Archive for aprile, 2009

Normale amministrazione.


2009
04.21


Ho vinto il primo premio ne ”L’ora del dilettante”, il programma televisivo in onda tutti i giorni su “TeleNuova Zadina” alle otto in punto, l’unico che per audience riesca a dare del filo da torcere a “Liscio io, lisci tu” , l’appuntamento con le lezioni di comportamento e passi da balera aggiornati, in onda alla stessa ora su Rete Savio 58. Mi sono presentato nella categoria rumori. Ho sfoggiato tutta la mia cultura in campo artiglieria e fucili d’assalto imitando a voce il rumore di ben 13 diversi mitragliatori. L’imitazione del Moschetto Automatico Beretta mod. 38 mi e’ valso l’applauso spontaneo del pubblico, alcuni partigiani si sono commossi e anche alcuni ex membri della X MAS,  che scritto cosi’ sembra natale ma non lo e’. Il Moschetto mod.38 e’ il mio cavallo di battaglia e lo tengo sempre per ultimo. Di questo faccio anche il rumore dei bossoli che espulsi cadono sul seciato TI..TTIGLE..TING. Mi sono soltanto inceppato un attimo sull’inglese Sten facendolo suonare come se fosse in calibro 7,62 e qualcuno tra il pubblico ha obbiettato subito:”Ehi, ma quello era un calibro 9 parabellum, chi vuoi prendere in giro?” Sono arrossito un po’ poi sono passato al Thompson e alla carabina Winchester M1 con una qualita’ impeccabile. Qualcuno dietro le quinte mi ha chiesto dell’M16  e se faccio anche il rumore del lanciagranate. Ho sorriso e ho firmato l’autografo lasciando intendere che certe cose le fanno anche i bambini. Alla fine ho vinto, battendo per pochi punti soltanto il divoratore di sterco. L’avevo gia’ visto in azione all’Irish pub di Montebello, lo spettacolo e’ sempre quello. Prende un vasetto con della merda secca e se la mangia. Finito li’. Fosse per me non lo applaudirei neanche, ma alla gente piace. Cosa ci vuoi dire alla gente? Ho vinto il primo premio. Me lo merito, merito io, come il Buondi’ Motta. Non che si siano sprecati, ma poi magari da cosa nasce cosa, puo’ essere solo l’inizio. Magari mi ha visto il commendatore Ricci dell’omonimo calzaturificio e mi vuole al matrimonio di sua figlia. Stringo in mano il premio. Tre giorni in una pensione 3 stelle a Pinarella di Cervia, con vista sulla statale 16 e il diritto di priorita’ di foto sugli incidenti.  Priorita’ anche sul Corriere di Romagna in caso di tamponamento. Posso fotografare la sciagura prima di tutti e taggare la mia foto prima che il giornale la pubblichi. Non e’ poco, considerando che c’e’ una bella crisi e la gente in macchina presta molta piu’ attenzione e i giornalisti di nera sono sempre piu’ agguerriti. Fino a qualche anno fa la statale produceva anche dieci morti al giorno di cui almeno la meta’ carbonizzati. C’era piu’ lavoro per tutti. Adesso al massimo ti puoi accontentare della solita vecchia che attraversa col suo Garelli senza guardare. Devi aver  fortuna che passi un camion a due assi almeno, altrimenti e’ inutile stare li’ ad elemosinare le solite foto che fan tutti. Il Camion sulla vecchina con Garelli produce una bizzarra fusione di carni e metallo per diverse decine di metri. Ti capita una roba cosi’ e sei a posto per un bel po’. Sai che vanto con quei falliti dei tuoi amici che ancora si ostinano a fotografare quelle carpe di merda dei laghetti artificiali che credono di pescare grazie alla loro abilita’? Accetto il premio con orgoglio, gonfiando il petto e una segretaria di edizione degli studi televisivi mi accompagna all’uscita tra gli applausi di una decina di ebeti pagati apposta. “E’ un biglietto omaggio per tre giorni A Pinarella vero?”, mi chiede guardandomi intensamente negli occhi l’impiegata nel suo tailleur color confetto.  “Si !”, le faccio io. “ Sa gia’ con chi andare?  Scusi se sono indiscreta….”Adesso mi tiene la mano, e’ calda e ben levigata, “Pensavo a mia moglie”, le rispondo, “O alla prima stronza bocchinara senza dignita’ e cagna in calore che mi capiti a tiro. Sa, mia moglie in questi  giorni e’ un po’ raffreddata e potrebbe rinunciarvi.”  Il mondo televisivo e’ molto effimero, appena qualcuno sa che riscuoti successo, tutti sono pronti a rubartene un pezzetto. La segretaria di produzione si chiama Rosalina ed e’ precaria, arrotonda lo stipendio in un mangificio dalle parti di Bertinoro e la sera asciuga i bicchieri al bar della Total prima del cavalcavia per Gatteo  a Mare. Avra’ un’eta’ che oscilla tra i 22 e i 47 anni, a seconda della luce. Al buio anche 18. Mi spinge in uno stanzino angusto dove riposano degli scopettoni e un secchio. “ Menami!”  mi esorta e il primo schiaffo se lo da lei. Mi prende un po’ in contropiede, la signora. Ripongo il prezioso biglietto nel taschino del mio gilet e sputo nel palmo delle mani che poi sfrego in un impeto di desideri. Il primo colpo e’ diretto al fegato, roba da Rocky Marciano , da piegare in due un bisonte. Come si piega le tiro una ginocchiata sul naso. Le prendo un orecchio  e lo rigiro fino a trovarmi in mano un grosso orecchino in bachelite coperto di sangue. Adesso i capelli color carota li tengo stretti nel pugno e tiro piegandole la testolina all’indietro.“Vuoi venire a Pinarella con me, eh puttanazza che non sei altro?” “Si volio, volio”- “Non ho sentito bene…VUOI VENIRE A PINARELLA CON ME, EH?”- “Si…volio…Pinarela….volio”- “Non ho capito bene….DOV’E’ CHE VUOI ANDARE PUTANAZA?”- “Pinarela…si..con te…..volio….siiii”-  Cosi’ alla fine siamo andati a Pinarella, io, la Rosalina e mia moglie. Tre giorni passati a giocare a carte e guardare verso la statale quasi deserta. Neppure un sinistro. Normale amministrazione.

 

L’educatore.


2009
04.18


Chiamo mio figlio , gli dico: ”Guarda qua!” Davanti a noi la casa di un tizio che non sopporto, un cretino volgare che si e’ arricchito vendendo ortaggi. E’ un’ora strana , non c’e’ un’anima. Mi  assicuro che nessun paio d’occhi mi stiano scrutando attraverso le finestre dell’isolato. Mi piego sulle gambe e raccolgo un ciottolo tondo. E’ una sensazione di liberta’ che non provavo da un po’.  Prendo la mira e lo tiro alla finestra del mio vicino mandando in frantumi il vetro. Un colpo degno dei miei quattordici anni. Mio figlio mi guarda incredulo, non dice niente. Continua a guardarmi aspettando che io gli spieghi  quel gesto violento e naturale come la vita. “Hai visto?” , gli faccio io. “ Non ti azzardare a far mai una cosa del genere!”

 

Cattivo.


2009
04.17

Sono cattivo, lo dico a voi che mi credete bonario e sensibile.

Sono cattivo per dono della natura e non ho imparato niente di buono.

Alla larga, ve lo dice il lupo mannaro prima che la luna si faccia tonda e tiri fuori il peggio.

Sono cattivo, crudele e intelligente.  Non dovete credermi mai , soprattutto quando dico la verita’ .

Vogliatemi bene da lontano.

Mi chiedo.


2009
04.17


Mi chiedo quanto tempo mi distanzi ancora dall’essere finalmente povero.

Povero di voglie. Povero di slancio. Povero di giudizio. Povero di stile. La vita mi sorpassa, ha un motore truccato, ne respiro lo scarico. Se potevo un tempo provare a rincorrerla, ora mi accontento di vederla diventare un puntino all’orizzonte e riderne.

Mi chiedo se non fosse stato meglio il sogno della sua realizzazione compiuta. Mi chiedo se non sia meglio il rifiuto, dell’accettazione. Mi chiedo se non abbia piu’ carisma il rimpianto. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me se fossi morto da ragazzo come avvenne per due miei amici appena adolescenti e invincibili. Certo, non sarei  che soltanto una foto e tenero ricordo  gia’ da un bel pezzo, eppure ho la sensazione che la loro vita presa nel fiore degli anni si sia propagata in un vortice infinito che non conosce la pena del tempo e la vera sensazione del vuoto che l’esistenza prolungata garantisce. La morte e’ parassita della vita e ha bisogno di lei per esistere.

Mi chiedo quanti esami si debbano passare prima di venire finalmente respinti.

Mi chiedo perche’ mi ritrovi spesso smarrito , sprofondato a faccia in giu’ nel cuscino, a caccia di un silenzio che mi consoli. Sempre meno cose mi danno serenita’. Il sonno prolungato ad esempio, la prova generale del mio trapasso, Il piacere del nulla corredato da un sogno ricorrente troppo sbiadito e inafferrabile per  essere ricomposto con criterio e per essere decifrato. C’e’ sempre un viaggio, un posto che non riesco a riconoscere ma a me familiare, in questo sogno puntuale. Mi chiedo se ci sia gia’ stato oppure e’ la sensazione totale di un posto senza che ve ne sia il luogo. A pensarci ha senso.

Guardo la televisione per  schifarmi del tutto. Facile parlarne male e mi sforzo di essere originale per sostenere che c’e’ del buono anche li’. Ma ormai dell’uomo c’e’ rimasto solo il suo involucro elettrico di pixel e il fango truccato da gelato alla vaniglia.  Non so piu’ cosa sia giusto. Una volta lo sapevo a memoria. Sopravviversi e’ una sfida terribile quando si cambia. Ogni passo sembra essere quello falso, adesso. Mi chiedo quale sia il guadagno della propria coerenza in un mondo che si contorce e si smentisce di continuo come un serpente vivo buttato sulla graticola. Sono un tossico dipende della mia stessa anima, un viziato della vita con un dio sempre piu’ nella nebbia e tanti demoni presenti e limpidi come la paura che alimentano.

Mi chiedo se sia utile scrivere “non mi frega un cazzo di niente”. Si vede dagli interni sfracellati della mia Taunus, da quanto trascuri gli amici piu’ cari privilegiando persone sconosciute nelle chat, dal tempo che butto sperando che il mio lavoro giustifichi tanto oblio, dai soldi spesi al ristorante senza che l’appetito venga sedato, che mi frega un cazzo. Neppure il chinotto mi piace come prima. Mi chiedo quanta forza ci voglia per vedere il bello quando si e’ ciechi in un paese di sordi.

Mi chiedo se sia l’Italia soltanto ad essere un palcoscenico esistenziale per  sola rappresentazione della grande farsa o sia cosi’ ovunque. A volte rimpiango la metropolitana inglese con le sue vite amorfe legate agli orari d’ufficio con L’Evening Standard sotto braccio e lo sguardo sul tabellone dei treni sempre uguali. La morte che si accetta e vive nelle prove generali del nulla senza creare aspettative colorate alcune.

Mi chiedo se il mio Minimoog mi salvera’, se mio figlio col suo sorriso spiazzante mi addomestichera’ all’idea del bello supremo, se la mia voglia di tette e lingua e occhi maliziosi si plachera’, se la voglia di svendermi per un tozzo di popolarita’ sfumera’, mi chiedo se saro’ un giocatore professionista o un furbo millantatore, mi chiedo se funzionera’, se mai mi sposero’ nel desiderio di esserlo, mi chiedo se bastera’ essere sereni, se mi aggrappero’ alla vita nel momento che non sara’ tutto cosi’ scontato, mi chiedo se serva davvero avere una bella idea o non basti aspettare che qualcun’ altro ce l’abbia risparmiandosi cosi’ la fatica e le pene . Basta aspettare forse, defilati, grattando il formaggio quando passa sottomano, senza chiedere troppa attenzione e consumando il giusto. Penso alle cose belle come se davvero potessero cambiarmi il nome e il destino. Me lo chiedo.

Ultimo sole.


2009
04.14


E’ il pomeriggio del 3 luglio 2003. Saranno le due, poco piu’. E’ un pezzetto che non porto l’orologio. Da quando si sono scaricate le pile e per aprirlo l’ho rotto. Un merdoso Swatch, cos’altro potevo comprarmi? Saranno quaranta gradi. E’ l’estate piu’ calda del secolo e se lo dice il tg4, e’ vero per forza. Il caldo s’e’ preso tutto. Lui e il silenzio si contengono la contea, tutta. Trovo fresco in cantina ma come comincio a suonare la canzone che ho appena finito di scrivere, sento la gola riempirsi di pianto e non riesco andare avanti. Il suono del mio Hammond investe tutta la mia via come una brezza , poi si placa e il tepore torna ad ondulare la strada. In lontananza sento un bimbo che piange, mi chiedo se quello non sia io. Ho appena scritto la mia canzone piu’ bella, quella che non pubblichero’ mai, quella che fara’ piangere chiunque perche’ scritta nel momento in cui io sono stato piu’ vero e straziato da un amore. La tengo scritta su un pezzo di pagina di quaderno e me la tengo in tasca, ripiegata in quattro, stando ben attento a non aprirla, come una bomba instabile, come un tornado chiuso in bottiglia. Parla di lei e ho gia’ scritto come andra’ a finire. Non importa come si chiami, sara’ l’ultima volta che mi innamorero’, lo posso promettere. Non so se manterro’ la promessa, ma adesso e’ cosi’. Prendo la macchina, la mia Taunus e’ un ferro incandescente. Apro il pacchetto di Pall Mall una marca ignobile che m’ha attaccato lei, prima quasi non fumavo. Tutti quelli che la frequentano fumano Pall Mall, una specie di maledizione. Puzzano le Pall Mall eppure e’ l’unico modo di sentirla vicino a me col suo dannato sorriso e quegli occhi. Stavo cosi’ bene prima di conoscere l’esistenza di quegli occhi. Vago per le strade deserte. Non ho mai montato l’autoradio ma lo faro’, sento solo il mio cuore e lo trovo insopportabile. Ai piedi ho le mie Nike gialle comprate a Londra quando tutto filava liscio. Sono solo a casa da quasi due mesi. La casa vuota mi fa impressione, la lascio presto al mattino e vi ritorno alle tre, alle quattro. Evito di preparare la tavola, manca tutto il resto che fa di quella tavola una famiglia. Pranzo da Franz che ha appena aperto il suo Florida e vende il fritto come occasione imperdibile. Oppure mangio dai miei, anche se sono stanco di sentire mia mamma che mi chiede cosa stia succedendo. E’ la prima volta che mi perdo ma puo’ bastare. Domani e’ il mio 32esimo compleanno e per fortuna saro’ a suonare con i miei amici, per un attimo saro’ altrove coi pensieri. Ci saranno Chicco, Bob, Scalete e forse Simo con un paio di congas. Non posso andare avanti cosi’. Oggi sara’ l’ultimo sole e lunedi’ prendo l’aereo.

Occhio indiscreto.


2009
04.13


Cerco elementi marginali che mi raccontino cose. Li cerco nel marasma di una stanza in cui due sconosciuti scopano avvinghiati felici di finire in pasto su Youporn. Loro non mi interessano, mi interessano i mobili, gli arredamenti, gli oggetti appoggiati sul comodino, i poster attaccati alle pareti, la pornografia della vita normale che sfugge al controllo, la consuetudine , il resto dell’inquadratura impassibile e immobile che contorna l’orgasmo, l’orologio di lui, il fermacapelli di lei, la lampada finto deco’, lo specchio e tutto cio’ che non conta nel racconto di quello scambio. Io voiyerista dell’inutile, a caccia perenne dell’umano ridotto a tracce, del ragionamento intrinseco, della vita accennata e del casuale che svela. Io vampiro di anime in casa d’altri.

Ossa.


2009
04.11


Ho la bella abitudine di allungare l’orecchio quando camminando per strada, mi capita di incrociare animali della mia razza e della mia eta’ intenti a dialogare. Divento un fantasma e mi appoggio alle loro spalle come un pappagallo invisibile. Cerco di carpire il piu’ possibile, di entrare nelle loro teste, di capire dove siano, a quale punto della loro vita siano arrivati e come sia piazzato io rispetto a loro. Parlano di cose che non comprendo, di giardini, di Ikea, di auto, di calcio, di vacanze, di ufficio, di playstation, di pizzate tutti assieme appassionatamente, di vantaggi . Di vantaggi? Riprendo a svolazzare stordito da tutta quella realta’ scontata e solida come cemento. Sento di essermi perso in una piacevole bolla che deforma il mondo esterno e me lo fa vedere soltanto bello, ho dilatato il tempo a mio piacere e non voglio scendere dalla mia giostra colorata anche se e’ ferma e fuori sta facendo buio. Le mandrie di trentenni in avanzato stato di decomposizione sono tante e scaricano suonerie di motivetti celebri, si muovono a flotte nei loro giubbetti di pelle nera e occhiali da sole. Mogli e mariti a braccetto nella domenica docile e al gusto tutti frutti. Non sono io quello, nemmeno quello la’. Non sono nessuno di loro e sapermi anagraficamente inglobabile in quella foto di gruppo da rimpatriata di classe, mi viene il vomito. Un esercito di lenti pachidermi inermi e con sorriso ebete. Non sono cosi’, non metterei mai una camicia del genere, non parlo cosi’ e detesto fare del giardinaggio. Una solitudine struggente mi prende alla gola. Alcuni si vantano perfino di tinteggiarla, la casa. Se fosse per me vivrei in un igloo, pur di non avere a che fare coi lavori di manutenzione. Sono destinato a non migliorarmi nel tempo, sempre piu’ convinto che il mio malessere e la mia liberta’ siano la stessa cosa. Vedo una distesa di bare, un parcheggio scoppiare di auto, un ristorante affollato in cui il vociare incessante cancella il sapore dei piatti. Le ossa ci accomunano, ne abbiamo piu’ o meno tutti lo stesso numero. Penso solo a quello che lascero’ oltre alle mie ossa, uguali in mezzo a  tutte le altre, al vantaggio di essere cosi’ cocciutamente fuori dal coro, a rischio di non avere piu’ amici perche’ ormai tutti stritolati dal sistema “casa-lavoro-famiglia-Multipla-crociera-McDonald-morte”. Ma devo per forza pensare di lasciare qualcosa? Forse si. Come mi sento debitore e ringrazio alcuni autori di musica, cinema e letteratura di aprirmi strade e porte la dove pareva esserci il deserto soltanto,  cerco di ricambiare lasciando musica e poco di piu’. Spero di fabbricarne ancora, di piu’ durevole , di piu’ intima  e passionale, di piu’ viva affinche’ prenda il mio posto senza far sentire a nessuno la mia mancanza. Perche’ oltre all’arte, al segno indelebile della nostra intelligenza e sensibilita’ trasportata nelle cose , rimane ben poco. Le ossa rimangono, assieme agli amori mai consumati e ad un pugno di sciocchezze che mai avremo voluto commettere e che forse non riusciremo a lasciare da questa parte della vita. Segni  che ci porteremo dietro come  tatuaggi nell’anima.

Il primo sole.


2009
04.09


Il primo sole che scalda, e tolgo la mia felpa con la zip. I bulldozer spianano la spiaggia e i cani giocano con le bambole rotte portate dal mare. Fumo una sigaretta di nascosto e la trattengo a lungo per scoprirne i poteri che me l’hanno fatta amare dopo un anno di sana astinenza. Solo la lontananza dal peccato ne puo’ accrescere il fascino, il gusto, il sano timore che ci scopre deboli e fatti di un’intricata rete di sensi che chiede soltanto elettricita’, la scossa che brucia i transistor e che ci ingarbuglia il tempo in una matassa di rimpianti e ed errori a lungo invocati. Le piccole casse dello stereo gracchiano qualcosa che sembra musica, La barista gentile mi fa cenno che il caffe’ e’ pronto sul bancone, una gioia immensa che costa solo 1 euro. Quello che resta dell’inverno pare sciogliersi davanti ai miei occhi e mi arrivano al naso i ricordi della sabbia un po’ meno pungenti di un tempo , ma sempre intensi da farmi sentire capace di tutto. Il primo ghiacciolo all’amarena e’ sempre il piu’ buono. Non penso a nulla, ai doveri, ai soldi che non riesco neppure piu’ a buttare, a cosa vuol dire amare e se davvero ce ne sia bisogno. Tiro calci ad un pallone e scopro dalla mia ombra che e’vero, non sono mica tanto alto. Ho solo spalle robuste e voglia di abbandonarmi a cio’ che pare non stupirmi piu’ di tanto, la mia indomabile voglia di perdermi.

Il peso del disastro.


2009
04.06


La prova del cuoco in tv e la gente che oggi nella provincia di L’Aquila non mangera’ nella propria casa, nella propria cucina. Piango all’idea che tutto cerchi di andare avanti lo stesso, la tragedia enorme che non scalfisce il palinsesto. Parlano di frittate, di salse, di olio extravergine. Sara’ la mia gioventu’ ormai resa fragile dalla vecchiaia, ma piango. Piango e scrivo perche’ qualcosa rimanga, in questo silenzio, in questa cappa tragica che sovrasta i miei pensieri e questo sole debole  che  da’ una pennellata poco convincente alla finestra del mio salotto. Sento i pianti di chi ha perso tutto, di chi non puo’ piu’ misurarsi coi muri di casa. Penso alla gente, al vuoto, alle crepe e penso che non posso niente, se non capire che tutto appare piu’ assurdo  e lo spettacolo deve cessare. La volgarita’ deve cessare, almeno per oggi. Dell’Abruzzo apprezzo la gente, la loro consistenza e fierezza. Ne conosco il paesaggio, i luoghi dimenticati tra le rocce, le pietre solitarie, il cielo stellato come in nessun posto, l’orgoglio. Non posso nulla , solo mandare un pensiero a chi mi e’ caro e vive la tragedia da vicino. Tutto il resto e’ il solito delirio incapace di zittirsi e rispettare la grandezza del baratro.  

La bellezza inventata.


2009
04.06


E’ l’unica bellezza che riesco a vedere. E’ l’unica bellezza che mi appartiene e se ne va con me. Inutile che mi dicano che non esiste. Lo so gia’. La bellezza inventata da me e’ l’unica che non mi stringe ai fianchi, mi veste a pennello. E’ quella li’, la vedo solo io. E’ roba di altri forse, e’ lontana, e’ eccessiva, e’ una mina da disattivare , e’ un’idea sublime che incarta nella confezione piu’ desiderabile  e colorata un problema.

Vivo per questo genere di bellezza. La bellezza che genera timore, rabbia, schifo e ansia. E’ il demone supremo che leva il sonno, e’ argilla su cui plasmare il desiderio, e’ il tempo che non sara’ mai abbastanza. E’ tutto quello che manca per essere definitivamente soli.

La bellezza inventata c’e’ solo per me e non puo’ scappare che per sempre. Si nasconde, si cancella, si detesta e si fa bella, poi si butta , poi ritorna , poi scompare , si ribella. La bellezza e’ un pesce all’amo e si dimena, se la prendi, allora , non sara’ mai stata tua. La bellezza inventata mi divora . Mi riempie la vita di attimi che son chiodi e sorrido mettendo zucchero nelle ferite, sorrido pensando che in fondo e’ tutto inutile e lecco il taglio cercando il dolce.