel disco. Cosi’ le risposi. Che non solo ero italiano ma avevo appena 25 anni e quella musica mi conquistava piu’ dei Massive Attack o dei Prodigy. Judith mi risponde che era la figlia del manager di Jackie Davis negli anni 50 e che da bambina era abituata ad ascoltarlo all’organo nel suo salotto di casa e oggi piu’ che mai desiderava riascoltarlo su disco. Le lasciai vincere quell’asta e composi un brano in stile Davis che intitolai appunto “Judith’s living room”, brano che per questo disco ho ri-intitolato “The electric Joe”. Mi telefona Uncle David, sta tornando da un suo girovagare tra Spagna e notti psichedeliche. Quando sente odore di impegni imminenti di ufficio e ritorno alla normalita’ mi cerca per qualche scambio di battute dadaiste che ne attutiscano il brusco rientro in pista. La cosa buona e’ che non abbiamo gli stessi dischi e ci consultiamo a seconda del bisogno. Io sono ferrato sul campo soul/jazz/soundtrack/ hammond, lui sul versante psichedelico/progressive/eastern jazz/ mondoweirdo. Il compositore e organista Klaus Lenz della Germania dell’est sembra essere il nostro punto di contatto piu’ rappresentativo e il suo album “Fur fenz” riassume egregiamente l’idea che cercavo di illustrare a David del nuovo prodotto. Temi all’organo alla Jackie Davis con sbordate alla Billy Preston, arrangiamenti dei fiati alla Lenz, chitarre alla Steve Cropper e Wes Montgomery, crema di formaggio alla Dan Aykroyd, piano elettrico alla Paul Shaffer, un sorriso di Gilda Radner, una bistecca media cottura con salsa BBQ, Lincoln Continental con interni in pelle marrone, Mina a Studio Uno nel 1966, Tony De Vita e Pippo Baudo, la piadina di Sorrivoli, la faccia di Bob Dusi all’una di notte dopo sette ore di registrazione , la gentilezza e la pazienza di Checco, il nostro fonico, il vecchio Hammond c3 color noce che canta come la Callas e la vecchia batteria Hollywood di Simone che non riesce a demolire nonostante le lunghe percosse. Un bel minestrone caldo per combattere quest’inverno che non decide di mollare.