A song for you.

2009
11.23


 

Una mattina qualunque di un giorno qualunque.

So solo che e’novembre, so solo che ho voglia di imboccare l’autostrada e sfidare qualsiasi mezzo con la mia 2300 coupe’ tirata a lucido e ascoltare i migliori dischi della vita a tutto volume. Maglioncino a lupetto e cappotto marrone spinato. Guardatemi sono diverso da voi , faccio 5 km. con un litro, il mio migliore amico di nome fa Fender Rhodes e divoro pistacchi rubati a piene mani dal cestone della Coop. Mi piace l’Iran, non so nulla di lui, ma mi piace.  Molti giorni senza sigarette ormai. La pelle torna ad avere sfumature di rosa che avevo seppellito sotto al bitume. Ho una bella pelle morbida quando mi rado con amore, con quella cura che solo la propria faccia merita. Temevo questo novembre come capita ciclicamente ogni anno arrivati a questo punto. Lo temo ma ci sto in mezzo con coraggio e facendo profondi respiri. Ho le mani spaccate e tagliate dal lavoro ma mi sento bene e ho qualche soldo in tasca. E poi ,cosa fondamentale, sono bello. Corre la gloriosa sei cilindri e dribbla camion rozzi  pieni di Calabria e Olanda. Potrei uscire al casello di Rimini Sud ma non avrebbe tanto senso: la Dimar non esiste piu’, la mia storica morosa degli anni ottanta e’ svanita nel nulla dopo che senza piu’ rancori ci abbracciammo fraternamente in un parcheggio a moneta, mentre la splendida libreria Gulliver e’ diventata un franchising Mondadori ed ha gli stessi libri dell’ipermercato ma nelle versioni cartonate. Ci sarebbe il mare d’inverno, ma quello lo conosco fin troppo bene e di fare il vitellone solitario a passeggio tra le nebbie e i gabbiani non e’ nelle mie corde di poeta autunnale. Non piu’. Corro per trovare qualcosa di cui avverto un flebile richiamo. Imbocco la statale per S. Marino e mi arrampico tre le Porche Carrera e Ferrari targate RSM. Inutile sfidarle in ripresa al semaforo rosso, loro possono sul serio umiliarmi. Sono le nove del mattino e a mezz’ora dal mio letto mi ritrovo all’estero. E si vede che siamo all’estero, il loro centro commerciale su quattro piani vanta un negozio di strumenti musicali e un negozio di dischi come si deve. C’e’ quasi un sapore aeroportuale in questo pianeta di scale mobili e donne delle pulizie alle prese con vetrine e corrimano in alluminio. Mi piace questa mattina insolita, catapultato in un non- posto come Heathrow, lontano dai banchi della scuola elementare, lontano dalle spiagge assolate, lontano da lei, lontano dai migliori amici, lontano dall’appetito, lontano dal pianto e vicino all’odore di detergente per pavimenti  appena lambito dal profumo di caffe’ di un bar arredato in acciaio e cristallo blue oltremare. Mi tuffo nel negozio di dischi, sono il primo cliente e alle mie spalle si spegne il fischio di un aspirapolvere. La sezione dedicata alla musica soul e’ vastissima. C’e’ anche Naomi Shelton in vinile, guarda un po’. E questo cos’e’? Un live di Donny Hathaway? Un live che non ho? Io, fan sfegatato di Donny non possiedo questo disco? Previously unissued? Ah, ecco, i conti tornano. Devo ringraziare Arif Mardin per l’iniziativa, non appena lo incontrero’ al Bar Centrale per il consueto torneo di maraffone. Gesu’ che bello! Il live si apre con Flying Easy e Valdez in the country, due brani strepitosi del suo album “Extension of a man”, uno dei dischi fondamentali della mia giovinezza, il suo ultimo disco di studio. Scoprire a distanza di anni l’esistenza di versioni live di quei brani che conosco a memoria nota per nota e’ emozionante. Donny Hathaway e’ qualcosa di sconvolgente, non scolorisce come certe passioni, vive nel solco delle registrazioni ed entra dentro come un morbo, entra e pulsa col tuo cuore per non morire mai, parassita dell’anima che non si vuole debellare. Come Otis Redding, Billie Holiday, Nick Drake, Duke Pearson, Yusef Lateef, Larry Young, Gary Mc Farland, John Coltrane, Jeff Buckley  tutti coloro che hanno impresso nella loro arte qualcosa di tragico, sublime e unico quasi  potessero preannunciare il loro destino buio e breve e raccontarcelo in eterno con voce e strumenti. Donny Hathaway mi spacca in due. Mi spacca in due come scrive, come canta, come suona il piano acustico,come suona il Fender Rhodes, il Wurlitzer, come suona l’Hammond, come arrangia, come si veste. Mi spacca in due sapere che era pazzo e sentiva voci sussurargli cose all’orecchio. E allora piango quando leggo e scopro quello che non sapevo ma percepivo dalla vibrazione celestiale di quella voce. Piango quando finisce tutto in un volo, lanciandosi da un palazzo di New York la mattina del 13 gennaio del 1979. E allora capisco molte cose. Ascolto ogni sua nota con parsimonia perche’ ultima e infinita, ascolto ogni sua parola che chiede aiuto, leggo ogni suo sorriso come un tenero arrivederci. E penso anch’io di essere uno spostato a modo mio, incapace di reggere troppi pensieri belli, troppa gioia, troppe idee, troppa musica, troppo amore e troppo odio mischiati insieme in un pastone che preme contro le tempie e fa male, e le voci le sento anch’io, e vedo persone morte e sogno amori franati e non mi do pace e cerco nel lavoro di nascondere quello che sono e spacciare per gioia elettrica la mia vita inquieta minata dall’interno. Credo di essere un essere umano e cio’ e’ spaventoso. Racchiudo il disco live del Genio supremo in una cassetta da novanta. Non ho mai capito perche’ registrare una cassetta da novanta richieda un pomeriggio intero anziche’ soltanto novanta minuti. La mia macchina e’ antica e l’ascolto non ammette modernismi. “Yesterday” come per miracolo diventa un pezzo di Donny Hathaway come accadde con “I can’t get no satysfaction” cantata da Redding. La versione di Donny di “A song for you” di Leon Russell arriva ad essere insostenibile. Devo fermare la macchina perche’ non posso guidare con gli occhi bagnati che tutto deformano. Perche’ e’ una canzone per me. Ma anche per te.

Your Reply

You must be logged in to post a comment.