Come descrivere quella vibrazione di benessere che ci prende per pochi secondi e ci restituisce tutto il segreto del creato e della bellezza concentrati in un momento che non e’ gia’ piu’ ? No, e’ troppo breve per lasciare un ricordo, va consumata all’istante. Esiste soltanto l’infinitesimo istante, il resto e’ una libera trasposizione teatrale della vita. Nina Simone roca e antipatica per scelta non e’ soul e non e’ jazz, e’ se stessa e vive e nel mio stereo. La porto con me in campagna, la’ dove comincia l’odore marcio del mare che non e’ piu’ inverno ma neppure stagione di fiori. Ecco due cacciatori in mimetica a caccia di fagiani coi loro cani ignoranti. Finiteli tutti, fate sparire tutti i fagiani, mangiatene fino a scoppiare e tornate a sparare alla prossima specie fino a farla sparire e poi di seguito. Immagino vada a finire cosi’. Vedremo gruppi di cacciatori entrare alla Coop e sparare su polli Amadori nel cellophane, su cereali Kellogs e riempire carrelli di merce crivellata dal piombo. Sparare e’ vitale per chi sta al di qua della canna. Ho tutto il tempo che voglio e neppure un soldo in tasca, sono perfetto. Mi hanno tolto il mio passaggio a livello preferito, quello che faceva spegnere il motore e pensare per un attimo a dove andare. Niente piu’ semafori e passaggi a livello, rotonde e sopraelevate al loro posto, non dobbiamo piu’ fermarci ma proseguire e arrivare e ripartire e consumare e non pensare. Io che una volta scrivevo il mio diario ai semafori rossi e riflettevo se fosse giusto uccidermi e quante persone sarebbero venute al mio funerale. Guardavo il treno passare e invidiavo i suoi passeggeri soltanto perche’ erano sopra ad un treno con la chiara intenzione di arrivare ad una destinazione. Poi vedevi sempre un bambino che salutava, per l’ultima volta prima che diventasse grande. Qualsiasi strada io imbocchi e’ quella buona, ho finito la scuola, ho finito gli anni degli sbagli, ho finito gli inchini di riverenza verso chi temevo e ossequiavo, ho finito la paura e l’ansia ma non il morbo creativo.Ogni volta che credo di essere diventato sterile, la vita mi ingravida di un’idea. Corro e il muso della mia Cadillac arriva sempre prima di me, lungo e lucido come una portaerei. Esiste solo cio’ che voglio io e poco mi importa del resto. Sono tutto cio’ che volevo essere e anche di piu’. E il brivido della vita che e’ bella davvero, a differenza dei film di Benigni, sembra generoso e ha deciso di rimanermi appiccicato addosso un istante di piu’.
Archive for marzo, 2010
Living Room
03.16
Living Room.
Eccoci di nuovo a Lugano. Eccoci di nuovo al Living Room, un locale che ci vuole bene e che ci ha scelto per festeggiare i dodici anni di attivita’. Ci aveva gia’ scelto anche per i suoi dieci anni, ma 12 suonava bene come la maturazione di un Whisky pregiato e forse ness’un altro meglio di noi avrebbe potuto rappresentare ancora una volta sul palco quell’ubriachezza molesta di suoni italici e ruspanti che vantiamo di avere ormai in pochi. Proiettano foto dei loro esordi sulle pareti nere del club e in mezzo alle diapositive ci sono anch’io con la faccia da ragazzetto, i baffetti sottili, i capelli neri e le Marlboro morbide sull’Hammond verde pistacchio. Io al clavinet che canto ed Enrico con un basso elettrico o con la sua tromba color ciliegia nella foto successiva. La ricordo bene quella serata, io Enrico e Mr.Canducci ci devastammo di bevande truccate e non so come riuscimmo a tornare all’albergo, mentre gia’ albeggiava, in quello stato pietoso. Ricordo che salii alla guida del vecchio Transit bianco e poi…un buco nero, piu’ nulla. La scena successiva nella mia memoria e’ quella di noi in dogana a cambiare i franchi svizzeri e a discutere se o meno fermarci al McDonald di San Zenone. Eccoci di nuovo a Lugano, quasi Italia, una citta’ strana che mi ricorda la morte. La morte idolore. Anzi un limbo piuttosto, un galleggiare di esistenze miti e serene cullate dalle banche e dai segreti impenetrabili. Il lago che sa di commedia all’italiana, di Alberto Sordi che traffica in valuta e di nightclubtropez sotterranei farciti di donnine, Moet et Chandon e nuvole di Parisienne. Le radio svizzere mandano in onda a rotazione la mia Donna scimmia ma per dispetto non la suoneremo questa sera. Ancora una volta mangiamo troppo e pericolosamente a ridosso della nostra performance: bistecche di puledro, costate di manzo con l’osso a T, patate al forno grosse come cazzotti e dolci allo zabaione. Lo zabaione e’ il colpo di grazia e mi si ribaltano gli occhi all’indietro. Mio fratello scuote la testa e mugula:” Tse’ voleva lo zabaione, guarda come sta messo adesso.” Ho deciso da tre giorni che smettero’ per sempre di fumare e non appena Bob mi fa cenno di uscire dal ristorante per una sigarettina, lo seguo scodinzolando. Il club brulica di giovanissimi. Troppo giovani. La meta’ potrebbe chiamarmi papa’ anche soltanto per la barba cespugliosa che lascio crescere a dispetto delle smorfie di schifo di mio padre. Lui che metterebbe in galera tutti quelli con la faccia ricoperta di peli. Quando il nostro vecchio piomba in studio mentre facciamo le prove e ci sorprende con la sigaretta a penzoloni dalle labbra curvi sui nostri strumenti, ci guarda e dice: “Ecco, tre stronzi con la sigaretta, fumate fumate! Oppure: “ Dovreste suonare in smoking bianco come usava nelle orchestre che sentivo in riviera quando ero giovane. Barboni!” Ma torniamo al Living Room. Le luci sul palco sono forti e la macchina della nebbia sta invogliando l’uomo lupo ad uscire a caccia di vittime innocenti. Lo zabaione preme alle tempie e lascio che il movimento della gente decida la scaletta dei brani. Alla fine si innesca il pilota automatico e si scivola verso un delirio di psichedelica improvvisata che piace e fa ballare. Ormai sono le mille meno un quarto, mancano due ore al sole e lo zabaione mi ricorda che sono vivo. Il buio s’e’ preso le belle ragazze e tutta la voglia di rimanere a ciondolare al bar. Gli irriducibili si attaccano addosso come cozze allo scoglio e pretendono che tu ti ricordi di loro, di quella volta che suonammo sul battello sul lago fino a mattina nel 2001. “Certo che mi ricordo di te caro, come potrei dimenticare la tua faccia. Vai a nanna pero’ che e’ tardi.” Eccola Lugano di notte, silenziosa e pulita e molto poco italiana. Ecco il nostro albergo e una tv che parla francese… e chi se ne frega di ascoltare un cazzo di francese che alle sei di mattina mi parla di architettura. Buona notte ragazzi, il primo che si sveglia faccia la cortesia di riaddormentarsi. Ma sospetto che prima di me sara’ lo zabaione a bussare alla porta e a scaraventarmi giu’ dal letto.
Johnny Cash.
03.15
E’ un Marzo country. Le giornate cominciano a stiracchiarsi dall’intorpidimento invernale, si distendono e allungano come risvegliate dalla lunga pennichella postprandiale. La luce comincia a solleticare l’appetito di vita e il motore della mia gloriosa sei cilindri comincia a girare liscio senza sussulti e strappi. Oggi l’ho lavata tra le spazzole a gettone e l’ho portata a specchiarsi in giro per il paese. Qualcuno che mi conosce da sempre, sembra evitare di salutarmi da quando cavalco il nuovo cavallo impomatato che sembra indicare un’ improvvisa impennata della mia qualita’ di vita. Probabilmente risultavo piu’ simpatico sulla vecchia Ford blue con gli interni squarciati e le lattine vuote di chinotto ovunque. Tranquilli sono soltanto piu’ scialacquatore di prima, ci sto ben attento a fare i soldoni. Ho fatto spesa e ho scelto la frutta e la verdura come se avessi avuto a pranzo la regina. Ho comprato anche il polipo, le code di rospo, le seppie e una scatola di gamberi argentini da cinque kg. Non mangio gamberi, ma non rinuncio al piacere di pulirli e cucinarli. Ho inventato una ricetta con zenzero, limone, zucchero di canna e vodka. Li guardo malinconico diventare rosa in padella nello sfrigolio di olio e fumi aromatici. Prima o poi finiro’ per buttarmene uno tra i denti e buonanotte. Un periodo strano e favorevole. Sono stranamente tranquillo e non riesco a mettermi fretta per nulla. Lo studio dove sto registrando alcune cose all’Hammond accompagnato da Bob e Simo sta catturando un sound che cercavo da tempo, finalmente ho trovato un suono di organo come inseguivo da anni, crudo e tagliente e caldo come amo sentire nei dischi di cinquant’anni fa. Finito questo lavoro potro’ fare altre cose, il conto sara’ chiuso e non dovro’ piu’ inseguirmi con la paura di non prendermi. Per quanto mi riguarda registrare il suono giusto abbinato ad un brano che funziona e sta in piedi da solo senza dovergli tenere la mano, e’come costruire un gradino e salirci sopra senza la voglia di guardarsi indietro. Prima di ogni sua esistenza concretizzata su supporto, ogni brano musicale soltanto pensato puo’ maturare in una specie di ossessione, scivolare tra le maglie dei pensieri piu’ bui e assumere mille forme. Inutile cercare di capire il fatuo mondo degli artisti, i nostri valori, le nostre misure sono inapplicabili alla vita terrena ma pesano come macigni quando diventano scelte sbagliate. Scrivo e registro cose nuove nel silenzio, lontano dai miei dischi del cuore. La musica che viene da dentro ha bisogno di scoprire le proprie orecchie il piu’ possibile sgombre e innocenti. Sarebbe come sovrapporre due storie d’amore. Un disastro. Mi va di ascoltare altro pero’ in questo periodo. Meno jazz e soul. Ho voglia di entrare in una dimensione familiare che non ho mai davvero approfondito, quella del country o meglio, quella del genere Johnny Cash. Perche’ Cash, come ogni genio musicale fa genere a se’. Cash mi e’ molto familiare, come un parente che si incontra spesso di cui si sa poco o nulla ma che si saluta in maniera affettuosa. Fin dai primi giorni della mia vita, da subito sentii girare sul piatto dello stereo un disco di Johnny Cash oppure di Woody Guthrie, Pete Seeger o della Carter Family. Quella musica era parte di quella casa come lo erano le pareti o i mobili rustici in abete della mia cameretta. Era la musica che entrava dentro senza che mi chiedesse permesso e sebbene non l’amassi particolarmente, perche’ da subito fui folgorato dall’esistenza del pianoforte e dall’iconografia del jazzista negro seduto sullo sgabello con sigaro in bocca, bombetta e panciotto sbottonato sulla camicia a righe, divenne quasi esclusivamente la colonna sonora della mia infanzia. Poi mio padre alla chitarra sul divano di casa. Finito il disco cominciava lui con gli stessi dannati tre accordi che raccontavano del bandito, del fuorilegge per la buona causa, dell’eroe, della bella, della catapecchia vicino al fiume, delle Colt “peacemaker”, dei cercatori d’oro e di qualche brutale linciaggio in nome della legge forcaiola. Non avevo scampo, se non quando sul giradischi ci finiva qualche calipso di Belafonte o qualche gorgheggio di Miriam Makeba. Adesso ascolto Johnny Cash e godo della sua musica quasi elementare ma mai scontata, dei testi fantastici che riesco a capire e che mi fanno sorridere e pensare. Ascolto con trasporto il live nel penitenziario di S. Quentin , il boato esultante dei detenuti che diventa parte del brano e da i brividi. Il testo di “Man in black” e’ poesia pura e possano andare in malora tutti quelli che l’hanno copiato in seguito, anche in Italia. C’e’ l’America rurale che pulsa in quelle canzoni, gente con la camicia a quadri e la birra facile, l’America degli spazi aperti e della gente disperata, l’America delle storie semplici e tragiche della vita, l’America che forse non esiste piu’ o che fa comodo tenere all’ombra dei grattacieli, l’America che fece innamorare il giovane cuore di mio padre. Ci sono arrivato un po’ tardi, ero molto preso da me stesso, ma adesso capisco la sua passione, i suoi valori, la scorza apparente da orso e la voglia di stare a mezze maniche anche d’inverno. Ascolto la musica e ancora una volta mi viene rivelato qualcosa attraverso essa. Non c’e’ cosa piu’ potente della canzone, della voce, del testo e di una chitarra da quattro soldi imbracciata come una mannaia a caccia di anime da spaccare in due.
Piaceri e costi.
03.14
Eccoli. Sapevo che li avrei trovati davanti alla banca. Mi hanno visto. Il piu’ piccoletto si sporge sulla strada e comincia a fare ciao ciao con la sua palettina mentre il collega tiene stretto il suo bel mitra color pece di cui si distingue soltanto la feritoia dell’otturatore color argento. Un brivido mi percorre la schiena e sono felice, so di essere in contravvenzione e stringo il volante con gioia. Rassicuro la mia Taunus Coupe’, e’ la sua prima multa a ben pensarci. Non le faranno niente, al massimo qualche apprezzamento e sicuramente vorranno vedere il suo splendido sei cilindri a V. “ Stai tranquilla piccola, papa’ sa quello che sta facendo.”
“ Mi favorisce la patente e il libretto di circolazione? ”- “Certamente, eccoli qua, gia’ pronti! ”- “ Cos’e’ una Ford Capri questa? ” – “No, le assomiglia un poco pero’, per via del fatto che e’ un modello coupe’ ma…”- “ Lei e’ in contravvenzione, lo sa vero? L’abbiamo vista segnalare altri automobilisti con le luci abbaglianti.”_ “ Si, si, l’ho fatto.” -” Lo sa che e’ contro il regolamento? ” – “Si, si, lo so. Ci scappa anche un puntino dalla patente!”- “ Perche’ lo ha fatto allora? ”- “ Per il piacere mio.La paura e i suoi effetti benefici.”- “Ah, bene. Se le fa piacere anche pagare.”- “Fa parte dell’accordo. Le emozioni vanno pagate. Anzi voglio farle i complimenti per la prestazione…ho avuto un brividino appena ho visto la paletta, sa? La serata e’ rimediata.”- “ Cosa intende dire? ”- “ Nulla, dico che state facendo il vostro lavoro e sono contento di pagare.”- “ Lei ha voglia di fare lo spiritoso, vero? ”- “ No, ma se godo, voglio pagare. Se vado con una puttana, pago per una prestazione. Altrimenti starei a casa con la fidanzata o andrei al cinema o al bowling, o a teatro, oppure andrei a fare tanta nanna o a tirare due freccette al pub se fossi a Leeds. Lei magari non sa neppure dov’e’ Leeds. Capisce che pagare e’ un premio sia per chi da che per chi riceve? Sia ben chiaro, io a puttane non ci vado, sfogo cosi’! ” –“ Lei ha dei problemi deve farsi vedere.”- “Certo che ho dei problemi, non ho bisogno di sentirmelo dire da lei. Non me ne andrei in giro a caccia di multe per il gusto di eiaculare alla vista della paletta. La multa lei pero’ me la deve fare, altrimenti non e’ professionista e potrei intendere che lei lo fa anche per piacere suo. O perche’ le sono simpatico. La cosa mi infastidirebbe. Ci conosciamo appena e certe confidenze mi sembrano un po’ premature.”- “Lei rischia grosso. Sta prendendo in giro L’arma dei Carabinieri , lo sa questo?”- “ Lei non capisce, io sono disposto a pagarla anche di piu’, ma non mi tratti come uno scemo.” – “ Guardi, la chiudiamo qui e mi fa la cortesia di andarsene .”- “ No, non se ne parla. Io ho goduto e io VOGLIO pagare.”- “ Mi faccia la cortesia, metta in moto e vada.”- “ Mi fate sentire un’approfittatore. Ho spruzzato la mutanda e non mi va di chiuderla cosi’. Controllate se sono a posto con la macchina, bollo, revisione, luci, che cazzo ne so? Siete voi gli esperti della tortura!”- “ Buonanotte. Prego vada.”- “ Mi dia almeno un’indirizzo, il nome di un posto per mandare un paio di panettoni e un moscato per le feste di natale.”- “ Adesso venga fuori dalla macchina, lei e’ in arresto.” -“Davvero? Mi prende in contropiede. Potrebbe ripetermelo lentamente. Lentamente.” – “ Lei e’ nei guai.”- “Bene, benissimo. Poi pero’ voglio pagare. E domani tra noi solo buongiorno buonasera. Non si faccia illusioni.”
Senza bussola.
03.11
11 Marzo 010.
Nello stereo gira il master di un disco jazz di Andrea Pozza, un talento del piano che incide per la Dejavu’ la stessa etichetta del mio Electric Happiness. Mi hanno commissionato di farne la copertina definitiva, un disegno astratto tipo copertina snob-jazz anni 50/60, quelle combinazioni immagine-musica che fanno sentire subito colto chi lo acquistera’ senza bisogno di ascoltarselo. Io ci compro i libri per la copertina e la bellezza della costa, mica li leggo poi. Mi piacciono i libri usati, un po’ consumati e gia’ digeriti. Mi piace trovare i libri a pochi centesimi e godere di una lettura economica. Compro cosi’ anche videocassette, al chilo, meglio se un po’ smagnetizzate e con l’audio debole. Mi aiutano a seguire meglio il film, altrimenti la qualita’ mi distrarrebbe dai contenuti. Mi piacciono le donne imperfette per lo stesso motivo purche’ il difetto non sia la noia che producono. Ma questo c’entra poco con la giornata di oggi. Poco fa nevicava, e anche questo sembra c’entrare poco con le aspettative di Marzo. Una volta sarei potuto impazzire dal nervoso vedendo nevicare a Marzo. Avrei preso a calci sedie, sbattuto porte, fracassato mobili e fatto volare per aria cassetti e librerie. Una volta bastava poco per accendermi . Adesso e’ diverso, adesso rifletto e lascio che sia, come se nulla mi riguardasse direttamente. Prendo tempo, penso il giusto e tengo addosso i pantaloni un paio di giorni in piu’. Io e il mio amico Paolo scambiamo opinioni sul mercato musicale, io la faccio, lui la musica prova a venderla. Sono tempi durissimi e nessuno pare averci la bussola per capire come si e’ girati rispetto al futuro. Alla gente non frega piu’ un cazzo di niente, alla gente e’ sparito il prurito, il desiderio, la curiosita’ di farsi rapire da un progetto, dal suono, dalla magia che ormai pare svelata e alla portata di tutti. Se qualcosa desta interesse e’ per poco, un consumo veloce che brucia ogni residua molecola di promessa e stabilita’ temporale. Il potere oggi sembra lo gestisca la noia e non la ragione, ne’ il sentimento. E’ l’anarchia votata all’annullamento di qualsiasi cosa. Vale tutto: calci, pugni, revolverate, baci, schiaffi, bombe, fiori, caramelle, neve, fuoco, macerie, talento, dilettanti, mostri, bellezze, morte, gioia, pianto, bruttezza e carte di credito. Non bisogna farsi illusioni, le cose non cambieranno finche’ tutto avra’ apparentemente lo stesso valore, questo in nome delle pari opportunita’, una democrazia che e’ diventata schizofrenia e subdola dittatura gestita da una maggioranza di avidi inetti. Bisogna continuare a godere del nostro lavoro, e’ l’unica cosa che conta. Avere rispetto di noi stessi e di chi ci segue, fosse anche numericamente piccolo, il pubblico, le singole persone che ci riconoscono un posto nel loro tempo, sono preziose e non vanno considerate come soltanto potenziali acquirenti di un prodotto, ma sostegno di un’anima e di una concreta idea che per esistere si nutre anche di consensi e sorrisi. Adesso provo a ritrovarmi, ad esistere un po’ meno, a rallentare le cose come quando da bambino pareva che non succedesse mai nulla e la vita era come un susseguirsi di giorni uguali ripetuti come dentro la ruota di un criceto in gabbia. Invece la vita c’era, silenziosa e precisa, nascosta nel desiderio di cambiare le cose partendo dai problemi piu’ semplici fino ad imboccare la strada dei sogni.
Jackie Davis e l’inverno infinito.
03.10
Un inverno infinito. Mi sta letteralmente scorticando le voglie e il desiderio. Il medico prescrive farmaci per i miei variegati dolori mentre la televisione mi tende la mano per guidarmi negli abissi della sua melma profonda. Se si facesse una colata di gesso sul mio divano, il calco avrebbe la mia forma. Me, disteso con un libro in mano e la ciotola di Dixie al mio fianco. Fuori il buio cupo dell’apocalisse, la pioggia che scompigliata dal vento cade con un’angolazione sempre diversa e sempre violenta. Lascio crescere la barba, mi incuriosisce vederla incresparsi in un reticolato sempre piu’ fitto ed impenetrabile, una barba da Hemingway, da Bukowski, da pigiama e caffe’ d’orzo e telepromozione di materassi in lattice. Una barba da Garibaldi. Devo trovare la voglia di leggere una sua biografia regalatami da mio padre due natali fa. Intanto mi limito ad immaginarlo col suo cavallo bianco entrare nella casa del GF10 e dispensare sciabolate e a mutilare quell’esempio avvilente di unita’ d’Italia. Mi impongo di aprire il pesante tomo del grande condottiero e dare senso alla mia barba per meta’ bianca. Invece e’ un periodo creativo,per grande fortuna, non posso lamentarmi. L’unica cosa certa e’ che sotto promessa di denari la mia creativita’ diviene pressoche’ cosa illimitata. L’anno e’ cominciato bene e anche se la salute ha visto tempi migliori, la cosa piu’ importante per ora rimane averci un impegno e pensare il meno possibile. Creare e divulgare, impegnarsi ad allungare la propria vita e a lasciare piu’ punti possibili di se’ da unire partendo dal numero uno fino all’ultimo e scoprire cosa ne verra’ fuori. Lo scopriranno gli altri, sta a noi inventarci il disegno che meglio ci rappresentera’. Ma l’importante e’ godere del presente e sentirsi appagati, utili, intelligenti e vivi. Stiamo registrando un disco in tempi da record. Un disco su commissione, per cui sicuramente di buona fattura e resa. Dove non ci metto troppo il cuore crescono prodotti piu’ liberi e disinvolti. Abbiamo affittato uno studio di registrazione in cima ad una collina e a pochi passi da un castello medievale che nasconde un ristorante ottimo a prezzi popolari. Il tutto a circa tre quarti d’ora da casa. L’aria e’ pungente e le tagliatelle di lassu’ hanno tutt’un altro carisma. Dobbiamo riuscire a star nei tempi prestabiliti, ma la neve di questi giorni ci sta rallentando la tabella di marcia. I pomeriggi che saltiamo li passo a casa ad ascoltare dischi che mi suggeriscano qualche idea per i suoni, gli arrangiamenti e i temi. Il lavoro che mi e’ stato assegnato e’ quello di scrivere 15 brani originali per potenziali trasmissioni televisive con un taglio americano da talk show anni 70-80 sulla falsariga del David Letterman. Organo Hammond, batteria sbidonata alla Buddy Rich, chitarra con impennate blues, sezione fiati con tromba, trombone e sax tenore e infine percussioni e qualche intervento di piano. Una specie di soul bianco a cavallo tra le sezioni fiati della Fame di Muscle Shoals e il nostrano Bruno Canfora. Una bella prova. Ascolto qualche disco di Pat Williams e Benny Golson su Verve dove per la maggior parte ci sono brani dei Beatles e di altri hit makers dei gloriosi sixties riarrangiati con fiati e organetti elettrici tra l’hippie e la high- class americana da Martini e auto sportiva. Ho riscoperto uno di quelli che chiamo i dischi della mia vecchiaia, essendo stato a vent’anni molto piu’ “antico” di adesso. L’organista negro (come avrebbe scritto una rivista di jazz italiana degli anni sessanta) Jackie Davis e’ uno dei tanti personaggi semi oscuri della mia collezione di dischi del panorama Hammond. Adoro Jackie Davis. Come Milt Buckner o Wild Bill Davis, appartiene a quella categoria di organisti legati ai suoni di organo derivati dal primo ceppo pionieristico dell’Hammond , quello inaugurato da Fats Waller nella seconda meta’ degli anni trenta. Il suono era pieno, poco dinamico e molto incentrato sull’utilizzo delle armoniche come se si trattasse di una big band di ottoni. I temi erano suonati prevalentemente a block chords, e l’utilizzo del Leslie garantiva un impatto sonoro molto pieno e di grande effetto timbrico, mentre la parte del basso era affidata molto spesso ai registri bassi della pedaliera. Lo stesso Jimmy Smith nei primi dischi Blue Note della seconda meta’ degli anni cinquanta sembra incline a queste timbriche, per poi creare quel suono dinamico scattante e percussivo che come una tempesta sconvolgera’ la scena jazz e pop. Riascoltando questi dischi anni 50 dal sapore un po’ stucchevole e chiaramente indirizzati ad un pubblico a maggioranza bianca, si scopre un’abilita’ enorme e una grande maestria a lungo ignorata e bollata come dozzinale easy listening. Una volta mi scrisse una e-mail una signora americana che stava puntando su di un’asta di Ebay lo stesso disco che cercavo di aggiudicarmi, un disco di Jackie Davis. Mi scrisse che si chiamava Judith e aveva 47 anni e si domandava chi fosse l’italiano interessato a quel disco. Cosi’ le risposi. Che non solo ero italiano ma avevo appena 25 anni e quella musica mi conquistava piu’ dei Massive Attack o dei Prodigy. Judith mi risponde che era la figlia del manager di Jackie Davis negli anni 50 e che da bambina era abituata ad ascoltarlo all’organo nel suo salotto di casa e oggi piu’ che mai desiderava riascoltarlo su disco. Le lasciai vincere quell’asta e composi un brano in stile Davis che intitolai appunto “Judith’s living room”, brano che per questo disco ho ri-intitolato “The electric Joe”. Mi telefona Uncle David, sta tornando da un suo girovagare tra Spagna e notti psichedeliche. Quando sente odore di impegni imminenti di ufficio e ritorno alla normalita’ mi cerca per qualche scambio di battute dadaiste che ne attutiscano il brusco rientro in pista. La cosa buona e’ che non abbiamo gli stessi dischi e ci consultiamo a seconda del bisogno. Io sono ferrato sul campo soul/jazz/soundtrack/ hammond, lui sul versante psichedelico/progressive/eastern jazz/ mondoweirdo. Il compositore e organista Klaus Lenz della Germania dell’est sembra essere il nostro punto di contatto piu’ rappresentativo e il suo album “Fur fenz” riassume egregiamente l’idea che cercavo di illustrare a David del nuovo prodotto. Temi all’organo alla Jackie Davis con sbordate alla Billy Preston, arrangiamenti dei fiati alla Lenz, chitarre alla Steve Cropper e Wes Montgomery, crema di formaggio alla Dan Aykroyd, piano elettrico alla Paul Shaffer, un sorriso di Gilda Radner, una bistecca media cottura con salsa BBQ, Lincoln Continental con interni in pelle marrone, Mina a Studio Uno nel 1966, Tony De Vita e Pippo Baudo, la piadina di Sorrivoli, la faccia di Bob Dusi all’una di notte dopo sette ore di registrazione , la gentilezza e la pazienza di Checco, il nostro fonico, il vecchio Hammond c3 color noce che canta come la Callas e la vecchia batteria Hollywood di Simone che non riesce a demolire nonostante le lunghe percosse. Un bel minestrone caldo per combattere quest’inverno che non decide di mollare.
Paper.
03.02
I miei migliori amici si contano sulle dita di una mano. Tutti i migliori amici solitamente. Sulle dita della mano sinistra di Django Reinhardt. Gli amici si distinguono fondamentalmente in tre categorie. Quelli che ti scelgono, quelli che ti scegli tu e quelli che decide la vita per te. Questi ultimi saranno quelli che rimarranno appiccicati a te come la tua faccia, come gli errori che non laverai mai e che poi un giorno dici “per fortuna!”. Paper e’ un soprannome, diminutivo di un altro: Papercristo. Era il 1988 e sembrava gia’ una grande conquista. Dividevo un appartamento ad Urbino gia’ da tre anni con un mio amico di Cesena, Il Terra. Terranova all’anagrafe. Stavamo nella zona alta della citta’, al monte, a pochi passi dall’accademia, in via Giro del Cassero. Eravamo al terzo anno dei cinque da scontare alla Scuola d’Arte, conosciuta come scuola del libro. Ci mancava un anno per diventare maggiorenni e per poter finalmente entrare alle proiezioni del mercoledi’ pomeriggio del Supercinema per l’appuntamento a luci rosse con le Moane e Lilli Carati nazionali. Non ci sarebbe stato piu’ bisogno di travestirsi da anziani con cappelli e impermeabili. Umiliante venir presi a pedate dalla maschera che puntualmente si insospettiva e ci veniva a cercare dentro con la torcia elettrica. Li chiamo gli anni del sole. La pioggia era ancora lontana e la luce colorava tutto di un giallo albume che si spalmava sui muri come burro sulle fette biscottate. Ero magro nonostante tutto quel burro. Io e il Terra passavamo le giornate ad inventarci un modo per non annoiarci e sebbene fossimo gia’ grandicelli e non giustificabili, non era raro che finissimo le giornate in cima ad un tetto a bersagliare file di panni stesi lindi ed immacolati a colpi di fionda e proiettili intinti nell’inchiostro. A comprare lacci emostatici in farmacia eravamo noi e la cricca eroinomane del centro ricreativo sopra la mensa universitaria. Noi per le fionde, ma possiamo ancora raccontarlo. Un altro passatempo dettato dalla noia era dare la caccia ai cosidetti “Normaloni”, ai nerds, ai ciccioni, ai brufolosi , agli scarti della natura a cui somministrare la nostra dose di cattiveria creativa. A volte in mancanza di materia prima finivamo per menarci io e il Terra. Eravamo una sorta di moderni Lepold e Loew, i crudeli assassini teenager americani degli anni 20 che massacrarono per gioco un loro cugino inerme. Vennero incastrati da un paio di occhiali dei due dimenticati sul luogo dell’omicidio. Consigliai al Terra di portare le lenti a contatto e di lasciare a casa gli occhialoni da Clark Kent. In disegno eravamo tra i piu’ bravi di tutto l’istituto, io sul versante cartoon e il Terra su quello dal vero. Di donne neanche l’ombra, a parte una mite ragazza ossuta e timida di nome Barbara che provava per noi un misto di repulsione e insana attrazione. Anche lei romagnola, anche lei esiliata in quella citta’ ostile e ventosa. Ventosa perche’ ci rimase attaccata addosso per cinque anni eterni e tutt’ora nella memoria come una bocca dal bacio infinito. Il nostro quartier generale era un fast food appena aperto nella piazza principale, sorto con la speranza di sfamare i pochi paninari presenti in quella citta’ ferma al rinascimento. Sebbene io e il Terra calzassimo Lumberjack e Timberton, potemmo divenire clienti indiscriminati. Si andava avanti a fishburger o a prestiti monetari. Per quelli ci pensava il nostro amico Latino, figlio dello stilista Pellegrini e collezionista di Timberland e viaggi in giro per il mondo. Un personaggio eccentrico pieno di soldi e con una passione insana per i film splatter e per Prince. Aveva tutto l’occorrente per girare cortometraggi , montarli e sonorizzarli. Se c’era bisogno di un attore a cui far fare le peggio cose, quello ero, in cambio di un prestito per arrivare a fine settimana o di un piatto di strozzapreti al Gorgonzola. “Dai Paglia ne giriamo un’altra e poi ci facciamo un piatto di strozzapreti al gongo!” Inutile spiegargli che si diceva Gorgonzola e non gongorzola, pagava lui. Cosi’ fiutato l’affare, si buttava nel calderone anche il Terra. Lo aiutava, lo consigliava sugli acquisti ( che bello comprare le cose coi soldi degli altri!) e si infilava nel suo armadio “ Ma sei sicuro che questo ti vada bene Lato? A me va di misura!” Cosi’ si combatteva la noia e si faceva finta di essere attori, registi, musicisti e maghi degli effetti speciali. La nostra vera grande palestra. Un giorno io e il Terra ce ne stavamo pigramente seduti sui gradini della chiesa di S. Francesco mangiando crescia ripiena con verdure cotte. Era l’ora di uscita delle scuole e probabilmente quella mattina a scuola non eravamo entrati per evitare un compito in classe. Terra era un genio per dribblare interrogazioni. Entrava in classe con un braccio fasciato o con una benda sull’occhio ed esordiva cosi’: “ Prof, se vuole mi puo’ interrogare ma ho passato tutto il pomeriggio al pronto soccorso ed ho potuto studiare soltanto stanotte…” Inutile dire che venivo sorteggiato io al suo posto, come se fossi il suo equivalente di impreparazione. Come il gatto e la volpe, uno valeva l’altro. Cosi’ ce ne stavamo seduti. Scrutavamo le nuove leve coi loro zainetti scintillanti a caccia di un qualche elemento difettoso su cui piombare come rapaci. Poi il nostro sguardo si appoggio’ su di un tizio strano seduto di fronte a noi, vestito in maniera curiosa e grasso abbastanza da incarnare il nostro oggetto del desiderio. Si, era grasso abbastanza da poterci salvare il pomeriggio. Capelli a caschetto modello Ringo Starr 1963, giubbetto di jeans striminzito, camicia grigia a costine gialle e cravattona del nonno a fioroni con nodo da mezzo chilo. Tra le mani un panino due volte la sua faccia e una cartellina di plastica trasparente contenente un album Fabriano A3. Perfetto. Il Terra gli si paro’ davanti, prese la cartellina e tiro’ fuori i suoi disegni pronto a vomitare sentenze. Lui, Velasquez, poteva farlo.
Invece mi chiamo’. Sapeva disegnare il ciccione. Era quasi deluso da quella sorpresa, avrebbe dovuto rinunciare a piegare quell’album in quattro e buttarglielo nel cassonetto. “ Prendi su le tue cose, andiamo a mangiare a casa di un’amica”, dissi. E lui ci segui’ come se fosse la cosa piu’ normale. L’amica era naturalmente Barbara. Abitava in una casa vicino al monumento di Raffaello e divideva le spese di affitto con delle puzzolenti universitarie sempre assenti ma gelosissime delle loro provviste nella dispensa. Quella dispensa diventava la nostra dispensa. La cosa faceva imbestialire Barbara che legavamo ad una sedia e scioglievamo a pranzo finito. Il nostro nuovo amico non venne certamente accolto con entusiasmo, ma dove si mangia in due, si mangia anche in tre. Il nostro nuovo amico diceva di essere di l’Aquila e ogni due parole esclamava “CRISTO!” Fu mentre lo disegnavo in una caricatura sottoforma di papero emulando una vignetta di Andrea Pazienza che ritraeva un Vincenzo(Paperenzo) Mollica versione papero, che non ricordandomi il suo nome lo soprannominai Papercristo. Luca non si addiceva a quella faccia, a quella stazza. Papercristo si. La sua camera in affitto vicino al piazzale Mercatale era un delirio. Tante, tantissime cose. A me e al Terra brillarono gli occhi come a Duffy Duck quando entra nella caverna di Ali’ Baba’: libri, fumetti, videocassette, pellicole super 8, vestiti ovunque, una collezione di cravatte a fantasie a rigoni a pois, giacche, cappotti, bottiglie di profumo, cineprese super 8, colori, pacchi di carta, matite, una telecamera vhs, temperamatite elettrici, cibo in scatola, buste Knorr, tonno, biscotti, latte U.H.T, un televisore portatile. Ora sapevamo dove trovare il nostro guadagnato posto al sole, la nostra pensione. Cosi’ Papercristo divenne semplicemente Paper e a lui piacque di piu’ perche’ richiamava l’idea della carta, la sua migliore amica. Paper divenne nostro amico inseparabile. Nel 1991 andai a vivere a Londra e nel giugno del 1992 quando consegui’ la maturita’ mi presentai come spettatore al suo esame indossando un cappello con le orecchie da Topolino. Volevo che ridesse mentre era sotto interrogazione, speravo ci cacciassero a pedate a tutt’e due. Nel 1994 ci ritrovammo a Londra a lavorare nello studio Amblimation al film Balto. Era sempre lui sebbene avesse perso 50 chili.Io ero fidanzato e spendevo tutti i soldi in dischi e mantenedo un caro appartamento ad Ealing Broadway, lui stava a pensione da una famiglia meridionale ad Acton, i Celentano che lo chiamavano “Luco”. Lui risparmiava ed io scialacquavo mentre del Terra arrivavano sporadiche notizie da Parigi. Nel 1996 ci trasferimmo a Cophenagen alla A Film studios. Io pero’ rimasi poco, volevo suonare l’organo Hammond che mi ero comprato coi minati risparmi di Londra. Lui vive ancora la ed e’ uno dei nostri cervelli in fuga, un disegnatore ed animatore talentuoso. Non ci vediamo da otto anni ma ci sentiamo quasi giornalmente. Il Terra passa a trovarci a natale. La moglie non crede alle mie storie di lui in versione teppista. Neanche lui ci crede piu’ ormai, e’ diventato un padre premuroso e un professionista dello studio di Renzo Piano. Latino come nelle migliori favole a lieto fine e’ diventato un regista di sit-com televisive e quando capita scrivo musiche per lui. L’unico cattivo sembro rimasto io. Ma questo e’ un dettaglio.
Risveglio a metà.
03.01
La mattina capita spesso. Un senso di non appartenenza. Un sentimento di ansia e confusione. La sensazione di dover cominciare tutto da capo, da zero. E’ molto strano. Cerco di pensare a qualcosa di bello ma la sensazione e’ quella di una notte- bulldozer che ha ridotto ogni certezza in macerie. Mi alzo e sento la necessità di misurarmi con lo specchio, di guardarmi negli occhi, di trovare almeno là dentro qualcosa di familiare e concreto. Possibile che ogni giorno che inizia cominci col vuoto? Penso a quel film con Bill Murray. Mi guardo le mani. Funzionano bene e sono un po’ intorpidite dalle lunghe sedute di tastiera a cui le sottopongo in questo periodo. Ho tanto lavoro da mettere assieme e devo allenarle come se dovessero correre per le olimpiadi. La sera vado a letto tardi. Ho ripreso a guardare due, tre film per notte. Recupero un lungo periodo a digiuno da cinema, ma cio’ non giova poi tanto allo spirito. Mischio generi e attori. Scelgo film oscuri, quelli che ho rimandato per anni con la promessa che li avrei rivisti in un momento piu’ adatto. E spesso le promesse che mi faccio le mantengo. Dovrei trattarmi come una persona normale invece, deludermi, ingannarmi. Il tempo libero e’ sempre troppo. Ho lasciato crescere una barba folta per meta’ bianca, un motivo bicolore che ricorda la tomaia di una scarpa elegante. La gratto, la massaggio, la sento crescere e il fatto che mi copra la faccia mi rincuora. Sto preparando materiale per incidere due dischi e mi stupisco della mia velocita’ e vena compositiva. Spero si esaurisca presto altrimenti rischia di intasarmi la testa. Inventare mi vien troppo facile e subisco la frustrazione del non riuscire a vedere le cose finite in pari velocita’. Registrare e dare una forma concreta ad ogni brano richiede in realta’ uno sforzo e un dispendio di energie molto piu’ elevato. Poi una volta concluso il lavoro avviene il distacco, l’incapacita’ di giudicare , la noia all’ascolto, la non appartenenza al proprio creato, il rigetto e la voglia di essere gia’ altrove.Questo per fortuna soltanto in un primo momento, la musica va lasciata riposare, come l’olio appena franto. Ho inciso una cassetta che ascolto in macchina, una sessanta minuti col meglio di Sam Paglia. Mi ascolto e apprezzo a distanza, cercando di capire cosa mi passasse per la testa nel momento in cui affrontavo una scala, sceglievo un suono o semplicemente scovavo il miglior accordo a disposizione per cullare la voce di Sandra o un tema di Alex al sax. Divento spettatore di me stesso e capisco che la musica e’ roba viva, che matura, che cambia e pulsa di un’energia propria sempre diversa ed inesauribile. Ritrovo alcuni miei atteggiamenti, alcuni miei pensieri molto definiti, mi compiaccio della mia chiarezza di idee sul campo di battaglia e mi assolvo dai tanti peccati che mi attribuisco lontano dallo strumento, primo tra tutti quello di essere pericolosamente incoerente e di morire giorno per giorno per risvegliarmi quello successivo con lo stordimento di un bambino sballottato da un lungo viaggio. Il sonno mi consuma, il mondo onirico mi turba e scuote , ogni amore, persona, amico o defunto caro si mescolano in un carnevale delirante in cui i sensi e la percezione hanno l’intensita’ del dolore, del nervo scoperto. Spesso mi sveglio fradicio di sudore, percorro lo spazio che mi separa dalla cucina e butto giu’ bicchieri d’acqua. Apro e chiudo il frigo, un gesto meccanico che riassume il mio bisogno di aprirmi dentro e guardare come sto. La notte profonda tagliata in due dal ronzio del frigo e i pensieri che domandano il perche’ di un sogno cosi’ strano e fastidioso. Mio figlio nel suo letto pare ancora piu’ lungo e affusolato che da sveglio. Lo osservo e quasi mi sembra di violare la sua privacy di bimbo dormiente. Rimani bimbo ancora un po’ che fuori fa freddo. Mi gratto la testa, sono suo padre e sembra ieri che il figlio ero io. Con la barba cosi’ lunga e ispida mi sento meno figlio e piu’ padre, ma e’ un pensiero che dura il tempo di uno sbadiglio.
Torno a dormire. In testa mi si e’ impigliato un tema che ho scritto il giorno prima di cui non mi convince un passaggio. Sono uno che lima, sono un artigiano che vuole che ogni suo prodotto non abbia spigoli e giri bene. Sulla precisione di ogni mio brano non devo avere dubbi, sono puntiglioso e concreto. Il resto posso controllarlo appena, e’ una zattera in mezzo ad un mare arruffato come la schiena di un gatto.