Un inverno infinito. Mi sta letteralmente scorticando le voglie e il desiderio. Il medico prescrive farmaci per i miei variegati dolori mentre la televisione mi tende la mano per guidarmi negli abissi della sua melma profonda. Se si facesse una colata di gesso sul mio divano, il calco avrebbe la mia forma. Me, disteso con un libro in mano e la ciotola di Dixie al mio fianco. Fuori il buio cupo dell’apocalisse, la pioggia che scompigliata dal vento cade con un’angolazione sempre diversa e sempre violenta. Lascio crescere la barba, mi incuriosisce vederla incresparsi in un reticolato sempre piu’ fitto ed impenetrabile, una barba da Hemingway, da Bukowski, da pigiama e caffe’ d’orzo e telepromozione di materassi in lattice. Una barba da Garibaldi. Devo trovare la voglia di leggere una sua biografia regalatami da mio padre due natali fa. Intanto mi limito ad immaginarlo col suo cavallo bianco entrare nella casa del GF10 e dispensare sciabolate e a mutilare quell’esempio avvilente di unita’ d’Italia. Mi impongo di aprire il pesante tomo del grande condottiero e dare senso alla mia barba per meta’ bianca. Invece e’ un periodo creativo,per grande fortuna, non posso lamentarmi. L’unica cosa certa e’ che sotto promessa di denari la mia creativita’ diviene pressoche’ cosa illimitata. L’anno e’ cominciato bene e anche se la salute ha visto tempi migliori, la cosa piu’ importante per ora rimane averci un impegno e pensare il meno possibile. Creare e divulgare, impegnarsi ad allungare la propria vita e a lasciare piu’ punti possibili di se’ da unire partendo dal numero uno fino all’ultimo e scoprire cosa ne verra’ fuori. Lo scopriranno gli altri, sta a noi inventarci il disegno che meglio ci rappresentera’. Ma l’importante e’ godere del presente e sentirsi appagati, utili, intelligenti e vivi. Stiamo registrando un disco in tempi da record. Un disco su commissione, per cui sicuramente di buona fattura e resa. Dove non ci metto troppo il cuore crescono prodotti piu’ liberi e disinvolti. Abbiamo affittato uno studio di registrazione in cima ad una collina e a pochi passi da un castello medievale che nasconde un ristorante ottimo a prezzi popolari. Il tutto a circa tre quarti d’ora da casa. L’aria e’ pungente e le tagliatelle di lassu’ hanno tutt’un altro carisma. Dobbiamo riuscire a star nei tempi prestabiliti, ma la neve di questi giorni ci sta rallentando la tabella di marcia. I pomeriggi che saltiamo li passo a casa ad ascoltare dischi che mi suggeriscano qualche idea per i suoni, gli arrangiamenti e i temi. Il lavoro che mi e’ stato assegnato e’ quello di scrivere 15 brani originali per potenziali trasmissioni televisive con un taglio americano da talk show anni 70-80 sulla falsariga del David Letterman. Organo Hammond, batteria sbidonata alla Buddy Rich, chitarra con impennate blues, sezione fiati con tromba, trombone e sax tenore e infine percussioni e qualche intervento di piano. Una specie di soul bianco a cavallo tra le sezioni fiati della Fame di Muscle Shoals e il nostrano Bruno Canfora. Una bella prova. Ascolto qualche disco di Pat Williams e Benny Golson su Verve dove per la maggior parte ci sono brani dei Beatles e di altri hit makers dei gloriosi sixties riarrangiati con fiati e organetti elettrici tra l’hippie e la high- class americana da Martini e auto sportiva. Ho riscoperto uno di quelli che chiamo i dischi della mia vecchiaia, essendo stato a vent’anni molto piu’ “antico” di adesso. L’organista negro (come avrebbe scritto una rivista di jazz italiana degli anni sessanta) Jackie Davis e’ uno dei tanti personaggi semi oscuri della mia collezione di dischi del panorama Hammond. Adoro Jackie Davis. Come Milt Buckner o Wild Bill Davis, appartiene a quella categoria di organisti legati ai suoni di organo derivati dal primo ceppo pionieristico dell’Hammond , quello inaugurato da Fats Waller nella seconda meta’ degli anni trenta. Il suono era pieno, poco dinamico e molto incentrato sull’utilizzo delle armoniche come se si trattasse di una big band di ottoni. I temi erano suonati prevalentemente a block chords, e l’utilizzo del Leslie garantiva un impatto sonoro molto pieno e di grande effetto timbrico, mentre la parte del basso era affidata molto spesso ai registri bassi della pedaliera. Lo stesso Jimmy Smith nei primi dischi Blue Note della seconda meta’ degli anni cinquanta sembra incline a queste timbriche, per poi creare quel suono dinamico scattante e percussivo che come una tempesta sconvolgera’ la scena jazz e pop. Riascoltando questi dischi anni 50 dal sapore un po’ stucchevole e chiaramente indirizzati ad un pubblico a maggioranza bianca, si scopre un’abilita’ enorme e una grande maestria a lungo ignorata e bollata come dozzinale easy listening. Una volta mi scrisse una e-mail una signora americana che stava puntando su di un’asta di Ebay lo stesso disco che cercavo di aggiudicarmi, un disco di Jackie Davis. Mi scrisse che si chiamava Judith e aveva 47 anni e si domandava chi fosse l’italiano interessato a quel disco. Cosi’ le risposi. Che non solo ero italiano ma avevo appena 25 anni e quella musica mi conquistava piu’ dei Massive Attack o dei Prodigy. Judith mi risponde che era la figlia del manager di Jackie Davis negli anni 50 e che da bambina era abituata ad ascoltarlo all’organo nel suo salotto di casa e oggi piu’ che mai desiderava riascoltarlo su disco. Le lasciai vincere quell’asta e composi un brano in stile Davis che intitolai appunto “Judith’s living room”, brano che per questo disco ho ri-intitolato “The electric Joe”. Mi telefona Uncle David, sta tornando da un suo girovagare tra Spagna e notti psichedeliche. Quando sente odore di impegni imminenti di ufficio e ritorno alla normalita’ mi cerca per qualche scambio di battute dadaiste che ne attutiscano il brusco rientro in pista. La cosa buona e’ che non abbiamo gli stessi dischi e ci consultiamo a seconda del bisogno. Io sono ferrato sul campo soul/jazz/soundtrack/ hammond, lui sul versante psichedelico/progressive/eastern jazz/ mondoweirdo. Il compositore e organista Klaus Lenz della Germania dell’est sembra essere il nostro punto di contatto piu’ rappresentativo e il suo album “Fur fenz” riassume egregiamente l’idea che cercavo di illustrare a David del nuovo prodotto. Temi all’organo alla Jackie Davis con sbordate alla Billy Preston, arrangiamenti dei fiati alla Lenz, chitarre alla Steve Cropper e Wes Montgomery, crema di formaggio alla Dan Aykroyd, piano elettrico alla Paul Shaffer, un sorriso di Gilda Radner, una bistecca media cottura con salsa BBQ, Lincoln Continental con interni in pelle marrone, Mina a Studio Uno nel 1966, Tony De Vita e Pippo Baudo, la piadina di Sorrivoli, la faccia di Bob Dusi all’una di notte dopo sette ore di registrazione , la gentilezza e la pazienza di Checco, il nostro fonico, il vecchio Hammond c3 color noce che canta come la Callas e la vecchia batteria Hollywood di Simone che non riesce a demolire nonostante le lunghe percosse. Un bel minestrone caldo per combattere quest’inverno che non decide di mollare.
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Jackie Davis e l’inverno infinito.
2010
03.10
03.10