Una volta devo aver detto il contrario.
Prima o poi capita che ho detto il contrario di qualcosa che ho difeso. L’autunno mi fa schifo. Il suo contrario e’ maggio, i primi di giugno, l’aria profumata e il rumore del cuore. L’autunno e la prima vaschetta di mostarda con una pera coperta di glassa piccante, Horace Silver nello stereo che insegna al mondo le dinamiche del jazz senza stufare, senza strafare, senza diventare il solito jazzista rompi cazzo di quelli della nuova generazione alla Nicola Conte. Ho trovato dei bei dischi a sei euro l’uno a Venezia, a due passi dal ponte di Rialto. Nei Blue Note c’e’ tutto cio’ che mi occorre per pensare meglio. Una vita in gita. Venezia. La citta’ piu’ autunnale che esista. L’incubo e il sogno nel labirinto nella luce pastosa di fine settembre. I gondolieri che chiedono attenzione e i piccioni divenuti gentili ed educati piu’ del becero turista. Il caffe’ che lontano da piazza S. Marco costa 80 centesimi. Un mondo di vetro colorato che fa girare la testa. E piu’ il tempo si mantiene dolce e piu’ mi fa schifo l’autunno. Il cielo e’ chiaro ma opaco e il sonno diventa di piombo. La mattina accompagno alla fermata d’autobus il mio ragazzo. Guardo le mamme nelle loro chiacchiere sui tacchi alti e permanenti fresche di parrucchiera, i loro figli che sembrano piu’ idioti del mio solo perche’ e’ roba loro. Io sgualcito che penso a quello che il giorno tirchio non mi portera’ se non me lo vado a cercare da solo. Poi torno a letto, come facevano i miei genitori dopo essersi alzati, avermi preparato la colazione e spedito a scuola. Lo sapevo che tornavano a letto ed io stretto nel fiocco del mio grembiule, incazzato dietro uno stupido banco di formica di quelli ancora col buco per il calamaio, li maledivo. Nebbiosi e sofferenti anni settanta molto poco trendy anzi cupi e claustrofobici. Son passati anche loro. Torno a letto, ho lasciato un sogno a meta’, un sentimento d’amore che nel limbo onirico pare averci una valenza sublime. Recupero uno sguardo, un sorriso, un profumo rimasti seppelliti dai giorni dell’indifferenza. Riscopro il bene e mi interrogo. Non sono bugiardo, all’amore ci credo e mi butto. Credo ad ogni bugia che ho detto, allegro nel cervello come nelle membra. Ma l’autunno rallenta e ossida la lama dei desideri che si allungano sul comodo e spengono la luce. La cucina ha ripreso a funzionare, i fuochi scaldano pentole e padelle e olio. L’estate ha mischiato le carte, svuotato il frigo, e illuso che la notte non scendesse piu’ e ci si potesse nutrire di angurie e lazzi. Adesso suona Lou Donaldson che del suo sax 1962 fa sentire ancora molto rock & roll, l’organo di John Patton a lungo ed erroneamente da me poco considerato, un ponte tra Jimmy Smith e Larry Young, la chitarra di Grant Green. Poco importa, e’ la mia vita coi suoi suoni che solo nella mia testa trovano un senso, una matematica che risolve conti dell’anima e non quelli della vita pratica. La pratica chiede di esserci per davvero, mantenere promesse e di esaurirsi come la batteria di un auto con le luci dimenticate accese. Luci nella notte di esistenze altrui. Ecco l’autunno che presenta i conti. L’autunno che rade al suolo ombrelloni e svuota parcheggi, prepara sagre di maiale e stringe le persone nei teatri, nella collettiva distorsione del vino, nei grandi magazzini a caccia di stivali di pelle e maglioni a collo alto. Ai dischi di vinile alterno dischi di carta vetrata e svernicio il mio vecchio Leslie coperto dalle mani di smalto verde rosso e giallo. Cerco di ritrovare sotto il piastrone sciocco le venature sane del legno. Scavo tra le vernici secche e indurite a caccia di quella purezza che anch’io ho coperto con la vernice del mio apparire per sopravvivere al tempo. Il legno che poi’ congelero’ sotto una mano di lucida coppale per esaltarne la natura, restituira’ all’oggetto quel fascino che me lo fece desiderare quando lo identificavo con la musica, col palco, col desiderio di essere quello che in parte sono diventato, cibo di un certo immaginario collettivo, condanna a mostrarmi a dimostrarmi. Se mi carteggiassi anch’io ne scoprirei l’anima di bambino. Un bambino che vuole essere amato e mai sgridato. Un bambino che cerca l’estate negli occhi della gente e che fugge dall’autunno dei sentimenti.