Archive for settembre, 2009

L’autunno mi fa schifo.


2009
09.29


 

Una volta devo aver detto il contrario.

Prima o poi capita che ho detto il contrario di qualcosa che ho difeso. L’autunno mi fa schifo. Il suo contrario e’ maggio, i primi di giugno, l’aria profumata e il rumore del cuore. L’autunno e la prima vaschetta di mostarda con una pera coperta di glassa piccante, Horace Silver nello stereo che insegna al mondo le dinamiche del jazz senza stufare, senza strafare, senza diventare il solito jazzista rompi cazzo di quelli della nuova generazione alla Nicola Conte. Ho trovato dei bei dischi a sei euro l’uno a Venezia, a due passi dal ponte di Rialto. Nei Blue Note c’e’ tutto cio’ che mi occorre per pensare meglio. Una vita in gita. Venezia. La citta’ piu’ autunnale che esista. L’incubo e il sogno nel labirinto nella luce pastosa di fine settembre. I gondolieri che chiedono attenzione e i piccioni divenuti gentili ed educati piu’ del becero turista. Il caffe’ che lontano da piazza S. Marco costa 80 centesimi.  Un mondo di vetro colorato che fa girare la testa. E piu’ il tempo si mantiene dolce e piu’ mi fa schifo l’autunno. Il cielo e’ chiaro ma opaco e il sonno diventa di piombo. La mattina accompagno alla fermata d’autobus il mio ragazzo. Guardo le mamme nelle loro chiacchiere sui tacchi alti e permanenti fresche di parrucchiera, i loro figli che sembrano piu’ idioti del mio solo perche’ e’ roba loro. Io sgualcito che penso a quello che il giorno tirchio non mi portera’ se non me lo vado a cercare da solo. Poi torno a letto, come facevano i miei genitori dopo essersi alzati, avermi preparato la colazione e spedito a scuola. Lo sapevo che tornavano a letto ed io stretto nel fiocco del mio grembiule, incazzato dietro uno stupido banco di formica di quelli ancora col buco per il calamaio, li maledivo. Nebbiosi e sofferenti anni settanta molto poco trendy anzi cupi e claustrofobici. Son passati anche loro. Torno a letto, ho lasciato un sogno a meta’, un sentimento d’amore che nel limbo onirico pare averci una valenza sublime. Recupero uno sguardo, un sorriso, un profumo rimasti seppelliti dai giorni dell’indifferenza. Riscopro il bene e mi interrogo. Non sono bugiardo, all’amore ci credo e mi butto. Credo ad ogni bugia che ho detto, allegro nel cervello come nelle membra. Ma l’autunno rallenta e ossida la lama dei desideri che si allungano sul comodo e spengono la luce. La cucina ha ripreso a funzionare, i fuochi scaldano pentole e padelle e olio. L’estate ha mischiato le carte, svuotato il frigo, e illuso che la notte non scendesse piu’ e ci si potesse nutrire di angurie e lazzi. Adesso suona Lou Donaldson che del suo sax 1962 fa sentire ancora molto rock & roll, l’organo di John Patton a lungo ed erroneamente da me poco considerato, un ponte tra Jimmy Smith e Larry Young, la chitarra di Grant Green. Poco importa, e’ la mia vita coi suoi suoni che solo nella mia testa trovano un senso, una matematica che risolve conti dell’anima e non quelli della vita pratica. La pratica chiede di esserci per davvero, mantenere promesse e di esaurirsi come la batteria di un auto con le luci dimenticate accese. Luci nella notte di esistenze altrui. Ecco l’autunno che presenta i conti. L’autunno che rade al suolo ombrelloni e svuota parcheggi, prepara sagre di maiale e stringe le persone nei teatri, nella collettiva distorsione del vino, nei grandi magazzini a caccia di stivali di pelle e maglioni a collo alto. Ai dischi di vinile alterno dischi di carta vetrata e svernicio il mio vecchio Leslie coperto dalle mani di smalto verde rosso e giallo. Cerco di ritrovare sotto il piastrone sciocco le venature sane del legno. Scavo tra le vernici secche e indurite a caccia di quella purezza che anch’io ho coperto con la vernice del mio apparire per sopravvivere al tempo. Il legno che poi’ congelero’ sotto una mano di lucida coppale per esaltarne la natura, restituira’ all’oggetto quel fascino che me lo fece desiderare quando lo identificavo con la musica, col palco, col desiderio di essere quello che in parte sono diventato, cibo di un certo immaginario collettivo, condanna a mostrarmi a dimostrarmi. Se mi carteggiassi anch’io ne scoprirei l’anima di bambino. Un bambino che vuole essere amato e mai sgridato. Un bambino che cerca l’estate negli occhi della gente e che fugge dall’autunno dei sentimenti.

Padri.


2009
09.29


 

I nostri padri. Spesso piacevolmente distanti da noi perche’ rispecchiarci in loro, guai. Lasciamo che tacciano, che si tengano le loro scomode domande, che pensino a fare il loro lavoro e smaltiscano gli sbagli di una vita nei nostri silenzi. Piu’ i padri delle madri riempiono di assenza le nostre vite incerte, piu’ una loro parola conta se detta in modo giusto che cento di madre. Perche’ il padre e’ un mistero. Perche’ il padre e’ segreto e ruvido e profondamente dolorante e buono se occorre. Profondamente buono e sinceramente pentito, a differenza delle madri.  I padri non han tempo per le sciocchezze, inseguono quel che della vita rimane per cacciargli le ultime bastonate in testa  e chiudere i conti. Invecchiano e migliorano alcuni, invecchiano e muoiono soltanto altri. Sono gli sbagli in cassaforte, sono la fatica spacciata per dovere, sono gli eroi di fango, sono la virtu’ e la forza della nostra infanzia, sono i ceffoni che lo avresti ucciso, sono i no che e’ cosi’ e basta, sono l’orecchio che ascolta e tace, sono le spalle che non faticano a sorreggerti, triplicano la nostra altezza e permettono agli occhi di bimbo di vedere lo spettacolo dall’alto, oltre la folla, nel privilegio di essere sempre in prima fila con la vertigine del mondo adulto. I padri insegnano che la vita insegna poco se non quello che altri padri han detto. Si evita volentieri il sapere dei padri, scomodo come essere nudi davanti a tutti, si evita e si raggira per poi finirci contro in tarda eta’. I padri non ce li ricordiamo giovani perche’ già erano  padri. Non li ricordiamo spensierati perche’ gia’ avevano casa e noi dentro ad essa come se fosse cosi’ da sempre. Ci infastidisce la loro bella gioventu’ nelle foto che li ritrae liberi da noi, uguali a noi. I padri sbagliano sempre ma sono navi che non invertono la rotta. I padri non usano ombrelli e dimostrano che non piove  a costo di infradiciarsi l’anima, ma vicino a loro si rimane asciutti e si concede a loro la ragione. No, non piove. Mio padre rimane un mistero, l’emblema della vita che non cerca neppure il tempo di fermarsi un secondo per capire il perche’, il motivo della sua stessa spinta esistenziale. Cocciuto come un asino, non ha imparato nulla, se non che lui e’ cosi’ e il suo modo e’ quello giusto e unidirezionale, perno sul quale un mondo piatto come un disco orario ruota. La vita ha commesso l’errore di dargli spesso ragione  alimentando il suo credo, l’essere nel giusto sempre, unico proprietario e destino della sua vita. Vederlo invecchiare e’ la mia disfatta, adesso che vado per i quaranta e ricordo il suo compleanno dei quaranta come se fosse ieri. Era il 13 gennaio del 1980 e c’era neve fino al ginocchio. Ero in giardino a giocare con una pala di ferro rossa e osservavo le macchine dei suoi amici tutte parcheggiate attorno a casa nostra. Provavo imbarazzo a pronunciare il numero 40, come se fosse la parola fine e quegli ospiti fossero radunati per un addio. Mi osserva oggi e a volte vorrebbe dirmi come impiegare il tempo che se avesse lui vedreste voi cosa vi combino. Forse preferirei mi dicesse una scemenza piuttosto che nulla, mantenendo quello sguardo di chi sa gia’ di che razza di truffa sia il tempo, puntandomelo addosso come una pistola. Una cosa tra le tante dette da lui in eta’ giovanile mi sono appuntato e ho cercato di mettere in pratica. “Sii severo con i tuoi sogni.” Adesso che sono arrivato a nutrirmi fino a questo punto dei miei stessi sogni divorandoli con avidita’ ed impazienza, scopro che un languore in fondo allo stomaco mi e’ rimasto, come se avessi mangiato leggero, come se i miei sogni fossero stati gonfi di aria, cotonati come zucchero filato. Mi e’ rimasto il languore che non si placa, la fame che la vita porta con se’ e che maschera da desiderio e insoddisfazione. I padri sanno cosa manchera’ sempre nella vita, lo hanno appreso vivendoci attraverso. Ma quello e’ un segreto che ai figli non sveleranno mai.

 

L’uomo in tuta.


2009
09.22


Si stira l’uomo in tuta, mette su il caffe’ e si stropiccia gli occhi. Si promette di leggere pile di libri per entrare senza fatica nell’intelligenza, senza bisogno di vivere le cose. Letture da divano con luci soffuse , nello stordimento post prandiale a meta’ tra il sogno e l’intorpidimento cerebrale. Ma leggere costa tempo e gli occhi bruciano. L’uomo sta in tuta, comodo, lontano dal senso estetico, lontano dalla vita che osserva farsi gonfia di nebbia ad un passo da lui, appena fuori dalla finestra. Scosta le tende e osserva  il primo giorno d’autunno, denso come olio di semi e torbido come il fondo dei tini dove riposa il vino appena schiacciato. La luce e’ dolce e scalda appena il cuore, mentre un languore di sapori robusti  trafigge il desiderio dell’uomo in tuta che squarta filetti di alici e che frigge assieme a carote e zucchine a listelli sottili. Frigge la fantasia dell’uomo in tuta e i vapori trasfigurano bei ricordi di piogge primaverili. L’amore deve essere cosa breve altrimenti diventa altro. L’amore deve essere rimpianto per essere congelato nel suo sapore di pescato fresco. L’amore aspira solo a finire, con la fretta di essere ricordato, venerato, pianto. L’uomo in tuta si sposta piano, si rade, si scruta, spalanca la bocca e spazzola i grossi molari. Il silenzio lo perseguita come uno spettro, i suoni che non lo interessano giungono all’orecchio ovattati dalla sua indifferenza. La televisione si accende soltanto di notte per il colpo di grazia, il sonno che attraversa la nuca e paralizza di piacere. L’uomo in tuta e’ rimasto senza sigarette e si inventa una voglia di vita salutare per non impazzire. L’uomo in tuta pensa e guarda un paio di pantaloni appesi all’attaccapanni, cio’ che resta della sua incoscienza e’ dentro quelle tasche.

Il senso.


2009
09.22


Spostare i nostri pensieri dalla gabbia della nostra testa e’ forse il senso unico della vita. Farli partire pian piano, camminare, prendere forma definita, prendere ossigeno insegnando loro a respirare senza di noi perche’ possano continuare ad esserci, indipendenti,robusti e capaci di tradursi in vita dopo di noi.

Mattino limpido.


2009
09.11


Appena finita la prima devastante sigaretta del mattino. La testa gira e scrivere diventa facile. Ascolto Jimi Tenor, devo dire un bel disco, anche se lui mi sta un po’ sul cazzo. Non riesco ad inquadrarlo e le persone che non metto a fuoco e timbro con una sigla definitiva mi stanno sul cazzo. Io ad esempio, mi sto molto sul cazzo. Oggi e’ l’11 settembre e la giornata si e’ svegliata pigra e apparentemente insignificante come quella di otto anni fa. Avevo trent’anni e pare ieri. La casa era spoglia, senza mobilia e la tv era appoggiata sopra ad una cassetta per la frutta. Eravamo dentro al nuovo mutuo da un paio di mesi, spaesati da tutti quei metri quadrati che pareva impossibile riempire. Noi due ratti abituati ad un angusto bilocale bagnato dalle nebbie del porto di Cesenatico, stretto e profumato di muffe al punto da spingerci a concepire il nostro bimbo. L’avrei lasciata cosi’ la nuova dimora, mi piace la precarieta’ delle cose, il non compimento, l’accampamento nomade, ma dovrei vivere da solo per permettermi il lusso dell’approssimazione, del mai definitivo, delle cassette della frutta alla faccia di Ikea . Mi manca quel vuoto , l’idea che tutto debba ancora succedere con l’odore di casa nuova senza storia, lo spazio e l’immaginazione sconfinata in allegato. Era una mattina come questa e i miei dischi erano tutti sparsi per terra, il giradischi in mezzo alla stanza sul pavimento. La musica era stata la prima cosa a traslocarci dentro. Suono’ il telefono, anch’esso sul pavimento, e la commessa del negozio di dischi di Cesena con voce gentile mi rassicuro’ che il il disco “L’uomo e la citta’” di Piero Umiliani ordinato qualche giorno prima era arrivato. Parto con la Ford Escort familiare color amarena di mamma, precarieta’ anche sulle ruote sebbene avessi messo gli occhi su una Taunus azzurra guidata da un vecchio, e prima di mezzogiorno sono a casa col vinile del Maestro. Lo ascolto un po’ e facendo spallucce lo butto tra i suoi simili nella pila alta come un grattacielo. E’ una giornata di sonno, come se fossi imbottito di sonniferi.  Shaz ha gia’ una pancia enorme e fare all’amore e’ scomodo. Meglio dormire. Dormire. Dormire. Dormirei fino ad Aprile. Poi verso le tre mi sveglio, mi dirigo verso il frigo per cercare qualcosa da mettere dentro ad un sandwich. Accendo il televisore e mi butto sul divano color panna. Magari su rete 4 passano un film di Billy Wilder. Invece c’e’ Emilio Fede che si lecca i baffi e alle sue spalle un grattacielo che butta fumo nero. Spegnamo la televisione alle due di notte e non riusciamo a prendere sonno. La sensazione e’ quella di essere entrati in una dimensione di dolore senza via d’uscita. Accarezzo la pancia che protegge il nostro bimbo e penso che sara’ un futuro difficile. L’America come se fosse tutto il mondo, come se potessi vedere il disastro e sentire il puzzo dei corpi bruciati dalla mia finestra. Un mattino limpido come il nostro macchiato per sempre dall’odio. Non riesco a dormire, ci guardiamo e non parliamo. Ascolto la radio soltanto, non posso piu’ vedere quelle immagini avvolte in nuvole di fumo. La radio che parla piano, con un pudore da gelare il sangue. Chi ha voglia di mangiare? Di uscire a far la spesa, di incrociare amici e sorridere, di parlare, di muoversi da questo letto che sembra diventata una zattera senza timone cullata dall’oscurita’ di un oceano profondo e nero? Invece eccoci ad un altro mattino limpido.In mezzo e’ trascorsa tanta storia, amore, lacrime, noia, lasagne, bollette della luce, lavoro e pensieri.Il disco di Umiliani mai piu’ ascoltato. Adesso il silenzio impagabile della mia via alberata, soltanto il ronzio del frigo. E la certezza che la vita sia un animale selvatico che scappa come braccato, perennemente in cerca di cibo.

Livida.


2009
09.07


Faccio a pugni col sonno e mi desto per la pisciata delle cinque. La luce pesta e’ carica di morte. Da dietro la finestra spio la miseria che segretamente partorisce un altro giorno. E’ l’ora della non appartenenza, dei pensieri solidi che andrebbero innaffiati ad acqua e bicarbonato. Tutto e’ troppo distante per acchiapparlo e la solitudine veste stretta come una muta da sub. Il giorno esce dalla vagina dell’incubo e rantola vita. Nessun desiderio, e’ cosi’ che vivono i morti. La pace.Bah! Non rinuncio a guardarmi allo specchio, una faccia contratta da Charles Bronson, la barba folta che mi nasconde per bene. Sono al sicuro dietro quella tricea di pelo grigio. Aronne mi dice che la gente con la barba cosi’ lunga finisce per andare in galera. Avrei tempo per scrivere e per leggere e per sentire la mancanza di tutto. Gli amici che non chiamo mai, le cose che ho pagato col mio lavoro e che diventano  peso, il poco sapere che non applico nel nome della non praticita’ dell’esistere . Un amore se n’e’ andato e uno e’ stato ritrovato. Ma -1 e +1 non da zero. L’unico zero che conosco e’ quello del peso della mia anima. E chiedo che questo giorno ancora sporco di liquido amniotico e sangue marrone sia gentile con me. E chiedo di svegliarmi quando il nuovo giorno sara’ maggiorenne e privo di mistero. Il silenzio mi sussurra  un segreto. E ingoio tutto dietro un bicchiere di acqua minerale.

Fender Rhodes.


2009
09.05


Adoro il piano Fender. A partire dalla sua forma, le gambe cromate filettate, il legno e l’acciaio, fino al suo suono inimitabile. Mi riferisco al modello Mark I 73 tasti, quello col cofano a bauletto e il frontalino in alluminio zigrinato che tanto mi ricorda certe auto americane degli anni sessanta. Il Rhodes e’ il suono della mia infanzia, morbido e scampanellante coi colori vivaci della prima tv a colori, dentro l’anima esotica della bossanova, del jazz, del funk, i jingle pubblicitari e i cartoni animati del Signor Rossi. Ogni tanto torno al Rhodes. E’ parcheggiato a pochi metri dal cugino Hammond, ma spesso lo trascuro perche’ li’ sopra non e’ permesso sbagliare e certi trucchetti non funzionano. La tastiera del Fender non perdona, esige precisione e dita forti. Ma sono a mio agio anche con lui, e’ un piacere suonarlo, riempe l’arie di armoniche gioiose ed esige di breve manutenzione. Qualcuno dice che il Wurlitzer sia meglio, ma io amo entrambi. Ognuno per la sua precisa peculiarita’. Il Wurlitzer e’ molto piu’ soul mentre il Rhodes e’ piu’ jazzy, fusion se vogliamo, anche se questa parola mi da un po’ i brividi. BRRRRRRR. Scusate ma sono cresciuto con i Blue Note degli anni sessanta. Ai musicisti fusion manca la stilosita’, il giusto guardaroba. Credono che la loro musica glielo possa permettere. Si vestono come pallavolisti nell’uscita coi colleghi per la pizzata del sabato sera. Hanno calze di spugna , scarpette Adidas “Stan Smith”, marsupi portaoggetti, letture buddiste e braccialetti di corda porta fortuna. E jeans stretti come Pat Metheney. Ne ho due in garage. Di Rhodes, non di Metheney. Uno e’ del 1974 e uno del 1976. Ognuno col suo suono. Quello piu’ vecchio e’ ancora marchiato Fender e ha il suono dei primi dischi di Hancock, penso a “Fat Albert Rotunda”, un disco immenso e la sua Wiggle waggle il brano che ballerei anche da morto. La tastiera di questi primi Fender e’ molto dura ma il suono e’ aggressivo e pieno come piace a me. Il suono e’ Dghen! , non Pling come i tardi esemplari. E’ il mio piano e sopra ci ho composto quasi tutti i miei brani. Non avendoci ancora l’organo Hammond,  immaginavo al piano come avrebbe suonato con quell’altro suono ogni mia composizione. Prima ancora di averci a disposizione un paziente batterista disposto a mascherare i miei buchi di tempo, appoggiavo sopra al coperchio nero il mio metronomo e un piatto col panino alla mortadella o un sandwich al prosciutto e insalata russa. Tac tac tac. Lo suonavo nei pomeriggi eterni nella mia stanza del sud est londinese e ci bevevo dietro Ginger Beer, quello piccante marchiato Jamaican Root. Se passate da Londra provatelo fresco di frigidaire e mi sarete debitori di un buon consiglio. Anni 90.Gli anni creativi, quelli del flusso spontaneo, il cervello dei 25 largo come un’autostrada a tre corsie, nessun tamponamento, nessuna intrusione esterna. Quando lo spostavo, il piano Fender diventava una valigiona nera pesantissima  con dentro tutte le mie idee. Una volta rimontato e avvitate gambe, ritrovavo su quei tasti tutte le melodie immutate. Non l’ho mai voluto vendere, neppure nei momenti di pane e cipolla. Lui e’ il mio segreto e dispensatore di idee. Adesso ci torno addosso  e lo trovo un poco ostile. Sebbene la mia conoscenza in materia di musica sia piu’ ampia,  pare piu’ difficile ora muovermi con l’istinto primordiale di quei lontani approcci dettati dal caso e dalla mia coscienza pulita e semplice. Era come viaggiare senza mappe, a naso, e ci prendevo. La conoscenza restringe il campo e osare spaventa. Adesso cerco di inventarmi le melodie da cucirgli addosso senza chiedergli troppo, successioni di accordi efficaci, fraseggi ruffiani da combinare ai suoi Dghen!, prendo spunto dal pianismo minimale di Horace Silver, dal gusto di Joe Sample, dal suono episcopale del reverendo McCann, dal genio di Donny Hathaway, da Ray Charles che lo consacro’ una volta per tutte nella sua Blues Brothers performance. Apro il cofano nero in pvc e infilo una mano nel cuore, la poggio sui diapason e premendo un poco fermo il loro vibrare ai miei colpi, un suono soffocato di marimba elettrica, una percussione africana. Schiaccio il pedale del sustain e faccio oscillare il volume. Gioco. I Play. Chiamo Capio, uno dei batteristi piu’ talentuosi in circolazione. Abbiamo cominciato insieme molti anni fa e ci ripromettiamo di tornare a lavorare assieme. Ci divide qualche ettaro di campagna coltivato a vitigno. Ho un’idea per un progetto che mi vede  al piano, prendere finalmente fiato dall’organo, dalla fatica di dover pensare alle linee di basso , distante per un poco dalle ernie. Scrivo e immagino il nuovo quartetto, una nuova avventura,  il piacere del commitment, dell’impegno nella costruzione del nuovo che nuovo non e’ mai per se stessi ma puo’ stupire nella sua concretezza finale. Costruire il suono di un progetto e’ dare vita ad un’idea astratta che non esiste se non nella propria testa. Coinvolgere talenti nel nome di una sensazione che circola nel proprio sogno e’ una bella sfida. Distrae dal sonno autunnale e dalle coperte di nebbia nelle quali non tardero’ a sprofondare. Mentre l’ultimo mare dell’estate vira al grigio, salpo per una destinazione sconosciuta e nota. Back to Rhodes Island.

Triglie.


2009
09.02


Passo da Max, ha una cassettina di pesce per me. Max e’ gentile ed e’ un buon amico. Uno dei pochi amici che riesce a farmi ridere quando mi racconta una storia. Ha solo storie paradossali nel suo vasto repertorio, come  quella di quando gli rubarono tre camion frigo e si affido’ alla maga per scoprire dove potevano essere finiti. “A Foggia, sono a Foggia!” disse senza ombra di dubbio. E Max ando’ a Foggia in macchina. Torna due giorni dopo sfiancato dal viaggio e deluso e i Carabinieri lo chiamano per dire che i furgoni sono stati trovati a sette chilometri da casa sua, a Gatteo  Mare. Naturalmente Max ha cambiato maga. E’ ancora caldo, ho spedito la famiglia al mare. Tutta la casa per me, una cassetta di triglie appena pescate, una bottiglia di sciroppo Fabbri all’amarena, il ghiaccio, un pacchetto di bionde da sverginare e gli ingredienti per la cena di stasera. Mi piace cucinare. Mi piace farlo ascoltando musica e standomene in mutandoni. Metto su “Stay Loose” di Jimmy Smith a palla e mi aspetto mi citofoni la vicina di casa con le sue ciabatte per chiedermi di abbassare. Non lo faro’. Mi teme la signora Cazzituoimai. Ormai avra’ imparato a farselo piacere il buon Jimmy.  Apro i sacchetti della spesa. Mi manca un po’ la Clerici. Le sue tette enormi di mamma.Comincio dalle teste che si fanno tagliare dalle forbici senza fiatare, nella loro espressione rassegnata e anche un po’ stupida. Poi apro e pulisco la pancia, poi le pinne e la coda. Passo i filetti nella farina e nella semola, aggiungo sale e pepe. Sul fuoco l’olio di semi scricchiola di gia’. Eccola qua quella scala furiosa di Jimmy che devo assolutamente copiare, una sventagliata di Hammond imprendibile, veloce ed elegante come un Concorde. Preparo il padellone di alluminio con olio extravergine di oliva, pomodori freschi tagliati a pezzi, cipolla, olive nere, sale, peperoncino, pepe, prezzemolo e un po’ di salsa di pomodoro. Friggo nel wok, mi piace il wok per il suo nome. Avrei voluto chiamarmi Wok. Wok Paglia e’ fenomenale. Oggi sarei sicuramente ricchissimo con un nome cosi’. A giudicare da come vengono le mie triglie, sono ricco lo stesso. Poggio le triglie croccanti nella padella col pomodoro, le lascio affondare e riposare e passato qualche minuto spengo i fuochi. Il caldo lecca settembre come un gelato giunto al termine, ma la luce e’ gia’ diversa e un po’ fioca. Al mare si sta d’incanto e Max finisce la sua Paulaner in bottiglia. Mi scruta come se sapesse chi sono davvero. Figuriamoci, non lo so io. Vorrebbe trascinarmi dalla nuova maga e io glisso sul discorso triglie.Le mie triglie al pomodoro.

Primo settembre.


2009
09.01


L’amaro in bocca, come se avessi mangiato carne guasta. Ma ho solo finito di leggere un libro doloroso e a tratti insopportabile. Un sunto di anima guasta che sporca chi legge e ne impasta i sensi. Sono sensibile alla buona scrittura, troppo a volte. Avrei dovuto gettare il tomo nell’Adriatico mentre seduto sul lato passeggeri costeggiavo la scogliera triestina nel consueto viaggio di lavoro che mi sballotta ovunque senza appartenere a nessun posto. Poi invece ho proseguito nel supplizio, sono arrivato alla fine con dentro l’odio e la rabbia di chi raccoglie il messaggio di un morto che a distanza di quasi cinquantenni vive e sanguina nella scrittura di un romanzo,  un paziente bacello  che si nutre delle anime vive e ne mina l’apparente tranquillita’, una carica di dinamite sepolta pronta ad esplodere al minimo urto. Mi piace Dino Buzzati e forse “Il deserto dei Tartari “ e’ una delle opere che prediligo, ma il suo “Un amore” e’ davvero un percorso difficile da digerire, una discesa all’inferno dove il sentimento e l’ossessione si fondono in un unico delirio senza cura ne’ riscatto. Insopportabile perfino il contesto storico, l’italia del Boom, il germe devastante di quella Milano frenetica e disumana agli albori del disastro che verra’. Impossibile per uno come me che dell’amore fa suo cibo vitale e carburante per ogni propulsione artistica, non finire invischiato nella sofferenza vertiginosa di questo scritto che riassume abilmente e senza via d’uscita la pratica dell’amore mal corrisposto fino alla discesa nel patetico e nella melma di cio’ che amore finisce per non essere piu’. Avrei voluto non leggerlo, ma avrei voluto sapere cosa ne resta adesso che Buzzati e’ soltanto ossa e bibliografia. Scrivere vendica l’anima delle nefandezze vissute, ma non ne ammorbidisce il taglio e ripropone immutate certe violenze senza  prestare sollievo. Oggi sto meglio. C’e’ il sole inutile di settembre, quello che sembra maggio ma in realta’ si e’ dalla parte opposta. Passo a trovare il mio amore. Quello che costa soldi e cure come tutti gli amori. La mia automobile. Ignorante e pesante come il passato. Se ne sta sollevata sul ponte della carrozzeria Diamante. E’ tutta smontata, bella anche nuda, coperta di polveri e privata dei suoi occhi rettangolari. Non puo’ vedermi  ma avverte la mia presenza. Non credete a chi dice che le automobili non hanno un’anima. La mia Ford e’ pregna dei miei sogni, delle mie avventure, delle mie disfatte. Le faccio una carezza e sbircio dentro per cercare col naso quell’odore di me che solo da fuori riconosco. Mi manco un po’. La smontano, cornici di alluminio da ricromare, guarnizioni di gomma ormai friabili come crackers, luci e scritte in corsivo. Eccolo il momento migliore, l’inizio dei lavori. Non il compimento ma l’inizio, l’immaginarla finita e lucidata nelle mille varianti della fantasia.  Ultimata e indebolita dalla bellezza finale che me la fara’ coccolare come una figlia sfortunata, molto sensibile alle intemperie del tempo e del caso, le stesse sorti funeste che invece me l’hanno consegnata cosi’, frollata e umana come la mia pelle, corrosa come la mia psiche, butterata come la mia anima inquieta. Fumo una sigaretta. Una Winston blue. Blue come la vernice nuova che rivestira’ la mia Taunus, blue come il mare all’orizzonte che ho ammirato tutta l’estate credendo di essere altrove, blue come un tema di Duke Pearson, blue come gli occhi di Paul Newman, blue come il Supertelegattone. Le sigarette nel paccheto morbido che stringo come il mio cuscino nelle notti afose di questo capitolo alla fine. A loro non posso rinunciare davvero. Sono la porzione di male che gestisco io e non il destino.