Risveglio a metà.

2010
03.01

La mattina capita spesso. Un senso di non appartenenza. Un sentimento di ansia e confusione. La sensazione di dover cominciare tutto da capo, da zero. E’ molto strano. Cerco di pensare a qualcosa di bello ma la sensazione e’ quella di una notte- bulldozer che ha ridotto ogni certezza in macerie. Mi alzo e sento la necessità di misurarmi con lo specchio, di guardarmi negli occhi, di trovare almeno là dentro qualcosa di familiare e concreto. Possibile che ogni giorno che inizia cominci col vuoto? Penso a quel film con Bill Murray. Mi guardo le mani. Funzionano bene e sono un po’ intorpidite dalle lunghe sedute di tastiera a cui le sottopongo in questo periodo. Ho tanto lavoro da mettere assieme e devo allenarle come se dovessero correre per le olimpiadi. La sera vado a letto tardi. Ho ripreso a guardare due, tre film per notte. Recupero un lungo periodo a digiuno da cinema, ma cio’ non giova poi tanto allo spirito. Mischio generi e attori. Scelgo film oscuri, quelli che ho rimandato per anni con la promessa che li avrei rivisti in un momento piu’ adatto. E spesso le promesse che mi faccio le mantengo. Dovrei trattarmi come una persona normale invece, deludermi, ingannarmi. Il tempo libero e’ sempre troppo. Ho lasciato crescere una barba folta per meta’ bianca, un motivo bicolore che ricorda la tomaia di una scarpa elegante. La gratto, la massaggio, la sento crescere e il fatto che mi copra la faccia mi rincuora. Sto preparando materiale per incidere due dischi e mi stupisco della mia velocita’ e vena compositiva. Spero si esaurisca presto altrimenti rischia di intasarmi la testa. Inventare mi vien troppo facile e subisco la frustrazione del non riuscire a vedere le cose finite in pari velocita’. Registrare e dare una forma concreta ad ogni brano richiede in realta’ uno sforzo e un dispendio di energie molto piu’ elevato. Poi una volta concluso il lavoro avviene il distacco, l’incapacita’ di giudicare , la noia all’ascolto, la non appartenenza al proprio creato, il rigetto e la voglia di essere gia’ altrove.Questo per fortuna soltanto in un primo momento, la musica va lasciata riposare, come l’olio appena franto. Ho inciso una cassetta che ascolto in macchina, una sessanta minuti col meglio di Sam Paglia. Mi ascolto e apprezzo a distanza, cercando di capire cosa mi passasse per la testa nel momento in cui affrontavo una scala, sceglievo un suono o semplicemente scovavo il miglior accordo a disposizione per cullare la voce di Sandra o un tema di Alex al sax. Divento spettatore di me stesso e capisco che la musica e’ roba viva, che matura, che cambia e pulsa di un’energia propria sempre diversa ed inesauribile. Ritrovo alcuni miei atteggiamenti, alcuni miei pensieri molto definiti, mi compiaccio della mia chiarezza di idee sul campo di battaglia e mi assolvo dai tanti peccati che mi attribuisco lontano dallo strumento, primo tra tutti quello di essere pericolosamente incoerente e di morire giorno per giorno per risvegliarmi quello successivo con lo stordimento di un bambino sballottato da un lungo viaggio. Il sonno mi consuma, il mondo onirico mi turba e scuote , ogni amore, persona, amico o defunto caro si mescolano in un carnevale delirante in cui i sensi e la percezione hanno l’intensita’ del dolore, del nervo scoperto. Spesso mi sveglio fradicio di sudore, percorro lo spazio che mi separa dalla cucina e butto giu’ bicchieri d’acqua. Apro e chiudo il frigo, un gesto meccanico che riassume il mio bisogno di aprirmi dentro e guardare come sto. La notte profonda tagliata in due dal ronzio del frigo e i pensieri che domandano il perche’ di un sogno cosi’ strano e fastidioso. Mio figlio nel suo letto pare ancora piu’ lungo e affusolato che da sveglio. Lo osservo e quasi mi sembra di violare la sua privacy di bimbo dormiente. Rimani bimbo ancora un po’ che fuori fa freddo. Mi gratto la testa, sono suo padre e sembra ieri che il figlio ero io. Con la barba cosi’ lunga e ispida mi sento meno figlio e piu’ padre, ma e’ un pensiero che dura il tempo di uno sbadiglio.
Torno a dormire. In testa mi si e’ impigliato un tema che ho scritto il giorno prima di cui non mi convince un passaggio. Sono uno che lima, sono un artigiano che vuole che ogni suo prodotto non abbia spigoli e giri bene. Sulla precisione di ogni mio brano non devo avere dubbi, sono puntiglioso e concreto. Il resto posso controllarlo appena, e’ una zattera in mezzo ad un mare arruffato come la schiena di un gatto.

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