Paper.

2010
03.02

I miei migliori amici si contano sulle dita di una mano. Tutti i migliori amici solitamente. Sulle dita della mano sinistra di Django Reinhardt. Gli amici si distinguono fondamentalmente in tre categorie. Quelli che ti scelgono, quelli che ti scegli tu e quelli che decide la vita per te. Questi ultimi saranno quelli che rimarranno appiccicati a te come la tua faccia, come gli errori che non laverai mai e che poi un giorno dici “per fortuna!”. Paper e’ un soprannome, diminutivo di un altro: Papercristo. Era il 1988 e sembrava gia’ una grande conquista. Dividevo un appartamento ad Urbino gia’ da tre anni con un mio amico di Cesena, Il Terra. Terranova all’anagrafe. Stavamo nella zona alta della citta’, al monte, a pochi passi dall’accademia, in via Giro del Cassero. Eravamo al terzo anno dei cinque da scontare alla Scuola d’Arte, conosciuta come scuola del libro. Ci mancava un anno per diventare maggiorenni e per poter finalmente entrare alle proiezioni del mercoledi’ pomeriggio del Supercinema per l’appuntamento a luci rosse con le Moane e Lilli Carati nazionali. Non ci sarebbe stato piu’ bisogno di travestirsi da anziani con cappelli e impermeabili. Umiliante venir presi a pedate dalla maschera che puntualmente si insospettiva e ci veniva a cercare dentro con la torcia elettrica. Li chiamo gli anni del sole. La pioggia era ancora lontana e la luce colorava tutto di un giallo albume che si spalmava sui muri come burro sulle fette biscottate. Ero magro nonostante tutto quel burro. Io e il Terra passavamo le giornate ad inventarci un modo per non annoiarci e sebbene fossimo gia’ grandicelli e non giustificabili, non era raro che finissimo le giornate in cima ad un tetto a bersagliare file di panni stesi lindi ed immacolati a colpi di fionda e proiettili intinti nell’inchiostro. A comprare lacci emostatici in farmacia eravamo noi e la cricca eroinomane del centro ricreativo sopra la mensa universitaria. Noi per le fionde, ma possiamo ancora raccontarlo. Un altro passatempo dettato dalla noia era dare la caccia ai cosidetti “Normaloni”, ai nerds, ai ciccioni, ai brufolosi , agli scarti della natura a cui somministrare la nostra dose di cattiveria creativa. A volte in mancanza di materia prima finivamo per menarci io e il Terra. Eravamo una sorta di moderni Lepold e Loew, i crudeli assassini teenager americani degli anni 20 che massacrarono per gioco un loro cugino inerme. Vennero incastrati da un paio di occhiali dei due dimenticati sul luogo dell’omicidio. Consigliai al Terra di portare le lenti a contatto e di lasciare a casa gli occhialoni da Clark Kent. In disegno eravamo tra i piu’ bravi di tutto l’istituto, io sul versante cartoon e il Terra su quello dal vero. Di donne neanche l’ombra, a parte una mite ragazza ossuta e timida di nome Barbara che provava per noi un misto di repulsione e insana attrazione. Anche lei romagnola, anche lei esiliata in quella citta’ ostile e ventosa. Ventosa perche’ ci rimase attaccata addosso per cinque anni eterni e tutt’ora nella memoria come una bocca dal bacio infinito. Il nostro quartier generale era un fast food appena aperto nella piazza principale, sorto con la speranza di sfamare i pochi paninari presenti in quella citta’ ferma al rinascimento. Sebbene io e il Terra calzassimo Lumberjack e Timberton, potemmo divenire clienti indiscriminati. Si andava avanti a fishburger o a prestiti monetari. Per quelli ci pensava il nostro amico Latino, figlio dello stilista Pellegrini e collezionista di Timberland e viaggi in giro per il mondo. Un personaggio eccentrico pieno di soldi e con una passione insana per i film splatter e per Prince. Aveva tutto l’occorrente per girare cortometraggi , montarli e sonorizzarli. Se c’era bisogno di un attore a cui far fare le peggio cose, quello ero, in cambio di un prestito per arrivare a fine settimana o di un piatto di strozzapreti al Gorgonzola. “Dai Paglia ne giriamo un’altra e poi ci facciamo un piatto di strozzapreti al gongo!” Inutile spiegargli che si diceva Gorgonzola e non gongorzola, pagava lui. Cosi’ fiutato l’affare, si buttava nel calderone anche il Terra. Lo aiutava, lo consigliava sugli acquisti ( che bello comprare le cose coi soldi degli altri!) e si infilava nel suo armadio “ Ma sei sicuro che questo ti vada bene Lato? A me va di misura!” Cosi’ si combatteva la noia e si faceva finta di essere attori, registi, musicisti e maghi degli effetti speciali. La nostra vera grande palestra. Un giorno io e il Terra ce ne stavamo pigramente seduti sui gradini della chiesa di S. Francesco mangiando crescia ripiena con verdure cotte. Era l’ora di uscita delle scuole e probabilmente quella mattina a scuola non eravamo entrati per evitare un compito in classe. Terra era un genio per dribblare interrogazioni. Entrava in classe con un braccio fasciato o con una benda sull’occhio ed esordiva cosi’: “ Prof, se vuole mi puo’ interrogare ma ho passato tutto il pomeriggio al pronto soccorso ed ho potuto studiare soltanto stanotte…” Inutile dire che venivo sorteggiato io al suo posto, come se fossi il suo equivalente di impreparazione. Come il gatto e la volpe, uno valeva l’altro. Cosi’ ce ne stavamo seduti. Scrutavamo le nuove leve coi loro zainetti scintillanti a caccia di un qualche elemento difettoso su cui piombare come rapaci. Poi il nostro sguardo si appoggio’ su di un tizio strano seduto di fronte a noi, vestito in maniera curiosa e grasso abbastanza da incarnare il nostro oggetto del desiderio. Si, era grasso abbastanza da poterci salvare il pomeriggio. Capelli a caschetto modello Ringo Starr 1963, giubbetto di jeans striminzito, camicia grigia a costine gialle e cravattona del nonno a fioroni con nodo da mezzo chilo. Tra le mani un panino due volte la sua faccia e una cartellina di plastica trasparente contenente un album Fabriano A3. Perfetto. Il Terra gli si paro’ davanti, prese la cartellina e tiro’ fuori i suoi disegni pronto a vomitare sentenze. Lui, Velasquez, poteva farlo.
Invece mi chiamo’. Sapeva disegnare il ciccione. Era quasi deluso da quella sorpresa, avrebbe dovuto rinunciare a piegare quell’album in quattro e buttarglielo nel cassonetto. “ Prendi su le tue cose, andiamo a mangiare a casa di un’amica”, dissi. E lui ci segui’ come se fosse la cosa piu’ normale. L’amica era naturalmente Barbara. Abitava in una casa vicino al monumento di Raffaello e divideva le spese di affitto con delle puzzolenti universitarie sempre assenti ma gelosissime delle loro provviste nella dispensa. Quella dispensa diventava la nostra dispensa. La cosa faceva imbestialire Barbara che legavamo ad una sedia e scioglievamo a pranzo finito. Il nostro nuovo amico non venne certamente accolto con entusiasmo, ma dove si mangia in due, si mangia anche in tre. Il nostro nuovo amico diceva di essere di l’Aquila e ogni due parole esclamava “CRISTO!” Fu mentre lo disegnavo in una caricatura sottoforma di papero emulando una vignetta di Andrea Pazienza che ritraeva un Vincenzo(Paperenzo) Mollica versione papero, che non ricordandomi il suo nome lo soprannominai Papercristo. Luca non si addiceva a quella faccia, a quella stazza. Papercristo si. La sua camera in affitto vicino al piazzale Mercatale era un delirio. Tante, tantissime cose. A me e al Terra brillarono gli occhi come a Duffy Duck quando entra nella caverna di Ali’ Baba’: libri, fumetti, videocassette, pellicole super 8, vestiti ovunque, una collezione di cravatte a fantasie a rigoni a pois, giacche, cappotti, bottiglie di profumo, cineprese super 8, colori, pacchi di carta, matite, una telecamera vhs, temperamatite elettrici, cibo in scatola, buste Knorr, tonno, biscotti, latte U.H.T, un televisore portatile. Ora sapevamo dove trovare il nostro guadagnato posto al sole, la nostra pensione. Cosi’ Papercristo divenne semplicemente Paper e a lui piacque di piu’ perche’ richiamava l’idea della carta, la sua migliore amica. Paper divenne nostro amico inseparabile. Nel 1991 andai a vivere a Londra e nel giugno del 1992 quando consegui’ la maturita’ mi presentai come spettatore al suo esame indossando un cappello con le orecchie da Topolino. Volevo che ridesse mentre era sotto interrogazione, speravo ci cacciassero a pedate a tutt’e due. Nel 1994 ci ritrovammo a Londra a lavorare nello studio Amblimation al film Balto. Era sempre lui sebbene avesse perso 50 chili.Io ero fidanzato e spendevo tutti i soldi in dischi e mantenedo un caro appartamento ad Ealing Broadway, lui stava a pensione da una famiglia meridionale ad Acton, i Celentano che lo chiamavano “Luco”. Lui risparmiava ed io scialacquavo mentre del Terra arrivavano sporadiche notizie da Parigi. Nel 1996 ci trasferimmo a Cophenagen alla A Film studios. Io pero’ rimasi poco, volevo suonare l’organo Hammond che mi ero comprato coi minati risparmi di Londra. Lui vive ancora la ed e’ uno dei nostri cervelli in fuga, un disegnatore ed animatore talentuoso. Non ci vediamo da otto anni ma ci sentiamo quasi giornalmente. Il Terra passa a trovarci a natale. La moglie non crede alle mie storie di lui in versione teppista. Neanche lui ci crede piu’ ormai, e’ diventato un padre premuroso e un professionista dello studio di Renzo Piano. Latino come nelle migliori favole a lieto fine e’ diventato un regista di sit-com televisive e quando capita scrivo musiche per lui. L’unico cattivo sembro rimasto io. Ma questo e’ un dettaglio.

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