Il senso.

2009
12.03


 

Un amico.  Mi mostra una copia del mio primo disco con una dedica chilometrica e una data che mi riporta quasi agli esordi, al 1999. I primi fans li trattavo bene e oltre alla firma aggiungevo disegni, scritte, e sciocchezze che a distanza rileggere un po’ mi imbarazza. Lo incontro nell’estate del 2007 e stranamente mi ricordo di lui sebbene siano passati tanti anni e lui sia dimagrito, sebbene in genere non abbia troppa memoria per le facce che in questo lavoro si moltiplicano come pagine di un calendario. Vuole subito una foto con me. Mi racconta di una malattia che lo ha inchiodato a un letto d’ospedale per due anni  e me lo dice sorridendo, come se stesse raccontando la vita del suo peggior nemico. Ha perso un po’ la vista, parte dell’udito, si muove lentamente come se fosse in bilico su di una corda in cima ad uno strapiombo. Sorride e mi appoggia una mano sulla spalla. Sorride e il suo sguardo e’ dolce. E’ musicista anche lui ma e’ tanto che non suona ed e’ contento di vedermi col mio trio nella sua citta’ dopo otto anni che non ci vediamo. E’ venuto apposta. Certe persone si conoscono appena  ma  si aggiudicano un posto d’onore tra gli amici. Immediatamente. Quasi  bastasse una parola a codificare una password segreta , quasi si fosse amici da sempre e il disordine della vita ci avesse confuso e sparpagliato in mezzo a sconosciuti per troppo tempo. Alcuni li incontriamo sui libri, nei dischi, nelle opere d’arte anni dopo la loro scomparsa, vivi e scalcianti. Chi ci da piacere e’ amico nostro per forza. La musica unisce e parla la sua lingua universale a noi fratelli di passione e solitudine.

Non so se e’ giusto scrivere queste righe. Dovrei tenermi dentro qualcosa a volte, ma ho paura che marcisca e muoia con me. La morte e’ una cosa viva. Mi spaventa quasi come la vita. Ci penso di continuo per tenerla il piu’ possibile impegnata altrove, lontana dagli amici e dagli affetti. Prenditi gli estranei, quelli che sono un numero alla televisione e al massimo si abbassa il volume o si cambia canale. E siamo tutti estranei.  

La vita e la morte non si incontrano. C’e’ una oppure l’altra e non dovrebbe preoccuparci tornare a non essere come lo non siamo stati prima di nascere. Non ricordo dolore, ne’ provo rancore. Un sonno ovattato, senza desideri  e sogni. Poi improvvisamente arriva la vita e diamo per scontato che non sarebbe potuto essere diversamente. C’e’ un regno dei cieli, un tizio con la barba bianca, c’e’ un paradiso zeppo di vergini da conquistare a costo di farsi esplodere in metropolitana, c’e’ la possibilita’ di tornare a vivere ancora e ancora, sotto forma di gatto o istrice o tarlo. Viviamo e par non bastare mai. Sgomitiamo per meglio esistere. Serve a poco costruire porte blindate. Quello che ci prendiamo e non restituiamo non l’abbiamo mai posseduto. Rimane l’antica domanda del senso. Lo scopo, il fine, la risposta unica che vogliamo ma che viver senza porsi, forse non cambierebbe le cose.

Parlo con lui. Lo chiamo al telefono una sera dopo aver letto un suo messaggio che mi uccide, un messaggio crudo che se fosse uno scherzo sarebbe di cattivo gusto e idiota. E’ l’essenza della morte che parla attraverso la vita. La vita umiliata dal suo stesso contrario che cresce e si nutre di lei. Ma non voglio che sia cosi’. Non deve essere cosi’. I medici non danno speranza alcuna. La cura e’ sospesa, tutto inutile. Si dice infuriato, deluso, spaventato, disperato.  Mi appoggio al lavello della cucina, ascolto una voce che non dimentichero’ mai. E’ viva e reclama vita. E’ l’adesso che non si puo’ contare coi minuti, quello che sedimenta nella propria anima e ci aiuta a fare i primi passi nel sentiero piu’ buio e stretto dell’esistenza, quello che vorremmo sempre illuminato a giorno . “Non ho mai creduto in un Dio e non comincero’ adesso.” Mi dice, e  prosegue: “Per cui non so a chi rivolgermi, senza fede e’ davvero piu’ dura.”

Se non e’ fede questa. Nella negazione ha reso l’idea dell’unica cosa che pare averci in pugno l’esclusiva della nostra esistenza. La mia voce rimbalza tra le pareti della mia casa e le mie orecchie mi ascoltano per scoprire cosa posso dire, se ancora qualcosa di inconfessabile riesco a rubare dal mio stesso cuore. Dico che invece il senso c’e’. Dico di non mollare, di vivere e continuare a fare tutto quello che ogni giorno ha fatto prima d’ora, anche coi limiti del fisico, andando contro la stanchezza e il dolore. Lo avevano dato per spacciato tre anni prima ma ha lottato e a sorridere come neppure io riesco a fare quando le cose mi vanno per il verso giusto. Gli assicuro che in tre anni qualcosa ha fatto per se’, per gli amici, per suo padre che sembra il suo fratello maggiore: ha contribuito ad alimentare ancora di piu’ il suo essere unico,  la costruzione del suo io. In questi due anni ci siamo incontrati di nuovo, siamo diventati amici e abbiamo scoperto molte passioni in comune. Gli parlo dei miei amici, di Uncle David che sarebbe felicissimo di scoprire che ha gli stessi dischi rari suoi, la stessa passione per le Cadillac e per le Continental anni 70 coi fari a scomparsa. Gli parlo di tutti quei miei amici che chiamo affettuosamente Weirdos ai quali  con piacere aggiungo il suo nome. Musicisti, artisti, perditempo, geni e folli, personaggi insostituibili di un presepe bizzarro che non annoia mai e aspetta Gesu’ bambino in arrivo con un’astronave da Plutone. Gente che sulla  vita ha imparato a farci surf, fin dalle onde piu’ basse, fino a montare ruote per affrontare la secca, fino a schiantarsi sul cemento e riderne.  Non e’ facile ma il senso si trova. Il senso sta in quello che si e’ e nessun altro puo’ clonare, riprodurre. Il senso sta nella condivisione di questo teatro assurdo che e’ il presente, il senso sta nel come siamo noi, vampiri della vita, avidi di bello e attenti nel costruire il proprio gusto su larghe fondamenta, testardi nell’inseguire le proprie emozioni come luci di posizione nella nebbia, nell’ esaltare le debolezze nostre nel paradosso e nel riso al fine di non averne paura, attenti a svelare i sentimenti in un gesto soltanto , nell’ innamorarsi di un’idea ancor prima che di una banale realta’, a  mischiarci nel difetto fino a non sentirne piu’ l’odore  forgiando  con la pazienza dei giorni che paiono inutili un monumento a se stessi uguale a nessun altro e per sempre.

“No amico mio, non si puo’ morire. Siamo stati vivi fino ad ora e si deve andare avanti!” E comunque la battaglia e’ vinta, sconfitta dal tuo sorriso che diventa anche il mio.

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