Piove. Sento le auto passare sulla strada e fare sccciaaaffff. La pioggia d’estate e’ una gran bella invenzione. Oggi e’ il venti giugno. Un mese esatto dalla bruciatura di sigaretta sui miei bermuda preferiti. Mi stordisco sul balcone con la prima e poi subito la seconda bionda del giorno. La testa gira, come un giradischi a 45 rpm. Decido di suicidarmi. Basta un disco, basta un brano. Mi voglio suicidare rimanendo vivo. E’ come imprigionare la vita in un momento. E’ guardarla alla stazione, appena arrivata fare il biglietto del ritorno e capire il valore del tempo. Allora il bisogno del possesso , del trattenere, del contatto diventa magone e piacere allo stesso tempo. Perche’ quello che si ha non sembra aver valore. E’ il senso del viaggio, della ricerca, del bisogno di disperazione che ci aiuta a capire, a conoscere i propri confini geografici dell’anima. Passarci sopra e tracciare la linea che separa la verita’e il bisogno concreto dal bisogno di sogno. E il sogno rischia di vincere sempre perche’ pare sconfinato. Piove come quel giorno del mio compleanno di vent’anni fa nel 1989. Avevo immaginato una grande festa per quel giorno e mi ritrovai solo in un treno avvolto da una coperta di malinconia infinita, in bilico tra due amori. Meglio cosi’, me lo ricordo e una festa sarebbe finita a sovrapporsi a tante altre. Ascolto il brano che mi deve uccidere. E’ sempre diverso e sempre piu’ vivo. Lo ascolto attentamente. C’e’ tutto quello che bisogna capire e io sono morto.
Archive for giugno, 2009
Il gigante d’aria e la mela.
06.19
C’era una volta e mezza un gigante d’aria. Sembrava enorme, grosso e importante, ma non era cosi’ davvero. L’aria ne ingrandiva le proporzioni e in cuore quasi pareva piccolo come un fagiolo. Abitava in un bosco abitato da grilli rumorosissimi e per dormire si tappava le orecchie con due nani che per rispetto non obiettavano e pazientavano tutta la notte infilati nel buio umido di quei canali unti di cera. Il gigante d’aria si cibava di pistacchi giganti, li coltivava lui e ne era gelosissimo. Avrebbe voluto suonare la tromba , ma da quelle parti l’ottone scarseggiava e costruirne una era pressoche’ impossibile. Cosi’ si costrui’ un pianoforte intagliandolo nel legno e imparo’ i primi rudimenti, abbastanza da coprire il rumore dei grilli. Passavano gli anni e il gigante d’aria non li conteggiava, essendo fatto d’aria invecchiare non lo spaventava affatto. Aveva tutto il bosco per se’, un paese di nani da usare come suoi schiavi quando gli pareva e il suo pianoforte con soltanto un’ottava di note. Non credeva ci potesse essere di meglio, neppure di peggio. Cosi’ se ne stava tutto il tempo seduto nella sua poltrona gigante costruita dai nani a sognare la sua tromba gigante e a bere bicchieroni di spremuta di baobab. Un giorno arrivo’ un telegramma dal paese vicino. Si trattava dell’ufficio imposte. Non sapeva cosa fossero le tasse e qualcuno chiedeva dei denari per risarcire il mondo disturbato dal suo picchiar sui tasti. Non poteva credere che qualcuno potesse averlo sentito oltre il limite del bosco che era di per se’ quasi sconfinato. Invece era cosi’ e Il gigante d’aria sprofondo’ in una grande depressione e per noia si mangio’ una dozzina di nani che, per rispetto, lo lasciarono fare. Passo’ una settimana gigante che e’ quasi il doppio di una settimana normale senza che avesse il coraggio di toccare la sua tastiera. Poi arrivo’ una lettera. Colorata come un confetto, profumata allo zenzero, piccola e chiusa con la colla di pesce. Era la lettera di una mela. Si, una mela su di un albero oltre il bosco che chiedeva perche’ non si sentisse piu’ la sua musica. Il gigante d’aria non poteva crederci. Penso’ ad uno scherzo dell’ufficio imposte, un trucco per prenderlo in castagna e metterlo alle catene qualora fosse tornato a produrre suoni. Ma non potevano essere cosi’ crudeli. Allora cerco’ l’indirizzo del mittente scritto con una bella calligrafia sul retro della busta nel suo vecchio librone degli indirizzi. Traccio’ una mappa usando un nano scapocchiato come penna su di un vecchio lenzuolo di lino. Gli ci sarebbe voluta tutta la notte per raggiungere quell’albero, inerpicandosi su una collina molto alta e possibile bersaglio di nebbie dense e fulmini. Riempi’ una borsa con un termos di caffe’ e qualche decina di nani e parti’ infilato in un impermeabile arancione grande come un campo da calcio. Durante il viaggio penso’ che forse starsene comodo nella sua poltrona era sicuramente piu’ piacevole, ma la curiosita’ era qualcosa che non aveva mai provato e non riusci’ a dargli un nome. Era quasi un sentimento di gioia, come quella volta che scopri’ che un nano impanato e fritto e’ davvero piu’ buono di uno consumato crudo. Viaggio’ tutta la notte e per la prima volta senti’ il freddo e il rumore della pioggia sul suo cappuccio di plastica. Era lontano da casa ma dopotutto penso’ che era bello, anche se doveva schivare i fitti fulmini che cadevano come aghi infilandosi nel buio della notte. Finalmente arrivo’ nel frutteto dei meli e il sole era ormai alto. Non fu difficile trovare la sua amica mela, in mezzo ad una miriade di mele verdi, lei era l’unica rossa. “Ciao!” –“Ciao, come hai fatto a tovarmi?”- “Sei la piu’ bella. Ti avrei trovato anche in mezzo ad un campo carico di mele rosse.”- “Sono una mela normale, soltanto mi piace la musica.”-“ Posso coglierti e portarti con me?”- “Meglio di no, il contadino bada gli alberi col fucile, ma puoi guardarmi, puoi passarmi sopra un panno e lucidarmi, puoi sentire il mio profumo, puoi parlarmi e farmi sorridere. Mi piace sorridere, qua e’ cosi’ noioso.”- “Posso anche morderti?”- “ Potrei essere avvelenata e tu potresti morirne.”- “Magari un piccolo morso?”-“No, meglio di no. Ho promesso al contadino che sarei rimasta bella e lucida per la sua cassetta, voglio che sia orgoglioso di me quando verro’ venduta al mercato degli ortaggi.”-“Capisco, e’ che mi e’ venuta fame e di mangiarne una verde e acerba non mi va. Mi piace il dolce.”-“ Puoi stare qui, possiamo conoscerci.”-“Forse dici che sei avvelenata per tenermi lontano, ti faccio paura un po’? Sono soltanto un gigante d’aria io.”- “Un po’ si, sembri cosi’ gigante, ma lo dico perche’ se ti avvelenassi poi mi dispiacerebbe.” Il buio non tardo’ ad arrivare. “Adesso devo andare, non posso restare. Devo tornare oltre la collina, superare il bosco. Pensero’ alle tue parole e suonero’ per te.” Il ritorno del gigante d’aria fu molto piu’ difficoltoso e a tratti senti’ le forze mancargli. Mangio’ un paio di nani e uno se lo fumo’ pure. Fa male alla salute fumarsi i nani ma al gigante d’aria poco importava, aveva in testa altro. Torno’ alla sua poltrona, alle sue bibite dissetanti e al sogno della sua tromba improbabile e squillante come l’urlo di mille nani arrabbiati. Torno’ a suonare il suo piano rudimentale sapendo che qualcuno l’avrebbe ascoltato apprezzandolo. Poi ando’ a riposare e quando si sveglio’ era un po’ meno gigante. Non fece neppure colazione coi nani nel caffelatte e si rimise al piano cercando una melodia che potesse essere riconosciuta dalla sua amica mela cosi’ distante e cosi’ vicina a lui in quel momento. Cosi’ facendo lei a distanza avrebbe capito che lui la pensava. Bella, rossa, dolce ma mai avvelenata. Ecco come la pensava, come se potesse essere nel suo piatto tagliata a fettine o caramellata da leccare come un gelato. Un giorno il gigante si sveglio’ ancora piu’ ridotto, sgonfiato della sua aria, grande quasi come un essere umano. I nani se la ridevano e il fatto che non li disturbasse piu’, li convinse che erano fuori pericolo e si presero una vacanza. Arrivo’ un telegramma del comitato “amici del bosco” che lo invitavano ad andarsene per ripetuto disturbo della quiete. Alzo’ le spalle. Brucio’ il piano e la poltrona divenuta troppo ingombrante e perfino scomoda e senza girarsi indietro parti’ alla ricerca della mela rossa. La strada era cambiata, essendo meno gigante gli parve piu’ lunga e a tratti penso’ di tornare indietro. Ma il bosco era cambiato dietro a se’ e i nani avevano eretto un muro di cemento altissimo. In fondo non erano cosi’ nani, ne’ cosi’ felici di venir divorati quando pareva a lui. Doveva andare avanti. Arrivo’ al frutteto e la mela amica era li’ dove l’aveva lasciata. Profumata, lucida e sensuale. “Non sei piu’ un gigante, amico mio.”-“ No ma il mio cuore e’ piu’ grande di prima.”- “Lo sai che non puoi cogliermi, non puoi mangiare il mio veleno. Puoi guardarmi, lucidarmi, farmi sorridere.”-Il piccolo gigante si sedette alla base dell’albero che teneva stretta a se’ la piccola mela rossa ed estrasse un libricino. “Cosa fai?”- “Leggo un libro scritto dagli uomini e aspetto che piova.”-“Perche’?”- “Perche’ la pioggia cadendo lavera’ il tuo veleno e io saro’ pronto ad asciugarti e a mangiarti.”-“Ma il mio veleno forse e’ dentro, non sulla buccia.” Il gigante umano allora sorrise e alzo’ le spalle. “ Il tuo veleno non mi uccidera’. Potro’ sentire l’amaro, piangere forse, oppure sentire un forte male allo stomaco. Non mi uccidera’. Ho l’antidoto. Lo tengo nascosto in posto che prima era troppo piccolo per tenerci dentro perfino una capocchia di spillo.” – “Posso vederlo?” , disse allora lei un po’ scettica e con un sorriso beffardo. “No.”, rispose lui e aggiunse: “ E’ nel cuore, mia piccola mela. Dentro il mio cuore.”
15 giorni.
06.19
Mi prude un ginocchio, una sciocchezza ma visto che sono dal medico per una ricetta delle ziguli’ al pistacchio, mi faccio vedere. Gli basta poco, capisce. Mi dice mettiamola cosi’, c’e’ una notizia bella e una brutta. Voglio sapere quella bella subito, le belle novelle mi mettono ansia. “ Stia tranquillo , il meteo dice che i prossimi 15 giorni saranno soleggiati, nessun temporale previsto. Dovrebbe far brutto dopo, ma a lei cosa importa, non ci sara’!”Questa e’ la bella? Mi risparmio di chiedere quale sia la brutta notizia. Mi dice che ha un cugino sarto specializzato nelle taglie forti. Dico che di vestiti da morto ne ho l’armadio pieno, li usavo per i concerti e mi vanno quasi tutti bene. E comunque da morto mi vorro’ vestire da Donald Duck, col cappello da marinaretto e il becco giallo, l’ho dissi una volta da bambino e mia madre me lo fece sottoscrivere dal notaio. Adesso mi viene da pensare cosa fare in due settimane. Potrei telefonare ad un pugno di amici e organizzare una pizzata della quinta liceo, cosi’, giusto per rincontrare dopo vent’anni la mia morosina di banco e tornare a dirle con affetto immutato che e’ una gran troia. Lei direbbe “Si e’ vero!” e sarei daccapo. Inutile mandare la macchina dal carrozziere, ci vorra’ un mesetto di lavoro per riportare la mia Ford ’75 ai fasti del passato, riverniciata e ricromata. A pensarci bene se ne fanno di cose in due settimane, ma non mi sovviene nulla che mi infonda gioia ed entusiasmo. Potrei fare un viaggio in Kenia, partecipare ad un safari e sparare ad un elefante vero. Ho sempre sognato di farlo. Troppi soldi ci vogliono, anche se potrei rimediarli svaligiando una banca. No, non avrei tempo. Niente rapina e niente elefante impallinato, non si puo’ avere tutto. Potrei far nulla. Ma e’ 38 anni che vivo cosi’. Vado a fare la spesa, riempio il carrello di sofficini Findus. 23 scatole, il fabbisogno fino al capolinea. Alla cassa la commessa attenta alla mia passione per il simpatico calzoncino impanato, mi dice che devono arrivare quelli nuovi che in America stanno spopolando, quelli col ripieno ai 4 formaggi, cozze e polpa di grancevola. Tempo due settimane e saranno disponibili. Le dico vaffanculo ma non capisce subito, allora glielo mimo e lei sorride. Ma forse non ha capito ancora. Altrimenti sarebbe a lavorare in un centro ricerche della Nasa e non in uno stramaledetto supermarket. Ho deciso che mi devo togliere tutte le voglie che mi passano per il palato, come se fossi incinta. Oggi mi va il sofficino, devo sentirmi in colpa? Ho i soldi per permettermi il mio sofficino? Si? E allora! Torno a casa e butto l’olio in padella, ho gia’ la bava alla bocca. Squilla il telefono. E’ il dottore. Dice che ha una notizia buona e una cattiva. Dico che se va avanti cosi’ lo uccido con un cacciavite con la punta quadrata. Dice che ha confuso la mia cartella clinica con quella di un certo Berardi. Esulto. Mi fa notare pero’ che in quella di Berardi, che poi era la mia, c’era scritto 3 giorni di vita soltanto ed e’ gia’ morto. Non capisco subito. Sarei dovuto morire gia’ da due giorni? Ma sono vivo e il Berardi no. Allora c’entra la cartella clinica, e’ lei che decreta. Chiedo al medico di darmene una a casaccio dove ci sia scritto almeno 20 giorni di vita soltanto, il tempo di godere dei sofficini che fanno impazzire gli americani. Mi dice che eticamente non sarebbe giusto, perche’ dovrebbe scambiare la mia cartella con quella di un povero sventurato e in quel caso sarebbe lui a dover rinunciare al tanto decantato sofficino in uscita. Non fa una piega, uno non studia medicina per niente. Gli dico anche che sogno da sempre di sparare ad un elefante vero e in 15 giorni sara’ impossibile, mentre in 20…forse? Dice che ha l’indirizzo dello zoo di Pistoia e l’amico guardiano puo’ farlo passare dall’ingresso sul retro e fargli sparare un caricatore con la sua Winchester cal.30 sull’elefante piu’ anziano per una modica cifra di un milione di lire. Ribadisco che adesso in vigore c’e’ l’euro, ma mi spiega che questo e’ un collezionista di milioni di lire e cosi’ li vuole, in taglio da mille lire con la Montessori sopra. Una sua perversione che rispetto, ma non ho tempo davvero. Mi ripete:”Un milione di lire”, ho capito, ho capito. Fa lo stesso. Butto giu’ il telefono e mangio 72 sofficini. Sono buonissimi. Non credo mi andranno piu’ nei prossimi giorni ed e’ un pensiero in meno. Mi squilla di nuovo il telefono, e’ ancora il medico. Mi dice che ha trovato una cartella clinica di un tale che non l’ha mai ritirata perche’ finito sotto una corriera di polacchi dalle parti di S. Marino. Sulla cartella c’e’ scritto 72 giorni di vita. Esulto e chiedo cosa voglia in cambio. Il medico dice che e’ dai tempi dell’asilo nido che non ha un vero amico. Gli dico subito che sono un vero amico e lo sento frignare dall’altro capo del telefono come un bambino. Basta poco a volte. Adesso i giorni sono tanti davvero e posso quasi pensare di fare qualcosa che non ho mai fatto. Ad esempio andare in galera. Basterebbero una ventina di giorni. Prendo a calci l’auto di pattuglia della polizia stradale, sono venti giorni esatti. Esce un poliziotto e mi tira un ceffone. Rispondo con un calcio negli stinchi. Aggressione e resistenza: 72 giorni. La galera non e’ poi male ma un po’ mi dispiace. Sarei potuto andare almeno due giorni a Gardaland, non ci sono mai stato. Chiedo al giudice di commutarmi la pena in lavori forzati a Gardaland ma mi risponde ciccia. Gli dico che un giudice serio non risponderebbe mai “ciccia”, ma mi fa notare il nuovo codice penale e ha ragione lui. Ciccia. Allora telefono al mio medico, sono il suo vero amico e faccio pressione. Mi dice che ha una notizia buona e una cattiva. Ha analizzato le mie urine e ci sono tracce di xperutolosina. Faccio “A-ah” ma non so di cosa stia parlando. Mi dice che ho serie probabilita’ di avere il gene dell’immortalita’, anche se e’ calcolata intorno ai 1200 anni. E’ un sacco di tempo, mi bastava una proroga di una trentina di giorni, giusto il tempo di andare a Gardaland con la mia Ford riverniciata e farmi un piatto di sofficini ai 4 formaggi, cozze e polpa di grancevola. Troppo tempo. E quale sarebbe la notizia buona? “Che il mondo finisce nel 2012”, mi dice. Cazzate. Sprofondo in una grande depressione. Finiscono i giorni da recluso e torno alla mia liberta’ insopportabile. Il prurito al ginocchio non e’ passato e dei sofficini non mi interessa piu’ nulla. Vado da uno specialista di pruriti al ginocchio. Lo guarda. Capisce e mi invita a sedere nella sua poltrona di pelle comodissima. “Ho una notizia bella e una brutta”, dice. Quella bella please, subito. “Si tratta di un becco di zanzara.” Lo guardo. “Quella brutta?” Prende respiro e con tono affranto:”Si tratta di una specie rara di zanzara, la Xeriltynka Reptangolaris. La conosco, la portai all’esame di quinta elementare con scienze. “ Lascia poche ore dal momento in cui viene diagnosticata come tale.” “Vuol dire che ho un paio di ore soltanto?” –“Due ore, tre al massimo. Mi dispiace.” Sono felicissimo. L’idea dei 1200 anni davanti mi aveva terrorizzato. Vado a casa, mi faccio un pisolino che sono stanco davvero. Non sto a puntare la sveglia.
12 giugno.
06.12
Oggi sono molto bello. Sono molto bravo anche. Ho riassemblato la vecchia BMX modello “ET” che mio fratello ha abbandonato sotto la pioggia nell’autunno del 1989. E’ una Bianchi e pesa uno sproposito. Mi sono cotto sotto al sole a rimontarla vite dopo vite ed ho decretato una volte per tutte che di lavoro voglio fare il musicista. Bello pero’ tornare a vederla girare nel giardino dei miei con sopra mio figlio, fa molto paper- boy del Queens primi anni ottanta. Potrei andare a prendere lo stereo da tenere sulla spalla e buttarci dentro “Ehi you the Rock Stedy Crew!”, forse la canzone piu’ bella mai scritta. La mia buona azione giornaliera l’ho fatta. Ieri no ad esempio, neppure il giorno prima e quello precedente ancora. La settimana scorsa pero’ ho smesso di fumare. Due giorni.Non e’ poco due giorni senza Winston blue. Senza adesso sarebbe durissima, sarei troppo bello davvero. E troppo sano. Poi mi e’ venuto in mente che oggi e’ il compleanno di una persona e l’ho pure incrociata per strada ma non ci siamo salutati. Le regalai Edward Bunker quella volta, qualche anno fa. L’ho trovata diversa. Senza quella luce negli occhi che mi squassava la pancia e mi faceva urlare “e’ lei!” Un cazzo e’ lei. Il tempo, “e’ lui!”, l’unico capace davvero di far apparire tutto cosi’ minuscolo e trascurabile, di sbiadire e far esaurire magie credute eterne. Il tempo mi insegna tante cose. Che ne ho meno da spendere e che se lo butto sono un eroe. Adesso va buttato, non a vent’anni. Il mio barbiere ascolta jazz e tiene acceso il pc su Facebook come se fosse una meraviglia nascosta e segreta. Gli dico che mi fa schifo ma e’ come se avessi dato della puttana a sua mamma. Mi illustra due tre amichette dal culacino tondo e levigato messo in primo piano. Gli viene da piangere, dice. Dice che l’eta’ perfetta e’ trentuno anni e si riferisce a vent’anni prima. Io dico che l’eta’ perfetta sara’ 40 e che ancora sono imperfetto. Mi parla solo di donne e di particolari dettagliati delle sue storie extraconiugali. Fisso lo specchio attento che dalla foga del racconto non mi accorci un orecchio anziche’ la basetta. Mi parla di un suo amico sulla cinquantina che si e’ innamorato di una ragazza e che l’ha ridotto peggio di una sogliola, spianato ben bene. Non ride pero’, e’ un suo amico caro e ho il sospetto di conoscerlo. Anche la sua condanna dagli occhi dolci, ho il sospetto di conoscerla e guarda caso e’ proprio il suo compleanno oggi. L’ho scampata bella quella volta. Ero con un piede nel catrame e mi salvai grazie al mio ego spropositato. Mi sono promesso che cosi’ mai piu’. Sereno sulla mia poltroncina e l’aria calda del phon guardo il lavoro del barbiere con soddisfazione . Non ho piu’ paura, neppure se dovessi prendermi una sbandata. Perche sono bello e soprattutto so di potere contare su di un alleato invincibile che spoglia tutto di fascino, lascia scheletri e ci ricatta con gusto sadico di un passato vissuto spesso da ridicoli: il tempo. Basta riuscire a farlo passare.
Nel giorno di compleanno.
06.08
Ne ho fatti 82 ieri. Avrei voluto ringraziare figli e nipoti ma le parole non mi escono piu’ da un pezzo, cosi’ ho pianto, come sempre accade quando le parole rimangono in testa , in bocca. Penseranno che sono un vecchio scemo, ma mi ricordo di tutti e non sono un vecchio scemo. Mi hanno trasferito nelle palazzine nuove, quelle vicino al supermercato. La casa era troppo grande, l’hanno presa i nipoti, divisa con le famiglie le mogli e i bimbi. E’ giusto che lo spazio se lo godano loro. I dischi li ha voluti Pietro, dice che valgono una fortuna e che se li dovesse vendere mi comprera’ una di quelle poltrone reclinabili comodissime, basta battere le mani e quella si aggiusta nella posizione che preferisci. I miei dischi. Sono stati i miei migliori amici. Avrei voluto tenerne qualcuno ma poi chissa’ se si trova ancora uno di quei vecchi giradischi. Ieri e’ venuto a trovarmi un ragazzo giovane, avra’ avuto al massimo venticinque anni. Dice di avermi scoperto tramite suo padre che ha dei miei dischi. Ho cercato di non piangere. L’ho fatto accomodare e gli ho versato un’aranciata. Era calda, non tengo le bevande in frigo. L’ha bevuta mentre mi chiedeva un sacco di cose sulla mia musica. Mi parlava di un brano che non ricordo che gli piace molto. Avrei voluto dirgli qualcosa, ma non posso parlare. Sorridevo. Poi ho fatto cenno che sarei dovuto andare in bagno un secondo e mi sono chiuso in camera da letto a piangere. Sono un vecchio scemo. Nella camera ci sono le foto vecchie di quando suonavamo alla grande. In una c’e’ Chicco, nelle altre Bob, Simo, Alex, la Sandrina, altri che ricordo meno volentieri, musicisti in prestito che non hanno lasciato il segno. Non posso starmene di qua a piangere, quel ragazzo vuole chiedermi tante cose. Prendo un pezzo di carta e una penna. Scrivere, scrivo ancora. Come puoi vedere amico non ho rimasto tanto, non ho conservato niente. C’e’ solo un piano a muro. Lo suono poco le mie dita non sono le stesse, sono diventate tutte storte e un po’ mi fa male aprirle in cerca di quegli accordi strani che mi aprivano il cuore. Vent’anni fa mi ero anche appassionato alla classica e qualcosa di Bach me l’ero imparato. Il ragazzo mi guarda. Si sono cambiato da quella foto in cui vestivo un abito scuro senza camicia sotto, a torso nudo. Una foto di piu’ di sessant’anni fa. Che matto che ero. Sono molto piu’ magro ma porto ancora i baffi. La barba la faccio tutti i giorni altrimenti diventa dura come il vetro. Me la faccio da solo tutte le mattine. La faccio con cura, mi prendo il mio tempo. Non ho piu’ fretta, non devo andare da nessuna parte, non devo vedere nessuno. Nessuno dei miei nipoti suona. Gli hanno raccontato che quella del musicista e’ una vitaccia, sono sicuro. Una vita che porta a diventare balordi se non addirittura a campare poco. Ho bevuto,ho fumato, ho mangiato in orari impossibili, ho avuto incidenti, ho quasi perso una gamba, ma sono qui. Pensavo sarei morto giovane. Me lo auguravo e pensavo al mio funerale con tutti che dicevano che ero un grande. Invece la vita ha diluito il talento nel tempo e le vicende variegate mi hanno distratto molto. Ho anche smesso di guidare. No, non voglio pensare alla mia vecchia Ford. Un pazzo ero, un’eccentrico. Il ragazzo mi ha fatto firmare un paio di vecchi dischi miei in vinile. Mi ha chiesto se tornero’ a suonare qualcosa con qualche sopravvissuto dei miei tempi. Sorrido e faccio cenno di si con la testa che in cuor mio e’ un no. Oggi mi sono svegliato nel caldo afoso del pomeriggio. Mia figlia mi ha telefonato per chiedermi se mi va di fare un giro al parco a prendere del fresco. Non posso parlare ma lei capisce se il mio e’ un si o un no. Mi ha svegliato nel bel mezzo di un sogno e questo non posso perdonarglielo. Era un sogno estivo. Anzi di primavera inoltrata. Viaggiavo sulla mia vecchia Ford dentro una citta’ piena di macchine in cerca di un parcheggio. Non so perche’ fossi li’ ma sul sedile posteriore avevo con me un vecchio piano elettrico nero. Forse dovevo suonarlo per qualcuno. Giravo nel labirinto dei palazzi e cercavo un posto. La spia indicava poca acqua nel radiatore e avevo paura che il motore scoppiasse come era gia’ successo un’altra volta. Infine prendo una strada. Sembra quella giusta. Mi gira la testa. Non mi aspetto di incontrare nessuno. Poi si apre una portiera di una macchinina piccola. Una ragazza in vestito fucsia. Mi sorride, forse la conosco. Mi fa cenno che la macchina posso posteggiarla al posto della sua. Lei parte e io prendo il suo posto. L’aspetto per ringraziarla ma lei non torna. Era bellissima e per un attimo ho creduto di conoscerla bene. Non so se sia un sogno davvero. Inutile che riprovi a riagganciarmi a quella sensazione, ormai sono sveglio e accendo il televisore, c’e’ un vecchio film con Carlo Verdone, roba dei miei tempi che oggi fa ridere soltanto a noi. Mi verso l’aranciata calda. Rimango immobile davanti lo specchio che mi riflette nell’idea di essere sempre lo stesso. Poi come preso da una scossa elettrica schiudo la bocca e la voce mia che non sentivo da anni rotola fuori impastata di ruggine e polvere: “Peebles!”
All’amore.
06.07
Dedicherei una canzone se le parole potessero cambiare di continuo, se le note potessero seguire le parole e piegarsi nella melodia sotto l’influenza del caldo che brucia e acceca. All’amore dedicherei una parola se gia’ quella non fosse abbastanza a creare confusione. Sento anche di poter stare zitto. Lasciare che sia, che mi cerchi lui, che mi suggerisca le risposte giuste o che mi ignori del tutto. Non faccio niente per farmelo amico.
Muffin al lampone.
06.06
Ero di strada e per caso mi ricordai di quel caffe’ che Bob mi aveva segnalato poco tempo prima. Ci si era fermato di notte al ritorno da una serata tutta bossanova e sospiri. Io tornavo dal penitenziario, mio fratello e’ dentro per rissa aggravata. Ha spaccato una bottiglia in faccia ad un bambino per sbaglio. Sperava di colpire la madre e quella ha fatto scudo col figlio ciccione. La radio suonava Jimmy McGriff come se fosse cosa normale passare certa roba alla radio. Li, da quelle parti lo era. Ballavo,muovevo il cuolo e la macchina oscillava al ritmo di quell’organo impazzito. Grande Jimmy, gli augurai di vivere cent’anni ma lo speaker con voce grave ne ricordo’ la recente dipartita. Andrebbe insegnato alle scuole, altroche’ la geografia. A che serve sapere dov’e’ un posto se non ci andrai mai e se hai paura del cibo piccante. Si fottano gli insegnanti di geografia e tutti quelli che scattano le foto dall’alto compresa casa mia e il mio garage abusivo. A nessuno deve importare dove abito o se nel mio garage preparo cartucce calibro dodici per il fucile a pompa che tengo sotto il sedile della mia vecchia Impala. Insegnate McGriff, bifolchi maledetti, i giovani sono il nostro futuro! Arrivo al caffe’ segnalatomi dal Bob. Da fuori sembra un set per una pubblicita’ di Calvin Kline, di quelle coi ragazzi belli e un po’ froci che fanno finta di desiderare delle modelle strapatacche che in realta’ leccano patate a gogo’ e sniffano polvere per darsi un contegno. La moda e’ un mondo merdoso. Io sono la moda. Si fottano. Ho voglia di un caffe’. L’espresso qua me lo sogno, devo sorbirmi la loro brodaglia. Speriamo solo la cameriera abbia un culo decente. Bob dice che non ricorda nessuna cameriera, se va avanti cosi’ dimentichera’ anche di averci un cazzo tra le gambe . La cameriera c’e’ eccome. Mastica la gomma e mi guarda come se fosse appena entrato un grosso pezzo di merda dentro Buckingham Palace. Mi siedo e prendo in mano la carta delle ordinazioni. La radio passa Hank Williams e mi sembra giusto, e’ casa loro. Non c’e’ quasi nessuno ai tavoli. La cameriera indolente mi si avviccina. La guardo. E’ carina ma ne ha per il cazzo. Forse era il suo giorno libero e la collega l’ha pregata all’ultimo minuto di sostituirla per la finale di baseball del figlioletto. Glielo leggo nelle lentiggini. “Sei carina, che hai fatto sopra l’occhio?” – “Amico se vuoi mangiare facciamo il miglior cheeseburger del Minnesota, le patate vengono gratis nella formula “Large dirty pork”- “No, no, sono a dieta. Caffe’ e qualcosa di dolce e …morbido.”- “O-o- fai la battutona ammiccando alle mie tette? Sarai il ventesimo solo nella giornata di oggi. Ti avverto subito, una e’ una protesi, l’ho persa maciullata in un frontale sulla provinciale per Silver Cray.”- “ Ah. Caffe’ e muffin ce li avete?”- “Abbiamo i migliori muffin del Minnesota, lampone, lampone e cioccolata, cioccolata, vuoti, vaniglia, vaniglia e semi di sesamo, vaniglia e cioccolata, vaniglia cioccolata lampone e semi di sesamo.” Portameli al lampone, il colore del tuo vestitino.” – “Ti avverto, non e’ giornata. Dovrebbe essere il mio turno libero, ma quella puttana della mia collega s’e’ ricordata che oggi c’era la finale di baseball di quel ritardato di suo figlio. “- “Mh, sapevo che ti giravano, ma non credevo per un fatto cosi’ spiacevole.” La guardo raggiungere il bancone e ordinare. Non posso lasciarla andare cosi’. A che ora stacchera’? alle otto? Alle nove? Dalla faccia direi pure alla dieci meno venti. “A che ora stacchi bellezza?”- Mi guarda e per un attimo mi sembra mi faccia il gesto del dito. Poi capisco che mi sta facendo notare l’anello, un fidanzato o un marito.- “ Stacco alle dieci meno venti amico, ma ho gia’ chi mi stantuffa per bene!” Abbasso lo sguardo e mangio il muffin al lampone. Sono quelli confezionati della Ridgley, gli hanno dato giusto una scaldata. Raccolgo i punti per un Ipod in palio da spedire a mio fratello, li conosco bene. “Vuoi sapere chi mi sta trapanando in questo felice periodo?”- “ Sentiamo? Elvis Presley?”- “No, il tuo caro amico Bob.” Il muffin mi si incastra in gola. Verso il caffe’ e lo butto giu’ ustionandomi la trachea. “Stasera glielo dico che mi hai molestata.” No, no, non… Scongiuro, pago e lascio una lauta mancia. Bob e’ mio amico, ma piuttosto che affrontare lui mi butterei sotto ad un camion. L’ha fatto apposta. L’ha fatto apposta a mandarmi qui.
Breve storia del sig. Nonvivo.
06.06
Il Nonvivo si prepara il caffe’, quello sa farlo anche lui. Sa che piu’ di uno al giorno puo’ essere deleterio e per sicurezza lo prepara leggero. Sorride pensando a chi dietro ci si accende una sigaretta. Lui non ha mai fumato e augura a tutti i tabagisti di morire entro breve. La tv e i giornali lo dicono e si spendono fiumi di inchiostro per mettere in guardia quegli incoscienti, assassini. Pero’ un suo amico fumatore un giorno gli racconto’ di quanto bella era stata la sua prima sigaretta della giornata. Bella? Come poteva essere piu’ bella della sua ragione, della sua difesa della vita? Nonvivo, non crede nel piacere. Il piacere e’ roba degli stolti. La vita e’ sacrificio e risparmio. Nonvivo non viaggia. Ne’ in auto, troppi incidenti, ne’ in treno, troppi ritardi, ne’ in aereo, anche se sicuri, quelli prima o poi cadono. Alle 12,30 c’e’ il notiziario radio. C’e’ stata una sciagura aerea. Nonvivo sorride, si compiace e si guarda attorno. La sua piccola casa sicura, pulita e confortevole. Spegne la radio, la giornata ha gia’ preso una piega favorevole, la ragione e’ dalla sua. La giornata e’ lunga, e’ un pochetto solo ma gli amici stiano a casa loro, sempre preoccupati di quello che faccio, di quanto guadagno. I panni sono stirati. Gli straccioni mettono jeans e maglietta. Poi li trovano sgozzati nei boschi, gli aghi piantati nel braccio, i tatuaggi nel collo. Se la gente imparasse a stirare con cura avrebbe piu’ attenzione nel portamento, nella scelta delle compagnie. La sua donna non e’ in casa, lavora, e’ una brava donna. Prende l’autobus e torna la sera. Gli incidenti in autobus sono talmente rari. La vita di coppia e’ tranquilla e sana. Nonvivo preferisce la tranquillita’ e mangiare a casa, nei ristoranti succede di tutto e molti cuochi si dice siano sieropositivi e si taglino di frequente. Chi va al ristorante con una certa frequenza, merita di morire. Un suo amico e’ stato al Gambero Rosso e gli ha raccontato nei dettagli ogni portata di quel pranzo a partire dagli antipasti freddi. Il racconto puo’ bastare, a patto che sia ben dettagliato, Nonvivo si accontenta e si lecca i baffi. In piu’ sa che non correra’ il rischio di beccarsi un’epatite mentre il suo amico incosciente si. Inutile, quello non vuole ascoltarlo. Un altro amico gli racconta di essersi innamorato. Ma come? E la moglie? Questa e’ bella davvero. E’ sposato, una brava moglie che lavora e da quanto mi racconta anche rispettosa e poco incline al sesso selvaggio. Cosa vuole di piu’? L’amico racconta e Nonvivo prega di non tralasciare i dettagli. Chi ci crede che davvero le donne abbiano desideri come noi? Nonvivo rabbrividisce all’idea di sua moglie nell’atto di procurargli un coito orale. Ma guarda tu cosa vado ad immaginare. Per distrarsi accende di nuovo la radio, magari c’e’ un’aggiornamento sul numero delle vittime. Se la gente imparasse a starsena a casa. Il pensiero dell’amico innamorato di un’altra donna lo turba. Ma davvero si puo’ amare chi non vive con te? Perdere la testa per chi non ti stira le camice e cucina malvolentieri. Vuole sapere nei dettagli cos’e’ l’amore che prova, dargli una faccia, un’identikit per riconoscerlo come un criminale da evitare per strada, da dribblare come una fossa piena di guai. Nonvivo comincia ad essere irrequieto. Comincia la divisione del pattume in tre categorie. Plastica, carta e frazione umida. Il mondo potrebbe essere un posto davvero migliore se la gente imparasse a starsene in casa e badasse agli affari propri. Piu’ di cento vittime per il gusto di starsene in giro per il mondo, sentito cosa dice inl notiziario? Volate, volate! incoscenti. Devo lavare la macchina che stanotte e’ piovuto e si e’ impolverata tutta. Non sono uno zingaro, e se anche la uso di rado per andare dal medico e fare gli esami del sangue, voglio che sia lucida come uno specchio. Guarda dalla finestra dei bimbi scalzi che giocano a pallone. Scalzi, bravi. Beccatevi un chiodo arrugginito e il tetano non ve lo toglie nessuno. Il pgioco Nonvivo l’ha sempre evitato, specie quello all’aperto. Deve ringraziare sua madre ad averlo tenuto in casa, santa donna. Fermo sl davanzale osserva con meticolosa attenzione i ragazzini che scalciano nel polverone di un campetto improvvisato. Aspetta che qualcuno prenda a saltellare su di una gamba, le lacrime sacrosante. Niente. La fortuna sfacciata degli incoscienti. Io non mi sono mai forato un piede, mai tagliato, mai scorticato, mai ubriacato, mai intossicato, mai vomitato, mai pianto, mai pentito. Sto bene. Pensare a tutta la gente che vive e gode e che poi muore. Alcuni in malo modo. Stolti. Io sto bene, credo. Anzi benissimo. Non posso morire. Di sicuro non in malo modo.
Joy inside my tears.
06.06
Sono in macchina, la mia macchina. Cade a pezzi la mia macchina, e la radio sintonizza male. Aspetto ci piova dentro e comincero’ a sistemarla. Ma a me piace cosi’. Col contachilometri rotto. Che poi quello sono io, fermo ad un giorno, ad un’idea. Mi sposto e non tengo conto del kilometraggio, ne’ io ne’ lui. Alla radio, Capital credo, un brano che mi intriga. Stevie Wonder mi piace. A volte tanto a volte meno. Gli riconosco un genio compositivo invidiabile. A volte e’ funk, soul, a volte mieloso e barocco e lasciamo stare. Mi piace il periodo 70-76. Alla radio un brano che non sento mai. Erano anni che non passava e quasi mi ero dimenticato della sua esistenza: Joy inside my tears. Drizzo le orecchie, cerco di capire come si muova armonicamente, c’e’ sempre il suo zampino, la falsa semplicita’ nella costruzione armonica che si vende per orecchiabile, ma non lo e’ del tutto e lascia il desiderio di farsi riascoltare. Gli archi sintetici sono quasi marzapane, vanno da tutt’altra parte rispetto alla melodia. Bello stronzo che sei. Il brano mi cattura. Deve essere il caldo, la mia disponibilita’ ad aprire il cuore, a cercare il bello e a scoprirlo. Mi cattura. E torno ventenne come a Londra con “Boogie on raggae woman” e la mia irrepetibile storia d’amore che me la fa ascoltare con imbarazzo adesso. Non so dove io stia andando, a quale velocita’. Non registro piu’ nulla, vado soltanto. E il brano non finisce, continua. Segno il titolo e vado a comprare uno dei pochi dischi di Wonder che non ho mai posseduto. Lo riascolto. Ancora. Ancora. Duke Pearson e Wonder sono il sound di questo giugno appena iniziato e gia’ fin troppo memorabile , il sound del cuore mio irrequieto.
Ieri era il 6.
06.06
Ravenna, la via Faentina e poi via Maggiore. Passo l’ipermercato. Mi chiedo se abbiano ancora i cd Blue Note in offerta. Devo incontrarmi con un’organizzatrice di mostre d’arte, ho con me alcuni quadri miei che le piacciono molto. Non mi sarei trattenuto tanto comunque, a sentir parlare d’arte e artisti mi viene l’eritema. Non mi frega proprio un cazzo dell’arte ne’ di produrla. Quando ce l’hai dentro e’ cosi’, te ne liberi piuttosto. Sono ambizioso se si tratta di buttar via il tempo, quella e’ la mia grande arte che nessuno mi riconosce: Taunus, frutta secca, Otis Redding, bermuda, birra ghiacciata e telefono spento. La tipa e’ simpatica e molto entusiasta. Le sottolineo che non mi frega un cazzo dell’arte. Mi piace deludere le aspettative di chi palesa l’opposto. Ma sorride e mi illustra alcuni quadri alle pareti del suo ufficio. Sorrido. Ho una camicia hawaiana color senape e lo sguardo di chi prospettava di essere altrove. Chiamo Scala, il mio saxofono amico, sta a due passi da qua. Arriva in bicicletta, e’ al telefono con Bob, un classico. Beviamo succo di pompelmo rosa nel solito bar minimal-chic da provinciale ignorante e prima che io possa ripartire mi invita a mangiare qualcosa da sua mamma. Adesso ci sarebbe da aprire il capitolo “Mamma Scala”. La mamma di Alex e’ una donnina vispa sulla sessantina, occhi azzurri e capelli ricci color turchese. Una gran donna. Con lei mi sfozo di parlare un dialetto corretto per metterla a suo agio e per poter avere la giusta intensita’ espressiva che ne sottolinei la mia stima nei suoi confronti. Scala dice che suona l’armonica a bocca da paura. E’ gia’ ad un passo dall’essere assunta dal trio Paglia. Ogni mattina si alza alle 5 , inforca la bicicletta e parte per i mercati della frutta, per le botteghe a gestione familiare a cercare la qualita’ indubbia. Si fa mettere da parte dal macellaio la fettina di bistecca migliore, quella che poi tritera’ a mano per il suo ragu’, cerca il formaggio come dice lei, poi arriva fino all’altro capo della citta’ per quella pancetta affumicata speciale da saltare in padella e aggiungere alla migliore insalata di campo di quel contadino suo amico che guai ai veleni. Dico di no ad un invito a tavola da parte di Mamma Scala? Impossibile. Per giunta ho smesso di fumare, devo integrare psicologicamente con del calore umano . Lei si’ che un’artista! Mi apre il suo garage, Alex. Dentro c’e’ un manicomio di roba, mi sento a casa. Mi vuole far vedere un piano Rhodes mark 1 immacolato chiuso a valigia. Sono anni che me ne parla ma per qualche motivo lo vedo soltanto adesso. Davvero immacolato, la tastiera perfetta. Metto le dita sui tasti morbidi come il burro. Odora di nuovo. Ho un’erezione. Capita per certi oggetti molto sexy e desiderabili come il piano in questione. In cuor mio lo vedo nel mio studio a far compagnia agli altri due Rhodes, mentre Scala specifica che non lo venderebbe mai. Mai mai mai. Passero’ ad agosto coi verdoni stretti in pugno, so come colpire la sensibilita’ del ragazzo. Ad agosto finira’ nel mio studio a parlare del piu’ e del meno coi suoi simili, li conosco i “mai mai mai” di Scala. La camera di Alex e’ un delirio. Un deposito di idee sconclusionate, cd senza custodia, spartiti spaiati, batteria smontata, piano a muro , compresse e foglietti con posologia, vestiti, foto, custodie per sax, dischi, computers esausti, prese di corrente impegnate in una gang bang addosso ad una bianca ciabatta inerme, manifesti di club, viaggi, date, facce, donne, numeri di telefono, scatole di scarpe, scarpe, grucce, cuscini, lenzuola. Tutto molto jazz. Sulla parete del letto, a sovrastare i sogni del mio amico tenorista, una foto gigante di Coltrane nella sua posa statuaria e sguardo meditativo. Sembra stia contemplando il casino di quella stanza e stia pensando da dove si potrebbe cominciare a fare ordine. Le nostre sono vite schizofreniche. Mamma ci chiama a tavola. E’ il grande momento. La cucina e’ ordinata, l’organizzazione di mamma e’ il meccanismo di un’orologio svizzero. Nel largo piatto di ceramica una montagna di tortelloni ripieni di patata aspetta di scoprirmi commosso alla prima forchettata. Una porzione oltraggiosa, una nevicata di parmigiano, una lacrima sul viso. Alex mi guarda soddisfatto, il piacere del suo amico lo riempie di orgoglio, mamma e’ sempre una garanzia. Mi elenca una lista di nomi illustri della musica jazz vittime di quella stessa tavola, di quelle stesse ricette impossibili da ritrovare in nessun ristorante. La mamma mi spiega come ha preparato quei tortelli, gli accorgimenti maniacali. Capisco di essere un benemerito nessuno e abbasso lo sguardo . Io che per pigrizia non aggiungo neppure il sedano al soffritto, provo vergogna. Arrivano i formaggi, che non sono quelli che si trovano ovunque, specifica. Per meglio godere del prodotto cagliato, mamma, apre un barattolo di marmellata di prugne fatta da lei. Arrivano i liquori. Non quelli che si trovano dove io li comprerei. Liquore dei frati monastici dell’appennino tosco-emiliano, roba da recuperare la fede. Il caffe’, buono anche quello. Mica il solito che si trova comunemente, questo e’……S’e’ fatto pomeriggio inoltrato. Fumerei una sigaretta col gusto che l’ultima m’ha lasciato.Resisto, non perche’ creda davvero di smettere, ma per rispetto del pranzo. Dove vado adesso? Ora che ho sfiorato il paradiso? Cosa faccio oggi con tutto il tempo libero che mi si ritorce contro come una maledizione? Saluto mamma, saluto Alex e gli ricordo che ad agosto avro’ un mazzetto verde per lui e lui una valigia nera per me ricoperta di tolex. Sfreccio sulla statale, il tempo incerto, lo sguardo perso, il tortello nel cervello, l’afa che detesto, Freckles altrove. Oggi e’ il 6 di giugno. Di gia’? Davvero? Cazzo.