Archive for agosto, 2009

Carrozzeria Diamante.


2009
08.18


Non sapevo come segnare il confine tra giovinezza e vecchiaia ed ho avuto un’idea. Decostruisco l’amore per la mia macchina, ho pensato. L’amore per lei l’ho dimostrato distruggendola, consumandola e facendo crescere al suo interno rare specie di licheni e muffe. L’ho spremuta la vecchia, l’ho goduta e l’ho portata dove osano le aquile. Adesso e’ finita l’epoca del ragazzo, me lo indicano gli sguardi ammiccanti di certe cinquantenni niente male tenute assieme da costumi intelligenti e movimenti sinuosi da veterane dell’amore. Non potrei neppure essere il loro figliolo, siamo vicini nel modo di pensare. Gnam gnam. La mia Taunus sono io. Quello sono io, come cantava Luchinelli nel raro videoclip che lo immortalava sbriciolato nelle sue cadute da centauro dopato. Mi dicono che dalle parti della campagna che si srotola oltre la via Visdomina c’e’ un restauratore di auto d’epoca. La mia precaria condizione economica mi spinge a fare il grande passo. Molto piu’ facile spender soldi quando non se ne hanno. Per me e’ cosi’. Mi stimola, mi invoglia ad inventarmi il modo per racimolare la grana, alzare il telefono e smuovere il culo, pianificare rapine a mano armata e svendere oggetti superflui nei vari mercatini disseminati nel perimetro che si spande fino a Cesena, Rimini, Santarcangelo. La mia incoscienza non conosce la crisi. Il tizio e’ a torso nudo, tiene legato il cane che non disdegnerebbe di rosicchiare il mio braccio sinistro, quello a me caro sulla tastiera delle note basse, quello a me caro in pizzeria per tagliare la marinara. “Tranquillo, e’ buono.” Sarei tranquillo se lo vedessi spianato da uno Scania, rilassato al bordo della provinciale. Il tizio sembra uscito da Hazzard, i capelli lunghi legati dietro, un filo d’erba tra gli incisivi, la coniugazione dei verbi a cura di Marinetti. Mi dice di essere un esperto di Citroen, DS e CX. Ho un conato di vomito ma mi trattengo. La mia Taunus mi lancia uno sguardo di intesa. Si cara, abbiamo davanti un weirdo ex fricchettone e filo francese. Mi dice che lavora bene ma che e’ lento. Pero’ sottolinea che e’ bravo. Poi sottolinea che e’ molto lento. L’ultimo restauro e’ il suo vanto, un Pallas di cui ha cromato anche i moscerini sul parabrezza. Dice che il suo proprietario ha sborsato 40 mila scudi ma e’ felice. Io con quei soldi mi faccio cavare quindici anni, alzare di venti centimetri e togliere la porzione di cervello minata dai sentimenti. Sorrido. “Poco!”, gli dico.”Si ma vedessi che lavorone!” Gli faccio presente che la mia Gloriosa la pagai 500 mila lire nel 2001 e staccai l’assegno al vecchio sbuffando come se mi avesse tolto il sangue. “Ti consiglio un bravo carrozziere, allora.” Ha sbirciato dentro il mio abitacolo ed ha scoperto avanzi di un pasto frugale a base di riso alla cantonese e Tsingtao Beer. Deve avermi fatto i conti in tasca. Evito di dire che sono un musicista, potrebbe mollare il cane. La carrozzeria Diamante me la indica in lontananza tra i capannoni grigi della zona artigianale di Villa Inferno, un gran bel posticino senza storia e stuprato dal boato dei caccia che partono dall’aeroporto militare a pochi passi. Saluto il villico scalzo e orgoglioso delle sue rapine legalizzate e sbando di culo con la mia Tenace per il vialetto tutto ghiaia e polvere che porta all’inferno dei capannoni. Eccolo l’ospedale delle lamiere contorte. Nel parcheggio esterno in bella mostra sfilano due o tre dimostrazioni di tamponamento e frontali. Mi piace curiosare dentro le carcasse avvilite delle auto moderne, come un bimbo perverso cerco il sangue sui sedili, la disfatta biologica della super sicurezza di airbags e abs. Mi accolgono con un applauso. “Finalmente una vera macchina”. Il titolare tiene in bocca il filtro di una sigaretta spenta da mezz’ora. Gira intorno al mio ferro vissuto e massiccio. Ne osserva il lavoro paziente della ruggine, il disastro della capotte di vinile sbocciata come un fuoco d’artificio, la foto di Jimmy Smith sul cruscotto che lascia intendere che qui non si scherza un cazzo. “Chi e’?” Era mio padre. “Bell’uomo.” Vuoi fare un lavoro di fino oppure….”Voglio che sia decente, la voglio usare per i matrimoni degli altri.” Il dottore delle lamiere offese si passa tre dita sotto al mento, gira il cappellino da baseball al contrario e strizza gli occhi. “Ti faccio un lavorone, non la riconoscerai.” Accarezzo il muso della mia Fondamentale e la sento fare le fusa. Lascio le chiavi, raccolgo una sporta di effetti personali costituiti da qualche libro scolorito dal sole, mille bottiglie di the’ verde San Benedetto, una scatola di condoms squagliati al gusto pistacchio e la foto del mio padre spirituale. Comincia il restauro della mia liberta’. La fine dello svacco, del pressapochismo su ruota, della leggenda dell’organista sull’oceano. Rimane un pensiero legittimo. Lei tornera’ nuova, luccicante e aggressiva come uscita dal concessionario nel 1975. E io? Chi ci mette le mani su di me?

These shoes are made for dancin’.


2009
08.07


Guardo quel gran fico di mio figlio seduto al mio fianco. Lui mi guarda e sorride. In viaggio con papa’. La vita e’ adesso. Lo specchietto mi scopre una porzione di faccia, sono mio padre uguale uguale e lui, mio figlio, potrei essere io. Potrebbe essere il 1979, l’interno della mia macchina ha quell’odore. La radio suona quella decade e il caldo sigilla il nostro sorriso coi colori arancio di una Polaroid. Beviamo Estathe’ e butto i vuoti alle mie spalle, incurante di aver ridotto la mia gloriosa ad un immondezzaio. Ruttiamo soddisfatti e ridiamo.Per ruttare bevendo Estathe’ ci vuole talento puro, troppo facile con la Coca. Chi ce l’ha un padre cosi? Bart Simpson forse. Fischietto “These boots are made for walkin’” e batto il tempo sulla portiera di lamiera spessa a mano aperta, come se incitassi la mia Taunus a correre piu’ velocemente. Due perditempo, entrambi giustificati. Troppo intelligente per lavorare io, troppo giovane lui.  Non fare il musicista o un lavoro che ti piace figliolo, perche’ quando ce ne sara’ poco o sarai privo della giusta dose di autostima per rompere i culi, ti sentirai inutile e vinto. I lavori di merda hanno questo di buono, non ti fanno soffrire come amori non corrisposti. Non conosco amori non corrisposti ma credo facciano questo effetto. E fischietto la hit di Nancy Sinatra che per qualche motivo mi si e’ appuntata al petto come una spilla. Gran pezzo. Mi duole il collo. Un passo di breakdance azzardato. Se il cervello fallisce nel compito di ricordarmi che non ho piu’ vent’anni, ci pensa il corpo a regalarmi il suo bel promemoria. Mi e’ tornata la voglia di ballare, ma dovrei smaltire qualche chiletto altrimenti mi rompo. Balla mio figlio e gli insegno i rudimenti per  far colpo sul dancefloor. Col moonwalk se la cava benissimo, piu’ dura insegnare  l’onda che attraversa il corpo, il poppin’ e tutto quel bagaglio che carpiamo da youtube. Balliamoci sopra figlio mio, la vita e’ una pista e bisogna saltare.

Shaz.


2009
08.06


Non era la prima volta che la vedevo. Era stata ospite da un amico a Cesenatico l’anno prima. Frequentava una scuola di lingua per il gusto di imparare quell’idioma esotico cosi’ sexy chiamato ITALIANO. La ricordavo a spiaggia in un costume intero giallo acido, nera e con le gambe bellissime. Avevo quasi vent’anni e mai mi sarei immaginato di festeggiarli a Londra con una nuova ragazza, molto piu’ bella di me e per giunta in un parco davanti ad un concerto di Jimmy Smith e Jimmy Mc Griff  sui rispettivi organi Hammond. I miei idoli uno a fianco all’altro. Quasi impossibile gestire tanta gioia per cosi’ pochi anni addosso. Il 2 giugno del 1991 ero finito a Londra, un indirizzo stropicciato in tasca e un conto del taxi di diciassette sterline. Una valigia vergognosa residuato dei fasti giovanili dei miei, una Samsonite 24 ore da terrorista libico comprata il giorno prima , un paio di Nike ai piedi modello “Ritorno al futuro” e un maglioncino di cotone che mi conferiva un’aria trasandata da emigrante sfigato. Ero magro, pieno di capelli e lo sguardo italiano da furetto tra il furbo e lo smarrito. Suono il campanello. Mi apre la porta sua madre in vestaglia di flanella rosa, lo sguardo severo di chi ha a che fare con predicatori  e venditori di enciclopedie con una certa frequenza e oggi sembra averne per i coglioni. Non parlo inglese e la faccia da ladro di biciclette non aiuta a togliermi dall’impaccio di una lingua che a gesti non rende la mia disperazione. Un sordomuto a random. La porta torna a chiudersi. Riprovo, le dico il nome della figlia, l’unica cosa che ricordo. Scuote il capo come se in un attimo avesse intuito il destino della sua adorata e la chiama. In bocca sua suona diverso quel nome, come una frustata al mio orgoglio di consapevole maccherone. Eccola. Per fortuna sorride. La maglietta con la faccia di Anita Baker, una tuta attillata nera, i denti bianchi e gli occhi da cerbiatta. Dormiva e non si aspettava arrivassi oggi. L’ho chiamata un mese prima e le ho detto che sarei arrivato prima o poi, la stessa precisione che oggi ancora mi contraddistingue quando prometto uscite e rimpatriate con gli amici e dico si, si, alla grande ci si vede la’. Eccomi, my name is Samuele, remember? I did phoned you recently! How do you do? Lei mi accoglie in casa col suo italiano zoppicante. Un odore dolciastro tra curry e fiori secchi, un odore che non dimentichero’ mai. Ogni stanza ha un televisore acceso, la domenica si sta in casa e ogni stanza offre il meglio del palinsesto inglese. Sulla BBC c’e’ dottor Who. Mi faceva paura da piccolino. Tom Baker con il suo sciarpone attorno al collo sembrava il mio insegnante di musica, Osvaldo. Ho smesso presto di studiare, oggi forse sarei un buon insegnante di musica. Lei invece lavora nella City, roba di banche svizzere, roba che alzo le spalle.Quasi non so cosa sia la Svizzera. La nostra conversazione e’ basilare. Mi chiede se conosco alcune persone di Cesenatico a lei molto care. “ E conosci anche Beppino?” Faccio di si col capo, sfoggio un sorriso di circostanza e vorrei aggiungere: “Certo  che lo conosco quello li’, lo stirerei con la macchina e poi giu’ di retromarcia!” Se solo avessi la patente. Strana la vita. Io a Londra in casa di una sconosciuta a bere del the’ in una domenica desolata di giugno e faccio finta di essere amico di gente del mio quartiere che neppure saluterei se  incontrassi sulla luna. Beppino? Mavaffanculo! Mi ha offerto un the’ e capisco che e’ tutto vero, sono le cinque in punto. Anche la moquette e i piatti decorati sulla mensola con immagini di mulini a vento e scene di caccia non tradiscono le mie aspettative. Il caminetto con la brace in plastica illuminata di rosso dalle lampadine fa breccia sul mio amore per il trash piu’ spinto, ma sapere che per loro e’ cosa normale e non spunto d’ilarita’ col quale rompere il ghiaccio, mi inquieta. “E quello che cazz…cos’e’?”“It’s the heater, come dite…riscaldatore?” Capisco che non sara’ una passeggiata vivere in questa terra coperta da tappeti sintetici e carte da parati damascate a sbalzo. Sono partito con un caldo clamoroso, con nelle narici l’odore salmastro dell’Adriatico, l’aspro dei ghiaccioli al limone in gola, gli amici del tavolino in plastica sotto l’ombra dell’olivella selvatica, la Tassoni. Qui il cielo e’ nero e gli aerei incastrati tra i nuvoloni densi di petrolio sembrano andarsene tutti altrove. L’unico stronzo  che scappa dall’oblio irrinunciabile dell’estate sono io, tazza di the’ in mano e piattino con i Digestive al cioccolato. L’unico trait d’union col mio mondo, il buon Beppino. Vorrei vomitare, prendere il primo treno per Cesenatico, tornare in braccio a mamma e infilare la testa sotto la sabbia al Bagno Sport. Lei pero’ e’ bella, distaccata, gentile, timida. Ho sempre desiderato una donna nera, pero’ lei cazzo e’ nera per davvero e non si veste come Coffy, ne’ come una delle Marvelettes. Sono un collezionista di stereotipi, ma giurerei sulla testa di Beppino, morisse adesso, che lei pensera’ che so fare la pizza e serenate al mandolino. In un angolo c’e’ un pianoforte. E’ rimasto li’ dai tempi  dei precedenti inquilini, troppo costoso farlo portare via. Non l’ha mai suonato nessuno. Un po’ lo suono il piano. Mi piace Fats Waller e Jelly Roll Morton. Li chiamo musicisti negri, ma adesso dovro’ adeguarmi a rimuovere la G. Un mese dopo viviamo assieme a Forest Hill. Ha fatto tutto lei, caparra compresa di svariati soldoni. Sono partito da spiantato, non ne faccio mistero. Ho trovato anche lavoro grazie a lei. Faccio l’animatore, disegno e consumo matite nel temperino elettrico tra tavoli reclinabili e pacchi di fogli da svariate libbre. Uno studio pubblicitario su Long Acre diretto da un tale Simonetti, un genovese che in italiano dopo trent’anni di vita qua, dice ormai soltanto le parolacce. Nella mia testolina di ambizioso ventenne avrei immaginato di finire a Londra per vivere in centro, mandarla alla grande:  parquet, frigo bombato anni cinquanta, teatro e sushi, Jaguar E type nel garage e vista sul Tamigi o sul verde di Hampstead. Forest Hill, sebbene suoni come un posto fico ed esclusivo, e’ la cosa piu’ lontana da tutto cio’che potessi immaginare e  devo dirmi comunque  fortunato. Col treno, dal sogno di vivere nel West End, sono quaranta minuti, ma  arrivare alla stazione da dove risiedo io, sulla Perry Vale, sono venti minuti a piedi. Misuro l’appartamento, la cuccia del mio cane e’ piu’ spaziosa. Dodici metri quadrati, una cripta. Comoda ma una cripta. Meta’ del loculo e’ occupato dal mio tavolo da disegno, e c’e’ anche la tivu’in bianco e nero che mi tiene compagnia la notte con i film di Basil Rathbone, Norman Wisdom  o Alec Guinness, roba che in Italia non passano neppure per sbaglio. Il market sotto casa vende gelati Walls e cosciotti di agnello neozelandese mica male. Nel negozio di fronte invece una selezione infinita di birre e sparkling wines. Tiene anche le patatine al pollo arrosto e quelle salt&winegar della Real McCoy. Nel mio walkman gira “The cat” e lei si spoglia con grazia. Non si esce da li per giorni interi e il cosciotto cuoce nel forno circondato dalle patate al rosmarino. Certo facile non e’ starsene lontano da tutto e mi manca il fratellino che ha ancora otto anni, ma e’ cosi’ bello essere qui da solo che quasi mi sento grande e amato. C’eri mia cara. Prima di tutto questo che chiamiamo vita a due.Non e’ facile pescarli alcuni ricordi, ma c’eri e fa quasi impressione. Prima della casa che e’ nostra, prima del trasloco, prima della lontananza, prima di nostro figlio, prima del divano che abbiamo sfatto e buttato,  prima degli organi Hammond parcheggiati ovunque, prima dei dischi che hanno sonorizzato i nostri giorni, prima dei miei momenti di follia arrampicato su di un albero tutta la notte, prima della mia patente di guida, prima di Sam Paglia, prima dell’euro, prima di Berlusconi in politica, prima della morte di Falcone e Borsellino, prima della cattura di Riina, prima che Jovanotti diventasse Lorenzo, prima che sapessi cos’era un Moog, prima della Taunus, dell’Opel, della Fiesta bianca di mia madre accartocciata in un fosso, prima dei capelli grigi, del telefonino, e Internet non c’era, e c’erano ancora i nonni, e c’era la loro casa con l’odore dei nonni e ti volevano bene ricordi? Gli amici di scuola ancora freschi di memorie, e c’eri prima dei dubbi, prima della paura del tempo perche’ quello era spostato in avanti rispetto a noi, prima della tua bravura in cucina, dei dischi col mio nome sopra, prima della conoscenza, prima del pianto, prima dei doveri, prima della paura di essere stanco, prima dei miei chili in piu’, prima ancora, molto prima che potessi chiamare amore altri occhi che non fossero i tuoi, prima che tutto  questo potesse essere chiamata nel bene e nel male, la vita. La mia, la tua, la nostra. Sei la mia memoria unica, e senza memoria la vita sarebbe meno di un soffio di fumo nel vento.