“Avremmo dovuto prendere l’albergo.” Io sono per dormire la notte, sono per il comodo. Mio fratello invece e’ irrequieto e vuole svegliarsi a casa sua. Io e Bob ci svegliamo troppo spesso nelle nostre rispettiva case, alle 7 e poco piu’ per far fare colazioni ai nostri mostriciattoli. Mi piace svegliarmi altrove, fare colazione in mezzo a gente mai vista, tenere la bocca serrata perche’ dimentico dello spazzolino e dentifricio, infilarmi nelle strade trafficate del lavoro altrui mentre il nostro l’abbiamo di gia’ smaltito, le Audi nere dei rappresentanti in camicia azzurra, i camionisti col dito nel naso fino al cervello, le impiegate belle come non mai lucidate e restaurate come se le attendessero incontri passionali. Invece niente. Una strada di notte impastata con una nebbia della malora, il ronzio del riscaldamento che e’ troppo poco o Farenheit 451, Bob che se continua a parlare del pick up prodigioso della Gibson 330 mi lancio fuori dallo sportello e mi grattugio sulla A4 come una forma di Grana Padano. Ecco la notte che ci scopre muti, aggrappati ai nostri pensieri come ad un salvagente in mezzo all’oceano di catrame. La nebbia che spazza via confini e luci, la mente che in preda al panico di tutto quel nulla gratuito cerca i pensieri belli per non andare alla deriva. Basterebbe dormirsela ma tengo un occhio vigile sul fratellino stravolto dal sonno che strizza gli occhi e tiene il volante come una ciambella buttandoci sopra meta’ del corpo come un fosse un sacco del caffe’. Stringo il mio cappottone nero e come un soldato ferito in trincea aspetto che sta guerra di autoarticolati finisca, che i chilometri si assottiglino, che un guard rail familiare mi sveli la vicinanza della mia terra d’origine. Sento la voce di mio figlio che mi chiede una storia della buonanotte. “Ti racconto quella dello zombie buono?”- “Me l’hai gia’ raccontata dad!”- “Ti racconto quella del grassone che credeva di essere magro?”- “Gia’ raccontata.”- “Ti racconto quella di Micheal Jackson che muore per finta per pagare i debiti?”- “Si, si, raccontamela!”- “ C’era una volta un bimbo nero dell’Indiana…” Manca poco all’autogrill. Il caffe’ migliore si beve adesso, alle tre passate. Le macchine hanno sbollentato acqua tutto il giorno e nessuno ancora si e’ presa la briga di lavarle. Le bariste non ne possono piu’. Ad essere gentili non ci provano neanche e spezzano scontrini severe come se fosse colpa loro. Simo mette in saccoccia stecche di cioccolato. “Eddai, smettila di incularti la roba!”- “Hanno incominciato prima loro, le Pringles a tre euro, ti rendi conto?”- “ Allora visto che ci sei prendi un set di spara caramelle Petz per il tuo nipotino che ti vuole tanto bene. Prendi Pluto, Mowgli ce l’ha gia’!” Nella copertina di un giornale Belen campeggia in tutta la sua fragranza sudamericana e giura che la bocca no, quella non se l’e’ rifatta. Bob mi guarda. Si, ho visto, e’ Belen. Non pensarci. Si torna nella calda pancia di mamma Transit, guido io e Simo crolla senza salutarci in un suono di mucose intappate dalla nicotina. Cosa penso a fare a quest’ora. Dovrei staccare la corrente e inserire il pilota automatico. Non devo pensare al bello, sono troppo distante dal bello per concedermi soltanto il lusso di pensarlo e sfiorarlo. Penso che potrei guidare fino in Puglia, arrivarci col salire del sole come in certe estati di qualche anno fa, per scendere dal mezzo gommato e buttarsi direttamente nel mare. Io e Sandra e Scala e Chicco gioiosi come quattro fratelli incestuosi a battagliare in groppa e inabissarsi come l’uomo di Atlantide in quell’acqua salata per davvero. Si che ero felice. Mai che me ne renda conto sul posto quando accade.“Avremmo dovuto prendere l’albergo, Simo. Non vedo una mazza. Ehi ! Falso magro dico a te!” Dorme. “Bob , dimmi, ho ragione o no?” Niente. Dorme anche lui.
Archive for ottobre, 2009
Le fantavventure di John Nepitella. Seconda parte.
10.22
La notte era un mare senza faro e proseguire con le palpebre pesanti non sembrava una buona idea. Poi vide un cartello, un paesotto famoso per aver dato i natali all’uomo che aveva denominato la bistecca dall’osso a T, bistecca dall’osso a T. Poche miglia ancora e avrebbe sicuramente trovato un letto caldo e ogni sorta di comforts. Quando arrivo’ alla pensioncina Desiree’, John aveva già fatto un ottimo lavoro: due borchie e un fanalino persi per strada e uno sbuffo di vapore bianco dal radiatore crepato dalla fatica. Entrò nella pensioncina e credette di essere passato dalla porta di servizio sul dietro che dava sul magazzino. Era l’ingresso invece e scavalco’ un vecchio Terranova steso e appiccicato al linoleum come se fosse un avvallamento del pavimento. Immobile e puzzolente come tutto il resto di quella stamberga intagliata nel compensato che poteva scorgere attraverso la debole illuminazione di una lampada da tavola, un falso lumicino a petrolio riproduzione di quelli dei tempi della corsa all’oro. Un oggetto di dubbio gusto che gli riporto’ alla mente sua madre, i suoi soprammobili, i centrini di pizzo, l’orologio con l’effige di Benjamin Franklyn, la sua misera fine nella tromba dell’ascensore a cura di papa’ Vincent. Povera mamma e povero lui figliolo orfano che aveva ereditato due scatoloni pieni di quella paccottiglia. Il suo preferito era l’angioletto cavatappi da impugnare dalle aluccie, col pisellino in acciaio a spirale da infilare nel turacciolo. In mezzo a quella luce gialla comparve una canottiera di un giallo più tenue decorata da macchie di pomodoro esposte con vanto come se fossero medaglie al valore. Dentro la canottiera l’anello mancante tra la scimmia e la trilobite. “Ho bisogno di una camera per questa notte.”- “Mh, vediamo se ho qualcosa per lei…di sti tempi non e’ facile, questa settimana c’e’ la gara di pesca al lago Crescent e abbiamo molti forestieri.” –Nella cassettina di legno alle sue spalle ogni chiave di ogni schifosa stanza di quel merdaio era al suo posto. “ Le do la sette, e’ fortunato, e’ quella con l’asse del water intatta e il televisore a colori.”- “Grazie, a volte un po’ di fortuna non guasta.”- “E’ sua quell’auto? Bellissima.”- “E’ di un amico, mi ha chiesto di prenderne cura per un po’.”- “E’ una Jaguar vero?”- “No, la Jaguar proprio non c’entra nulla. Se avesse detto Boeing 747 ci si sarebbe avvicinato di piu’.”- “Allora e’ un Boeing, per quello che me ne frega!”- “ Se avesse detto una Cadillac, ad esempio…”- “Allora e’ una Cadillac.”- “ No, e’ una Chevrolet Impala del 66, se permette.”- “ E’ quella con gli specchietti ovali o quadrati?”- “Quadrati!”- “ La tenga a conto, e’ la versione piu’ rara.”- “Non me lo dica, sono un maniaco !”- “ Ah, non faccia caso ai lenzuoli se sono sporchi, non ho fatto tempo a cambiarli.”-“ Ah. Ma ci ha dormito qualcuno particolarmente sporco?”- “ La legge sulla privacy mi impedirebbe di risponderle, ma glielo posso dire. Una cantante di jazz.”- “ Negroni Queen?”-“ Chi quella pazza dello scandalo del senatore Qualey? No, per carita’. Si chiamava Billie Holiday.”- “E’ un pezzetto che non cambia federe e lenzuola, immagino?”- “Un pezzetto, si.”- “ Quanto le devo?”- “ Mi lasci i documenti, sono tre dollari e settanta piu’ cinque dollari di caparra per il telecomando.”- “ Come mai?”- “ Lei forse non lo sa, ma da queste parti i telecomandi delle tv a colori vanno via come il pane. Li usano per tirargli fuori il silicio e rivenderlo a gruppi terroristici.”- “ E che se ne fanno del silicio?”- “ Telecomandi per le loro fottute televisioni musulmane.”-“ Sono cazzate.”- “Puo’ darsi, ma se non mi da i cinque dollari, niente telecomando.”- “ E’lo stesso, rinuncio alla televisione. Ho un buon libro con me.”- “Non sara’ mica un comunista?”- “No, leggo storie sulla guerra di secessione.”- “ Mio padre e’ morto in Sicilia, a proposito di quella guerra. Era paracadutista.”- “Mi dispiace. – “C’ho fatto l’abitudine. Ehi ma lei di cognome fa Nepitella! Come il coso….il comandante dei vigili del fuoco di Buffalo.”- “Era mio padre.”- “Suo padre era un eroe, ne deve essere fiero!”- “Lo sono, lo sono.”
Le fantavventure di John Nepitella. Prima parte
10.21
A John glielo avevamo detto, “guarda che prima o poi la vita rallenta, la benzina si brucia e il motore arranca.” John non era il tipo disposto a spingere la macchina ferma o a fare l’autostop, piuttosto si lanciava in un fiume a tutta velocità polverizzando guard-rail e aspettative. Che gli importava a lui che era nato morto ed era tornato a respirare dopo quasi un’ora dal confermato decesso? La vita stava rallentando davvero e John decise di fermarsi all’unica stazione di benzina che a quell’ora tenesse ancora la cucina aperta. “Bella macchina!” Gli fece un tale piegato su di un cheeseburger largo quanto un cappello da marinaio. “ Grazie ma non è roba mia!”- “Avrei giurato che fosse la sua, da come se la guarda attraverso la vetrata…si insomma, credevo fosse la sua.”- “No, non è roba mia.”-“ E’ una Chevrolet Impala del 66 se non sbaglio?”- “Si è un 66, ma e’ diversa dalle altre, chi la conosce nei particolari lo scopre subito cosa la distingue.”- “ Lo specchietto retrovisore quadrato anziché ovale?”- “Diamine lei l’ha beccato subito, come minimo ha fatto anni ed anni di apprendistato in un’officina specializzata!” – “No, ho tirato a caso, sono nel ramo tumulazioni e mi prodigo anche in qualche cremazione tempo permettendo. Ha assaggiato il cheeseburger come lo fanno qua?”- “ No, ho preso il Continental Chicken Supreme.”- “Quello con la salsa piccante e i fagioli messicani?”- “No, quello e’ il Royal Hot Chicken Supreme. Lo servono a richiesta col riso selvatico e la salsa di lampone al posto dei fagioli.”- “Me li confondo sempre.”- “Può succedere.”- “Si, può succedere….lei si chiama?”- “Nepitella, John Nepitella.”- “Nepitella, Nepitella…parente forse di William Charles Nepitella detto Eddy Nepitella?”- “Si, era mio padre. Lo conosceva?”- “No, ma avevo i suoi dischi. Eddy Nepitella plays classic country, ad esempio.”- “Si certo, quello è il più famoso.” “Bella macchina davvero.” -“ Mi creda, possederla è meno interessante di quello che può sembrare, per quello cerco di stare alla larga dall’acquisto di un ferro del genere e mi accontento di guidarla.”-“Non capisco, e di chi sarebbe?”- “Non mia di sicuro.”- “Ma le piace, giusto?”- “Si, è bellissima, si guida con un dito.” John fece vedere la mano sinistra privata di quattro dita e coperta da un guantino marrone di cuoio. – “Vede sto scappando dal suo attuale proprietario. Lavoro per lui, se vogliamo metterla su questo piano.”- “L’ha rubata?”- “No, mi limito a scappare, mi ha chiesto di mantenergli alto il desiderio di ritrovarla, la paura di perderla, il terrore che gliela possa incidentare o semplicemente graffiare. Se la tenesse lustra di cera nel suo garage climatizzato gli verrebbe a noia e forse finirebbe per vendersela”- “ Ma lei non lo farà, giusto? La conserverà a modo?’”- “Non lo so, davvero, non posso saperlo. La cosa importante è che me la goda sulla strada senza preoccuparmi troppo e che quello scemo a fine anno mi dia la cifra pattuita.”-“ Cosa ci fa da queste parti?”- “ Cerco una persona per strapparle il cuore.”- “E’ una donna?”- “Non lo so ancora ma ci sono serie possibilità.”- “Se mi dice come si chiama, forse posso darle una mano. Qua conosco tutti, lavoro anche alle poste e non mi sfugge nessuno.”- “La chiamano Negroni Queen, e’ una cantante jazz e fino a pochi anni fa si esibiva al Sullivan Stomp sulla quindicesima.”-“ Ascolto musica country, non frequento jazz clubs…ma quello è un nome che ho già sentito.”- “Se legge i giornali con una certa frequenza, mi stupirei del contrario.”- “ Cosa dicono i giornali?”- “ Questa Negroni Queen è al centro dello scandalo Qualey.” – “Gesu’ santissimo, ho capito!”- “Sa dirmi qualcosa?”- “Preferisco..anzi, no, non so nulla. Le dispiace se finisco il mio panino, avrei anche un po’ di fretta. “ Faccia pure, anch’io devo scappare.” “Mio padre era Vincent Nepitella, il sanguinario del Newark, altroché il musicista di banjo della Lousiana!”- Pensò John. Pagò il suo pollo, prese una birra doppio malto dal frigo e uscì sorridendo alla cameriera strabica dal bel culo in procinto di esplodere dai jeans. Il guaio di John era la mancanza di ideali e la miopia. Ma mentre quest’ultima poteva venir corretta con un paio di occhiali, per la povertà di valori c’era ben poco da sperare, quelli non germogliano dal nulla, ancor meno dal fango. John prese l’auto e dopo aver rigato la fiancata contro un bidone dell’immondizia, si diresse buttando fumo bianco dagli pneumatici verso una strada che scelse a caso. Lui cercava nelle tenebre per meglio scappare, inseguito dalla disperazione del padrone di quell’auto che mostrava i primi segni della sua scellerata guida. La strada si fece stretta e appesa ad una salita che parve interminabile. Sapeva che la Negroni Queen per nascondersi avrebbe scelto un luogo così impervio e difficilmente raggiungibile. Se solo avesse avuto vent’anni di meno.
John Nepilla era stato sposato tre volte e tutte tre le volte con la stessa donna. Il guaio era che la moglie era gelosa dei suoi precedenti due matrimoni. Così questa volta stanco dei litigi e dello straccio sotto i piedi mentre era al telefono per affari, decise semplicemente di andarsene dicendo di uscire a prendere le sigarette. E le sigarette andò a comprarle davvero, ma in un altro stato, dove sapeva che sarebbero costate cinquanta centesimi in meno al pacco.
Diversamente.
10.19
Diversamente sarebbe la quiete. Diversamente sarebbe pace, e fiori e profumo. L’inverno avanza da sotto le coperte, stuzzica i piedi in un brulicare di ragni freddi che camminano sulle gambe nude. Pioggia che scioglie la luce e alberi che tornano a tingersi di rosso e giallo. Diversamente sarebbe un sogno. Muore il bisogno di bello e la tazza calda accontenta l’istinto. Letture frullate in un magma di cervelli lontani e distanti tra loro, passeggiate sulla sabbia che era di brace ed e’ ora di schiuma marrone e mare imbizzarrito. Sento appetito al grasso, al fritto, al lardo, al pane . Diversamente sarei sazio, distratto ai calci della fame, in viaggio, sudato. Citta’ bagnate da un’unica nube. Cuori sprofondati nella stessa esistenza. Zavorra di carne e abitudine, bugie e disperazione, attesa e illusione. Diversamente saremmo vento .
Tempo.
10.17
Notte che seppellisce Draghi e battaglie. Notte puntuale di muti lampioni zafferano. Nelle case spande il sonno del normale. Vertigine di una scoperta elementare. Non ci basta essere in piedi. Non conforta la carezza. Cuore martire di un’attesa che non si pronuncia. Perché questo è il tempo.
Un viso.
10.17
Incontro una ragazza del mio quartiere. Non proprio un’amica, un viso familiare piuttosto. Ancor piu’ familiare quello della sorella, stessa scuola da bambini, stessi giochi nel giardino della parrocchia, un bel sorriso. “Non vedo tua sorella da un po’.”- Le faccio. “Non c’e’ piu’.”- Mi dice lei. “”Vive fuori?”- “No, non c’e’ piu’. Aveva 34 anni, e’ stato tre anni fa.” Non chiedo altro, sapere il come darebbe sollievo solo alla curiosita’. Un viso che non ho piu’ visto ma mai avrei pensato. Non c’e’ piu’.
Al cinema.
10.17
L’amore non riesce ad essere puntuale. Par sempre averci qualcosa da fare altrove e arriva a spettacolo di già terminato. Si intrufola nel silenzio della platea e chiede come fosse stato, cosa si sia perso, pretende che glielo racconti.
Seratona.
10.11
E’ un vecchio locale a picco sul mare che immagino essere di un blue intenso fino a perdita d’occhio. Adesso la notte lo dipinge di nero e in lontananza le scariche atmosferiche fanno la radiografia alle nubi. Abbiamo un pacchetto di Winston in tre e non bastera’ a reggere l’ansia da prestazione di questa serata elettrica. Abbiamo portato l’Hammond giu’ per una scalinata ripida e piena di gradini scivolosi. Una penale che si aggiunge al peso del mio inseparabile amico. Non esistono amici degni senza peso e consistenza. Bob ha una chitarra nuova. Ha sempre una chitarra nuova. Questa volta e’ una Gibson Les Paul color oro. Sappiamo che non dovremo affezionarci, le sue donne vanno e vengono senza segnargli il cuore. Il posto e’ bello. E’ un club di quelli che a noi piace immaginare pieni, con le vetrate appannate e i cessi inzuppati di melma e carta bagnata. Accendiamo gli interruttori e le valvole si riempiono di fuoco. E’ il momento della prova dei suoni. E’ un po’ che non suoniamo assieme e ci manchiamo un po’. Bob sorride di piacere al suono del suo nuovo acquisto, ma fa sempre cosi’. Il vecchio Hammond suona davvero bene, deve esser merito della vernice verde che lo riveste. Simo sbadiglia, tre colpi al tamburo e gia’ scomoderebbe il sindacato dei lavoratori per mancato compenso di straordinario. Il gestore ci invita a tavola. Parliamo male dei musicisti italiani e poi per poco il nostro datore di lavoro non si commuove parlando di Nick Drake. Adoro Drake ma se lo ascolto troppo devo essere sicuro che non ci siano lamette o funi robuste in giro per casa. Arriva la pappa. Un bel piattone di riso basmati e verdure e pollo e curry. Mi raccomando non ci siano gamberi. No, niente gamberi. Poi spazzolato il secondo piatto trovo sul fondo un mezzo gambero che ha tutta l‘aria di non essere un pezzo di pollo. “Ma ci sono i gamberi?”- “No, ma per sicurezza chiedo al cuoco Ali’.” Per me ci sono i gamberi. “Ali’ hai messo i gamberi nel riso?”- “Si, non li metto di solito ma oggi mi andava cosi’” Bene, sono spacciato. Chiedo una caraffa di whysky per confondere il cervello e distrarlo dalla reazione allergica al funesto crostaceo. Funziona, ma sono sbriciolato e l’unica cosa che riesco a fare e’ accendermi Winston una dietro l’altra e osservarmi invecchiare allo specchio in tempo reale. Niente shock anafilattico, solo un cerchio alla testa, uno di quelli da luna park per centrare la bottiglia col pesce rosso dentro. Arriva gente come se da qualche parte si fosse rotto un argine. All’una cominciamo a buttar fuori note e sudore. C’e’ un sacco di gente davvero, molti giovani, una vastita’ di testoline che ondeggiano. Simo picchia come un fabbro e Bob culla la sua donna di legno e corde come se fosse la sola posseduta. La curvatura del mio stomaco indica che le birre che si sono susseguite giu’ per l’esofago sono state pari, poi dispari, poi pari, poi ancora in numero dispari. Sono ben saldo sui tasti, non scivolo via, sto tranquillo. Sono il miglior organista del mondo. E’ il momento, l’energia si disperde e suggerisce la spinta al ballo ,la perdita di ogni inibizione. Ballano. Calco la mano. Sorrido, sto bene quassu’ infilato nella mia camicia azzurra da cerimonia americana. Non e’ la prima e non sara’ l’ultima, ma ha tutte le carte in regola per essere una lunga, estenuante, divertente, memorabile seratona. Basta non pensare alla gradinata che a fine serata sara’ dal basso verso l’alto e noi molto meno sobri che all’arrivo. Non pensarci Sam.
L’impareggiabile fascino del marcio.
10.09
L’aveva vista lunga Piero Manzoni nel 1961 inscatolando la sua merda d’artista.
Forse il punto piu’ alto ed irreversibile dell’arte moderna italiana assieme ai precedenti tagli di Fontana. Il contenuto ignobile sostenuto dalla confezione. Il prodotto garantito dal suo involucro. Tutto finisce e riparte da li’. La gente vuole la merda, ben vestita, ben presentata, ben recensita, scandalosa e pruriginosa. La Merda. Il bello non si autosostiene, non puo’ non averci almeno una valenza nascosta, una falla che ne accresca il fascino o una dimensione di consumo che possa sollecitare istinti bassi. Il bello non basta. Il fascino del marcio vince su tutto, si trasforma in sapere, in cultura. Il marcio ingolosisce come la merda in scatola se venduto ad arte. Il Marcio. L’arte e’ marcia, il cinema, la stampa, la politica, l’opposizione, la fede, il lavoro, l’amore, il bello e la poesia. Tutto e’ stato abilmente corrotto dalla sensualita’ del torbido, dalla simpatia per il bestiale, dal fango mischiato ai canditi. Mi guardo attorno e scruto il brutto delle citta’. Le citta’ che non appartengono piu’ agli uomini ma alle imprese edili, alle colonne d’auto, ai parcheggi. La violenza, lo sfogo sessuale e il successo, paiono essere l’unica plausibile via di fuga. Il successo che e’ meta possibile, dopotutto. Sempre in proporzione alla capacita’ di rinunciare ad una propria integrita’ morale, etica, artistica e spirituale. Il marcio aspetta a braccia tese, il bello possa aspettare. Il bello che e’ sinonimo di faticoso, di difficile, di poco redditizio, di non speculabile, di fine a se stesso, di noioso. Il marcio vende e appassiona, ci aiuta a riconoscere e a liberarci dei nostri demoni che anziche’ cacciare, esaltiamo nella somiglianza di quelli esasperati dai consumi. Rivendiamo il nostro marcio senza paura di svalutazione. Non sono un bigotto , neppure un bacchettone. Solo stanco e dotato di buona vista e olfatto.La mia dose di marcio la produco anch’io quando cerco di vivere ignorando il buonsenso, inseguendo il personaggio che sul mercato puo’ far vendere meglio la mia arte. Cazzate, la liberta’ di capire il gioco e starne alla larga non ha prezzo. Non ho molte speranze. Non sono un ladro, non sono uno che si fa pochi scrupoli, non sono un caso umano da svendere ai talk show, non uccido, non rapino banche e se tradisco lo faccio per la perversione peggiore, quella dell’amore. Se produco musica seguo solo il mio gusto e non ammicco alle tendenze del momento. Quasi inutile ostinarsi. “Quando vai in televisione?” La televisione e’ una fogna e non sono la volpe con l’uva. Insopportabile e generatrice di incubi. La guardo per scoprire il bello altrove. Mi chiedo come possa andare avanti cosi’. Chi davvero sente il bisogno di prestare tempo, occhi e orecchie a trasmissioni di merda, per esempio, come Chiambretti Night? La decadenza coi lustrini, la melma umana senza crescita, lo spettacolo fermo come una palude, la mancanza di idee ostentata, il frociame (perdonatemi la parola ma non ne trovo una migliore) stanco di un baraccone che sembra arredato come i cessi polverosi di coca del Cocorico’. Chiambretti e’ il direttore di un freak show tiepido e inutile che maschera coi velluti e il satinato il niente clamoroso. Le nudita’ ci hanno trasformato in vecchi bavosi capaci soltanto di riconoscerci nel voto di un leader che immagina se stesso come la summa di tutte le debolezze dell’italiano becero. La politica di opposizione non costruisce, lei che da parassita immobile campa sulle imprese disastrose di questo infame Napoleone sempre piu’ simile a Mr. Magoo. Imperatore prossimo alla caduta e alla decapitazione unanime da parte di un popolo schizofrenico che dalla storia nulla riesce ad imparare. Voglio la ghigliottina sulle piazze, giocar a pallone con le teste di cazzo di questo paese finito. E la poesia scompare, si maschera e trucca come la peggiore maitresse di bordello, si stordisce nell’alcool e si crogiola nella sua facile e remunerativa prestazione. Non c’e’ scampo, come maiali in tutto questo abbiamo imparato a sguazzarci, a lamentarci a piangere, a fregarcene, a reinventarci. E il marcio vende e si ricicla nella paura di rimboccarsi le maniche e scavare alla ricerca del bello, del silenzio, dell’osservazione muta e rispettosa di una natura stritolata al cemento e soffocata dai gas. Non mi commuove piu’ nulla da un pezzo. Mangio crackers al formaggio e guardo popolazioni spazzate via dal vento nel fango fin al collo , cambio canale e c’e’ Madonna che si strofina contro un palo di acciaio, cambio e scopro un poco sorridente presidente del Consiglio con i suoi occhi sprofondati nelle borse di pelle liftata che lo preoccupano piu’ della sorte del suo paese.Sono impassibile. Mi sono commosso due volte in un anno. La prima per una storia di vita di una persona a cui sono legato da una speciale amicizia. La seconda invece per una cosa che pare averci poco peso ma che mi ha emozionalmente devastato. Sono in una strada di campagna, e’ primavera. Vedo un uccello strano in mezzo al cielo che gioca col vento. Si lascia trasportare poi gli si butta contro rimanendo immobile senza batter le ali. Un momento di liberta’ e piacere che gli ho invidiato. Lui da solo contro il vento e amico di quella forza oscura che lo sostiene e porta in picchiata. Allora ho accostato la macchina e ho spento il motore e come uno scemo senza smettere di guardarlo in quel gioco solitario mi sono messo a piangere.
Arte e ingombro.
10.07
A differenza di mio padre , vorrei giungere alla vecchiaia sgombro, pulito, leggero, senza intralcio, ridotto alla sintesi.
La casa di mio padre e’ un museo di oggetti e libri e dischi e quadri e mobili e antichita’ e ogni cosa che avrebbe potuto rinunciarvi, gettare , riciclare, regalare, bruciare, vendere, polverizzare e invece no. Ogni bullone e’ li’ a testimoniare il suo credo. Una vita quantificata nel raccoglimento, votata al possesso dell’emozione sotto forma di oggetto. Io invece non sono legato che a pochissime cose e buttare via mi rilassa e distende, portare furgonate di vhs e dvd al mercatino per pochi spiccioli mi esalta, mi allenta la catena, mi ossigena l’anima, fare a pezzi armadi a colpi di ascia mi innalza a genio, incendiare pile di carta e tele e cartone mi rallegra come uno psicopatico nazista. Posso fare a meno di tutto in fondo, di tutto cio’ che ancora non desideri profondamente. In pratica nulla. Sono perfino giunto al punto di odiare l’arte, la pittura, quella mia e quella degli altri, trovo inutile e poco emozionante la maggior parte dell’arte moderna. Salvo soltanto qualcosa dell’arte africana dei primi del secolo, Giovanni Boldini, l’espressionismo, il futurismo e la prima pop art italiana degli anni sessanta di gran lunga piu’ affascinante di quella americana. Odio i colori, i barattoli, i pennelli, il puzzo dell’acquaragia, la staticita’ della figura, il supporto. Odio Matisse e i poster di Van Gogh da universitario sensibile. Trovo osceno il mondo del commercio dell’arte, il sottobosco delle gallerie, dei mercanti ,degli imbonitori televisivi, le case d’asta, i falsari, le volpi, gli esperti, i restauratori, i collezionisti. Un mondo di merda che conosco bene e che evito quando lo vedo gironzolare nella fattispecie di tirapiedi viscidi, iene voraci attorno a mio padre che soltanto ha colpa di essere un entusiasta puro ed ingenuo come un bambino. La sua cultura in materia e’ vastissima e ingolosisce i mercanti ignoranti che come possono spremerlo lo fanno. Un capitolo chiuso per me, non torno a dipingere. Anche suonare richiede uno sforzo considerevole, quello di essere vincolati ad uno strumento e ai musicisti, all’invecchiamento e alle aspettative della critica. Sta diventando pesante dover dipendere da tutti questi elementi. L’unica forma d’arte che mi attrae davvero e’ quella che produce meno scorie possibile e non richiede collaborazione con altri esseri umani e forza fisica. Voglio essere IO senza dover dipendere da nessuno, forzare il vincolo del gruppo, dello spostamento, del fardello, della rappresentazione ed essere padrone della mia arte con la minor fatica e fuga di energia possibile. Credo nella parola, nella narrazione, nella spremitura del cervello senza scarto produrre, senza spazio da riempire e strumenti , senza complici e dispersioni. La scrittura e’ la forma d’arte piu’ pulita ed intrigante perche’poco richiede. La scrittura ammalia, inganna, strega, rilassa, commuove e diverte. E’ una traccia, una tavolozza di colori che ognuno utilizza a piacimento, e’ la musica e il ritmo del pensiero, e’ la liberta’ di emozionarsi senza il vincolo dell’immagine e del suono, nello spazio ridotto di un libro. La scrittura ti svela e ti nasconde, non devi sorridere e stringere mani, non devi sostare in autogrill, non devi mascherarti ne’ dormire in alberghi fatiscenti . E’ il modo piu’ discreto di esserci, il piu’ subdolo anche. Chiaro che la musica sia una forma di espressione sublime, ma richiede mezzi e procedimenti complessi per diventare da semplice idea a prodotto finito. Ho la fortuna di essermi potuto cimentare con queste diverse forme d’arte, col disegno fin da bambino, con la musica poi, mentre adesso scopro di sentirmi a mio agio con la scrittura. E’ una questione di eta’ e bisogni. Il disegno e’ stato l’approccio primordiale col mondo esterno, la dimostrazione di essere capace di sintetizzare nel segno le idee mie e quelle degli altri, una maniera di guadagnare considerazione in un mondo mediocre col dono dell’ostilita’ verso i “diversi”, i non allineati al comportamento standardizzato col fine ultimo della produttivita’, dell’allevamento mansueto. Poi, una volta ottenuto col disegno l’impiego e l’inscatolamento del talento a fini industriali, ho avvertito il bisogno di salire su un palco e dominare a mia volta una fetta di aficionados. Cosi’ sono saltato sulla schiena di un cavallo nuovo , quello della musica. Adesso a 15 anni da quel giorno in cui decisi di fare della musica la mia vita, mi interrogo. Libero dalle ansie di prestazione, distaccato dallo strumento che a lungo ho venerato, stanco di combattere contro una societa’ votata all’implosione, alla negazione, alla guerra, mi interrogo se sia il caso di faticare ancora in questo versante o non sia il caso di stare nelle retrovie, di vivere diversamente, di viaggiare non per lavoro, di lucidare la mia Taunus e guidarla nel campo dietro a casa tenendo mio figlio sulle ginocchia come faceva mio padre con la sua 127. Cambia la gente, i ventenni diventano trentenni, i trentenni quarantenni, cambiano gli ascolti e si sfaldano i gruppi di sostenitori che facevano delle nostre serate delle feste. Nessuno e’ indispensabile e i bisogni cambiano. Renato Carosone si ritiro’ dalle scene a 40 anni. Aveva deciso che quello che aveva dato era piu’ che sufficiente a rappresentarlo in seguito e cosi’ fu. Ci vuole coraggio oggi. Ci vuole coraggio a reinventarsi in una societa’ che non accetta la vecchiaia, che non accetta la morte e comunque non tutela il talento e i vivi. A 40 vorrei chiudere, fare l’ultima turne’ e prendermi una vacanza vera senza l’assillo del telefono, del dover esserci, del dimostrare. Mi riciclero’ in qualcosa che mi vesta comodo, una scommessa. Solo carta e penna e una birra e un panino al prosciutto e un pezzo di tavola per appoggiarmi. E il gusto della sfida, finalmente da solo.