Credo sia l’unica via, quella del darsi. Darsi per alleggerirsi e arrivare spogli e sbucciati della pellicola che riveste il nocciolo. E’ una questione di praticita’ e col pudore ha poco a che fare. A volte vengo ripreso per essere eccessivamente onesto nei miei pensieri e nei miei scritti, qualcuno sostiene “umano” come fosse una debolezza, ma non potrebbe essere diversamente. Sbuccio il mio io e lo regalo, a dispense settimanali, giornaliere, mi sfoglio per meglio esistere, per arrivare a capire dove sono e quanto il mio nucleo pesi davvero, per puzzare meno e per poter saltare senza troppa zavorra in testa. Non mi costa fatica spogliarmi, tolti i miei abiti io sono gia’ altrove, pronto a cercarmi ancora, avido di curiosita’ verso il centro dell’anima. Combatto l’immagine di me che ho venduto e continuo a vendere , spaventato di essere davvero cio’ che la fotografia ritrae. Produco arti e me ne sbarazzo come fossero figli illegittimi, prima che questi crescano troppo e mi accusino di poco amore nei loro confronti. Solo chi produce arte si puo’ permettere di odiarla.Voglio arrivare ad essere leggero, con un’unica idea di amore che inglobi tutto e tutti, le donne, amici, animali, figli, sbagli e idee mai concretizzate. Cos’e’ in fondo l’amore se non l’idea sublime di qualcosa incapace di durare, di radicarsi con fermezza nella nostra vita. La notte mi porta lontano, nella gioia piu’ forte, nel terrore piu’ buio e scopro la vita del risveglio piu’ facile da gestire rispetto i viaggi onirici senza ritorno che fanno del mio sonno l’atra meta’ della vita. Nel nocciolo mio trovero’ l’equilibrio e la forza di accettare che tutto e’ cancellato per contratto, le facce, il pensiero e le grandi aspettative. Solo i muri resistono, cambiano di vernice, ma stanno in piedi da soli. Sbuccio foglie di anima come fossi di cipolla e piango anche un po’.
Archive for marzo, 2009
Il mio dito sinistro.
03.30
Non e’ granche’, si tratta del dito mignolo della mia mano sinistra. Cosi’ inutile che non lo schiaccerei neppure per sbaglio col martello o tra lo stipite di una porta. Mi sveglio e lui non c’e’, e’ altrove, preda delle formiche. Lo vedo come sempre al suo posto ma non ci sente. Preparo la colazione e lo guardo, ritto nella sua posa snob mentre sollevo la tazza col Nesquik. Penso subito al peggio, penso alla mia passione piu’ grande messa a repentaglio da quell’insolito ammutinamento. Riusciro’ ad imbracciare il mio fucile mitragliatore e mantenere la mira e il riculo con quel dito privo di forza? Finisco il Nesquik affogandoci dentro tre o quattro Bucaneve. Li tengo infilati nel dito morto, a qualcosa serve quel dannato mignolo. E’ una bella giornata, guardo fuori i miei vicini di casa saltare sulle loro Multiple color Fiat e correre sulla statale ai loro uffici, appesantiti dai cibi grassi e dall’entusiasmo assente. Le mogli salutano e tradiscono alle 11 con l’elettricista albanese che al posto degli occhi pare averci due puntine da disegno infilate nella carne in una perenne espressione vuota ed inquietante da Cabbage Patch. Imbraccio il mio moschetto, una carabina Winchester M1 che ho comprato in edicola a dispense. Col primo numero a 3 euro e ottanta, l’otturatore e l’esclusivo portachiavi con la faccia di Lee Oswald. Butto dentro il caricatore da venti e armo il percussore. C’ho messo tre mesi per assemblarla e alla fine m’e’ costata quasi come completare l’album dei calciatori Panini, ma quando tiro il grilletto, il cuore si gonfia di gioia. Sono rimasto solo a casa, mia moglie se ne e’ andata perche’ ho deciso di mettere una tenda in salotto e di accendere il fuoco con il battiscopa e gli sportelli in rovere della cucina. Non sopportavo piu’ la puntualita’ della bolletta del gas e il mio spirito zingaro a lungo tenuto a freno e’ sbocciato come un girasole. Il campeggio e’ sempre stata la mia passione e arrostire le salsicce infilzate nel bastoncino sulla carbonella come Tom Sawyer, il mio sogno ricorrente. Finalmente potevo farlo in salotto senza sentire prediche e sbuffi. Poi una volta riconquistata tutta quella liberta’ senza la mia dolce meta’, e’ subentrata la noia. Ho ingannato il tempo, ho sparato al frigorifero, ho sparato a Emilio Fede, al videoregistratore che non sono mai riuscito a programmare, ho sparato alle bottiglie di Levissima e alla dispensa dove tengo la farina auto lievitante per le pizze. Per terra e’ uno schifo, un paciugo maleodorante. Se mi vedesse la mia ex moglie direbbe che sono il solito disordinato. Ho sparato anche alla radio mentre trasmetteva Mario Biondi. Poi nel silenzio del terzo giorno senza musica ho sentito anche la sua mancanza. Mi piace l’odore dell’olio per armi, lo trovo eccitante, quasi quanto il bagnoschiuma al muschio bianco che rimaneva a profumare mia moglie per giorni. Se solo fosse stata un’amante del campeggio e delle salsicce arrostite sulla carbonella. Apro la finestra e vado sul balcone. Senza badare tanto a chi c’e’ e a chi non c’e’, alzo la canna davanti a me e sparo una raffica consistente verso i bidoni dell’immondizia sul viottolo che separa il complesso di casette color pesca dalla mia palazzina in vernice marrone. Riesco a tenere il fucile , nonostante il mignolo sia assente. E’ gia’ un successo. Butto un’occhio per vedere un po’ cosa ho pescato. Il mio vicino, attento a dividere i rifiuti e a riporli nei contenitori differenziati, sta steso a terra quasi tagliato in due dal mio exploit futurista e imprevedibile. Una bella scocciatura. Non avevamo bisogno di un altro eroe. Ucciso nel compimento del suo dovere di cittadino modello ed onesto. A quello il funeralone con l’applauso non glielo toglie nessuno. Accidenti gli avevo anche prestato un dvd con tutti i gol dell’Inter della stagione 1999-2000. Addio dvd. Smonto l’arma, la pulisco e la ripongo dentro la lavastoviglie, dove tengo tutte le cose a cui tengo di piu’: i miei risparmi, i Lanciostory , la fiaschetta di peltro col cognac, i bastoncini di cotone per le orecchie e il mio coltellino svizzero. Ah se mia moglie non avesse obiettato a tenere le mie care cose nella lavastoviglie, che bella coppia saremmo adesso! Maniaca dell’ordine e stronza. Aspetto mezz’ora ma non si vede nessuno e quello resta la’ tra i bidoni della frazione liquida e quello della plastica in una pozza scura che sembra pece. Sono preoccupato per il mio dito, sono preoccupato per la mia salute e quando vedo gente morta poi faccio pensieri strani e comincio a pensare che un giorno tocchera’ a me. Beato lui che se ne e’ andato senza accorgersene, ci farei la firma. Invece lo so, io impazziro’ per questo dito formicolante e verro’ rinchiuso in un manicomio fino alla fine dei miei giorni, in mezzo a topi e a scarafaggi. Cerco di non pensarci e salto in macchina per fare visita ai miei. Mio padre guarda il tg 4, fa finta di non vedermi mentre mia madre mi abbraccia e mi mette in bocca un pezzo di crostata all’albicocca. Dal giorno in cui venni riformato dal servizio militare nel 1988 a causa della mia presunta instabilita’ psichica, mio padre mi ha evitato come la peste e attribuisce ogni mio fallimento alla mancanza di una sana e rigida preparazione militare. Gli mostro la mano col dito a penzoloni e aspetto una prova di compassione. Alza le spalle, dice che e’ colpa dei jeans stretti e delle Converse di gomma che mi ostino a calzare nonostante non abbia piu’ ventidue anni. Mia madre dice di non ascoltarlo , che lui e’ fatto cosi’ ma non e’ cattivo. Sulla mensola le coppe vinte da mio fratello a tennis sono sempre lucide e spolverate. Lui si che ha fatto il militare. Mia madre dice di andare dalla Dottoressa Carfagna, lei e’ brava e l’unica che dice che il fumo di sigaretta fa bene, una teoria molto in controtendenza che pero’ le sta creando una popolarita’ ed una stima inaspettata. La Dott.ssa Carfagna ha le sue teorie sul cancro e sull’effetto del malocchio che lascia molti studiosi atterriti, ma mia madre non ha dubbi sulla sua integrita’ morale e mensilmente le fa un bonifico di seicento euro per tenere lontano le negativita’ e l’invidia delle malelingue. Chiamo la Carfagna e prendo appuntamento col suo assistente dominicano Lotar. Il signor Lotar ha anche fatto una comparsata in una puntata della soap “Un posto al sole” interpretando la parte di un passante in mezzo al traffico su di uno scooter, ma la cosa non lo ha cambiato. Anche se ammette che la televisione fatta a quel modo, con discrezione ed intelligenza, gli ha dato piu’ credibilta’ nell’ambito dello studio medico della Dtt.ssa Carfagna. Passano due giorni, nel mio quartiere si e’ un po’ parlato del decesso del ragioniere Martinucci, trovato morto vicino ai bidoni della raccolta differenziata. La moglie ha minimizzato sui fori di proiettile trovati addosso dicendo che comunque soffriva d’asma cronica. In questi giorni febbricitanti dell’Italia ai Mondiali, nessuno s’e’ preso la briga di fare l’autopsia per contrariare tesi di specialisti affermati su cio’ che appare evidente essere una conseguenza dell’asma bronchiale. Inutile perdere tempo. La vedova Martinucci si e’ gia’ messa in forma e appena le faccio notare che ha perso qualche chiletto, mi sorride maliziosa.Si dice devastata dalla morte del marito. La stringo a me e le faccio le mie condoglianze e per un attimo mi pare di tornare a sentire il dito dormiente. Profuma di Arbre Magique alla vaniglia la neo vedova e dimostra al massimo il doppio dei miei anni. Mi morde l’orecchio ma poi si scusa. Nel giardino ha allestito un simpatico mercatino per alleggerirsi delle cianfrusaglie del marito falciato da me. Tra i maglioni Missoni e una tuta della Lotto, c’e’ l’abito del matrimonio e le scarpe di vernice. Tutto a due euro, si tratti della collezione di schede telefoniche, si tratti delle pantofole a forma di Lupo Alberto, si tratti del porta cellulare in pelle firmato Armani o di quel galeone costruito da lui con centinaia di fiammiferi da cucina spenti. Anche perche’ riuscire a costruirlo con quelli accesi sarebbe stata un’impresa memorabile. Cerco il mio dvd tra le cianfrusaglie, ma non lo trovo. E’ quasi una tragedia. La signora e’ simpatica e ride ad un paio di mie battute sugli immigrati. Come me e’ d’accordo sull’utilita’ delle ronde notturne per tenere lontani quei banditi dal nostro sano quartiere.
Domani ho una visita dalla Dott.ssa Carfagna. Le ho promesso in cambio degli assegni postdatati e delle coccole. Portero’ con me anche un culatello di Langhirano e dello Champagne per favorire le onde positive e i campi magnetici “buoni”, come li chiama lei. Spero che il mio dito torni come prima, sono una persona buona e sarei disposto anche a pregare per tornare normale e se la cosa lo richiedesse, di guidare un autoarticolato da qui a Monaco di Baviera con montato sulla cabina un Padre Pio in vetroresina illuminato come un luna park. La fede salvera’ il mio dito e il mio paese e in poco tempo usciremo dalla crisi.
Nightclubtropez. Parte prima.
03.26
L’uscita di B-movie Heroes porto’ inaspettatamente tanto lavoro, una media di una decina di date al mese sparse per tutt’Italia. Di soldi ce n’erano sempre pochi, ma sicuramente i miei bisogni erano alquanto limitati all’epoca e riuscivo a starci dentro piu’ che dignitosamente: una diecimila di gasolio per la mia Opel, la scorta settimanale di chinotto, qualche sigaretta, la brillantina, una pizza alle melanzane al solito posto e qualche spesa inaspettata da considerarsi sempre, chesso’, una valvola dell’Hammond bruciata o un vestito da smacchiare in tintoria. Mi ero trasferito a Cesenatico, nel centro storico a due passi dal porto, un quartiere bohemienne molto pittoresco abitato da marinai ottuagenari e gatti randagi. Guidavo una Opel Kadett furgonata del 1985 e riuscivo a caricarci preciso preciso il mio Hammond C3 verde pistacchio e il suo Leslie. Il trio era costituito da me, Chicco alla batteria ed Enrico alla tromba e al basso elettrico.Ogni trasferta era gioiosa come una gita delle scuole medie tra lazzi, birre e pernacchi. La mia ragazza lavorava a Londra , ci vedevamo di rado. La sera tornavo dalle varie gigs e prima di portare le stanche membra nel lettone a due piazze, mi fermavo a bere al Sottosopra o nel circoletto Macondo a poche decina di metri dal mio cancello. La mia casa apparteneva al mio nonno materno, un posticino piccolo dai muri storti e umidi, la cucina striminzita e un piccolo giardino per rilassarsi d’estate e godere di tutti gli odori provenienti dai numerosi ristoranti di pesce confinanti con me. Era un periodo creativo molto producente. Avevo portato nel salotto di quella casetta, tutto il necessaire per non sentire la mancanza del garage dei miei dove solitamente mi incontravo col resto della banda a fare le prove. Nello spazio di pochi metri quadri avevo portato un altro Hammond c3, un Fender Rhodes , un ampli Fender e un piccolo sintetizzatore Roland sh2000 per i suonini alla Umiliani che mi piacevano tanto. Spesso passavo le serate a disegnare o a dipingere. Mi veniva a trovare Mariano il mio amico fotografo e mi usava come cavia per i suoi ritratti malati approfittando del mio rifugio d’artista decadente e verace. Ero in una botte di ferro, avevo tutto l’occorrente per non annoiarmi e non sentire troppo la mancanza della compagnia femminile. Di donne come la mia in giro ce ne erano poche davvero e non valeva la pena inguaiarsi. C’erano anche le tv private coi film di Sordi e Tognazzi dopo l’una di notte.Il massimo. Il fenomeno della Lounge music cominciava a far parlare di se’ nei giornali alla moda e spesso e volentieri pubblicavano la mia foto del disco da poco uscito per la Irma records, in completo grigio a torso nudo vicino al mio C3 pistacchio. Un’immagine un po’ forte rispetto allo standard di cio’ che iconograficamente ci si aspettava dal movimento coctkail notoriamente corredato di lussuosi gadget e perline colorate. Io ero cosi’, ruvido e autoironico, colto e preparato in materia ma anche distaccato e poco disponibile all’idea di essere inglobato dal marasma carnevalesco del fenomeno, sempre pronto alla rissa e all’esilio. Altri organisti cominciavano a venire allo scoperto sicuri del vantaggioso momento ed io ero sempre pronto a stroncarli cercando di tenere lo scettro coi denti e le unghie. Cosi’ pensai che era il momento di incidere un secondo disco e radere al suolo tutti quegli aspiranti Hammondisti rigidi come stoccafissi ma comunque dannosi nel creare confusione e generalizzazione. Io soltanto dovevo colmare quello spazio lasciato libero nel panorama musicale italiano. Per il disco nuovo scelsi di non tornare al Tam Tam di Giulio, lavorare con lui me l’aveva fatto odiare. Potevo contare su due musicisti in gamba e molto affiatati. Chicco ed Enrico e questo mi sembro’ un buon inizio.Chicco era la persona piu’ affidabile che conoscessi, pronta al sacrificio come pochie musicista colto e preciso, Enrico era un genio dell’arrangiamento oltre ad essere un trombettista molto ispirato e onnivoro.Stavo scrivendo tanto materiale, l’aria di mare aiutava il mio cervello ad essere leggero e disimpegnato al punto giusto da concepire un disco senza troppe pretese artistiche o concettuali. Era il 1999, la fine di un secolo, la fine di un millennio e a poche centinaia di chilometri da noi, nella ex Yugoslavia, si stava combattendo una delle guerre piu’ cruente e disumane della storia.
12 dicembre 1985.
03.23
E’ sera, fa freddo. La mia affittacamere e’ sorda, lo si capisce da come lascia strillare Mike Bongiorno che si sente fino giu’ in strada. Forse sono le nove, non piu’ tardi. Mia madre doveva chiamarmi ma ancora niente. Spero che la vecchia senta il telefono. Lo tiene chiuso dentro una scatola di legno chiusa con un lucchetto della caramelle Sperlari. Il lucchetto e’ un buon deterrente e l’aiuta a tenere la bolletta sotto le venti mila lire mensili. La casa della vecchia odora di vecchia, come quasi tutte le case di vecchia. Un odore che oscilla tra il brodo di carne rancido , fiori secchi e sapone di Marsiglia. La nostra stanza e’ tristissima, arredata con mobili degli anni 50 e illuminata con lampadine debolissime, la carta da parati e’ finta, una verniciatura a rullo color turchese con decorazioni floreali. I muri sono tutti storti e in alcuni punti l’intonaco e’ gonfio di umidita’come un calzone farcito pronto ad esplodere. Il Terra dorme nel letto di sinistra. Lui e’ ordinato ed e’ abituato a rifarselo, il mio e’ tirato su alla meno peggio. Oggi il Terra non c’e’, e’ partito per la montagna un po’ prima delle vacanze. A me tocca starmene qua perche’ sugli sci non ho mai imparato a starci, poi a dire il vero la montagna mi fa schifo e il Natale preferisco passarmelo a casa col mio fratellino e i miei. Il vociare della gente che cammina sotto la mia finestra mi tiene compagnia, vanno e vengono di continuo dall’osteria Dieci Grossi, trenta metri piu’ avanti. Che tipi quelli li’! A volte ci vado a pranzare verso le due, poi chiedo se mi fanno suonare il piano. A volte io e Gabe rimaniamo li a disegnare sui tavoli fino alla chiusura pomeridiana, finche’ il tipo, Fabio, quasi non ci prede a pedate per sbatterci fuori.Non si mangia male, fagioli e cotiche il piu’ delle volte o crescia farcita con verdure gratinate. Il Terra mi ha lasciato il suo Walkman con un paio di cassette. Ha detto che se glielo rompo si tiene i soldi che gli ho prestato un mese fa, quasi trentamila lire. Ho come il sospetto che sia gia’ un po’ rotto, il nastro lo trascina un po’ lentamente e non per colpa delle pile, quelle gliele ho messe nuove ieri. Non sara’ facile convincere il Terra che era cosi’ anche prima che me lo prestasse, quello la sa lunga. Ascolto una cassetta di Vasco Rossi , ma l’unica che mi piace e’ “Alba chiara”. L’altra cassetta contiene solo un brano ma lo ascolto di continuo, e’ “Take on me” degli Aha. Ho visto il video a cartoni animati su Videomusic, bello. Oggi a scuola e’ andata bene, la professoressa di disegno dal vero credo sia innamorata di me, mi prende come esempio:”..vedete Pagliarani, ecco lui riesce a rendere il chiaroscuro usando la matita in maniera morbida, senza lasciare segni , ne’ calcando troppo la punta scavando solchi sul foglio…”. Invece con matematica e’ un disastro, la Bernardi la odio. Quella c’ha un naso…sembra la strega del mago di Oz. Mi ha cambiato posto perche’ chiacchieravo con Gastone e m’ha messo vicino a Rebecca. Mi piace Rebecca, ha delle tette enormi e un bel sorriso. All’uscita sono andato a mangiare con Gabe in rosticceria poi lui e’ andato a Cavallino con quel suo amico universitario che vive nello stesso appartamento e c’ha la macchina. Allora e sono tornato a casa. Oggi sono stato qui a disegnare, mio babbo mi ha comprato una scatola di matite colorate Derwent che sono fantastiche. Comprate singolarmente costano anche piu’ di duemila lire l’una. La Bartolini ci ha insegnato a temperarle con il taglierino, perche’ dice che il temperino spezza la mina e poi la matita e’ da buttare. Quando mi ritrovo qui da solo senza il Terra che rompe per andare in sala giochi o per starsene in giro fino a tardi, penso ai miei amici rimasti a Cesenatico, a Flo, a Lucio, alle gemelle Bandieri, ai miei cugini, a Simone. Urbino e’ diversissima e non solo perche’ non c’e’ il mare. Tra i vicoli passa sempre un vento freddissimo e il rintocco delle campane del duomo mi fa impazzire, ogni quindici minuti, cascasse il mondo. E’ pieno di vecchi sto paese, girano tutti in Vespino o con quei dannati trabiccoli a tre ruote, sgasano sulle salite fino a far scoppiare quei motori fragorosi. Pero’ vedere Urbino dalla fortezza Albornoz di notte e’ uno spettacolo unico. Io e il Terra ci andiamo anche a cacciare i gatti randagi con la cerbottana e la fionda e a fare qualche tiro a baseball. La vecchia ancora non se ne va a letto. Potrei scrivere ancora un po’ questo diario, ma non c’e’molto da dire. Domattina alla prima e seconda ora c’e’ storia dell’arte con Antonelli, poi italiano, poi inglese e forse si esce prima perche’ il prof di disegno geometrico e’ ammalato. Adesso pero’ basta scrivere, Gastone mi ha prestato Zanardi da leggere e domattina lo rivuole, vado a leggermelo a letto. Mia mamma mi chiamera’ domani. Oggi e’ il 12 dicembre 1985.
B-movie heroes. Parte seconda.
03.22
Guidavo una Polo blu, quella di mamma. La macchina piu’ pericolosa e instabile mai costruita, ma col vantaggio del tettuccio apribile, e ci facevo entrare la primavera. Fumavo Marlboro rosse morbide, le fumava Giulio, Ray, e pure Capiozzo. Lo studio distava da casa mia meno di dieci km. , quel tragitto lo aspiravo d’un fiato, la febbre del disco la sentivo per tutto il corpo e la notte sarebbe stata lunga. Si cominciava a registrare verso le undici, mezzanotte, nella nuvola di nicotina che trasfigurava le mie pianole e il mio entusiasmo. Si arrivava a fare le quattro , le cinque e tornare a casa con la luce livida dell’alba mi spaventava come se fossi entrato senza chiedere permesso dalla porta segreta del giorno partoriente. Lo studio lo chiamavamo “La Balitrona”, ed era una casa colonica antica ed enorme. Al piano superiore Franz ci faceva feste e grigliate nel camino, di sotto si registrava , si ascoltavano dischi, si inventavano riffs e si litigava sugli arrangiamenti. A volte nel bel mezzo di una session Giulio si alzava di scatto, spegneva tutto ed esortava:” Basta, andiamo al Barrumba!”. Non c’era verso, si doveva andare al Barrumba e strafarsi di rhum fino al mattino per poi tornare a sentire ovattati dal filtro alcolico quello che si era fatto qualche ora prima. Fu al ritorno da una di queste serate completamente fradicio che registrai tutta d’un fiato “S. Quentin Penitentiary”, senza sapere cosa stessi quasi facendo. Se si ascolta attentamente quella traccia, anche il mio Hammond pare gracchiare come un fumatore accanito, minato dall’ulcera. Quella volta per un momento fui dell’idea che il metodo Giulio non era poi cosi’ male. Il 1996 -97, fu un anno decisivo per il cambiamento musicale, l’acid jazz aveva lasciato il posto alla drum&bass, alla jungle, e qualcosa si stava muovendo alla riscoperta delle sonorita’ dei nostri padri, il suono – carta da parati che aveva anche lambito un poco la nostra infanzia, la musica relegata alla sonorizzazione d’immagine, il ritmo soul grezzo afroamericano impastato con le orchestre della RAI, i temi all’organo di certe pubblicita’ del passato, le bossanova all’italiana di certi filmetti di second’ordine, i fiati incalzanti degli inseguimenti della polizia incazzata, i Moog di Barbapapa’, la Dolce vita scivolata negli anni cupi della decade dei settanta, I Piero Umiliani, I Piccioni, i Trovajoli, i dischi da cestone della Upim snobbati per anni , considerati immondizia melensa, divenivano perle da salvare, la nostra infanzia dai contorni sbiaditi stava per essere restaurata e incorniciata per sempre in un manifesto nuovo super cool e di tendenza.Tutto a dire il vero era ancora una volta partito da certe scelte discografiche londinesi con la compilazione di alcuni dischi fenomenali quali “Blow Up” o “Sound Spectrum” o la ristampa di un classico british , la colonna sonora “Get Carter” di Roy Budd . L’idea iniziale di confezionare un disco “acid jazz” frutto dei miei frequenti ascolti soul jazz e del mio sperpero in colonne sonore di matrice black, venne presto stravolta dalla lungimiranza di Giulio che stava fiutando un cambio di direzione abbastanza netto. Ci si doveva riappropriare della nostra italianita’, la stessa che si percepiva nel modo di riproporre la musica internazionale dai nostri musicisti del passato impegnati a fare cover di brani celebri, per intenderci. Un disco venne preso ad esempio, un disco oscuro del 1971 di Piero Umiliani e tornato a vivere grazie ad una ristampa dell’etichetta Right Tempo: “Today’s sound”. Ci sembrava che nulla fosse cosi’ moderno fino a quel punto. Eravamo di nuovo bambini, il Carosello, il jazz in bianco e nero di Lelio Luttazzi, i film di Sordi, le Alfa Romeo gt, le Ford Capri, i giocattoli tra le pagine di Topolino, i dischi in vinile, le paure e le gioie con un sapore diverso. Era il momento di non vergognarsi piu’ a costo di proporre musica “vecchia” e apparentemente poco appetibile. Eravamo in piena rinascita, la rinascita “Lounge”. Giulio mi presento’ un giorno Chicco Montefiori, un sassofonista molto attivo in Romagna, un vero orchestrale con la O maiuscola capace di passare dal funk al liscio al jazz con disinvoltura e maestria. Rimanevo impressionato da personaggi del genere. Li scrutavo come animali rari e speravo di rubarne l’essenza, quell’aura misteriosa che inseguivo e per la quale avevo sacrificato un lavoro che mi dava soldi. Il Tam Tam studio era una specie di bar in mezzo alla campagna, chiunque vi poteva accedere e lasciare un suo contributo. A volte passavano amici di Giulio che ascoltavano le registrazioni e dicevano la loro, a volte si cancellava tutto e si ricominciava perche’ piu’ di uno aveva mostrato perplessita’ per un suono o un arrangiamento. A volte io impazzivo e minacciavo di buttare tutto all’aria e di non pagare un centesimo, a volte era Giulio che scioperava per una nostra divergenza e portava la frustrazione al bancone del Barrumba tra rhum e chiacchiere con le belle bariste sempre disposte a sorridergli. Intanto arrivava l’estate e le idee sbocciavano come concimate da un fertilizzante portentoso. Il disco stava cominciando a prendere vita e stava contaminando i musicisti del circondario come un morbo a cui era piacevole abbandonarsi. Chicco Montefiori suono’ in “After pizza”, quella che sarebbe diventata la traccia tra le piu’ rappresentative di quella nuova fenomenologia italiana (perche’ fu soprattutto in Italia e Giappone che la cosa si sviluppo’), poi conobbi Enrico Farnedi, uno dei trombettisti piu’ dotati e pazzi del circondario, Chicco Capiozzo alla batteria, Chicco Mr. Canducci, il futuro batterista per i successivi otto anni di Sam Paglia, lo stesso Giulio al basso elettrico, Francesco “Fuzz” chitarrista dei Jestofunk, e una miriade di “passanti” che, chi con una voce, chi con una percussione, chi con un consiglio hanno contribuito al mio debutto discografico. Dopo nove mesi il disco era pronto. Il mio bimbo. Giulio aveva contribuito molto a non farlo diventare un disco banalmente acid jazz, ma lo trovavo comunque molto somigliante a me. Lo portai alla Irma Records e col disco la copertina disegnata da me. Il disco debutto dei Montefiori Cocktail “Raccolta n.1”era uscito da poco e stava raccogliendo consensi, il mio era un po’ meno commerciale ma l’idea piacque e alla fine venne stampato. Cominciava l’epoca Lounge e noi ne eravano gli interpreti assoluti. Era la fine del 1998. Ricordo Franz che al telefono mi fece ascoltare il mio disco, l’aveva appena comprato al centro commerciale. Un bel ricordo.
La nebbia gratis.
03.18
( da:Electric Happiness. Testo inedito originariamente sul brano omonimo)
Non sono qui per dar lezioni d’amore
non sono nessuna
forse me ne e’ rimasto anche poco di cuore.
Se nonché qualcosa ho imparato.
Si paga tutto.
Anche un solo istante di estasi a lungo cercato.
La nebbia e’ gratis, ce n’é per tutti,
ma di quella soltanto.
Anche il sorriso costa poco, ma si conceda ogni tanto
meglio di una parola, quasi un incanto.
Per capire l’amore, com’e’ dentro, non lo si può sezionare
come ad un esame di biologia.
Ma buttarsi senza paracadute , questo lo so, può far male.
L’atterraggio morbido, e’ pura fantasia.
E’ raro trovarlo, poi grande…
A volte e’ truccato da odio,
a volte semplicemente distante.
E’ un numero lungo imparato a memoria,
comporlo al telefono sembra gia’ una vittoria.
E’ fermare il tempo, consumare il momento
renderlo opaco dal gran godimento.
E’ scoprire se quello che siamo ci puo’ ancora stupire
o e’ soltanto un bambino che fa capricci prima di andare a dormire.
E’ un corpo diverso e ti piace lo stesso.
Mai ci avresti creduto, e’ il segreto del sesso.
Puo’ tornare la nebbia, quella e’ spietata.
Ti riempie la bocca, no, non e’ marmellata.
Sa di tempo fuggito,
un muro alto di ore.
Un retrogusto di sangue si spande dal cuore.
Scavalcarlo fa male, non te lo dice il dottore.
Lascia che sia, se n’e’ andato l’amore.
Una donna scimmia.(Electric Happiness)
03.18
E' una donna scimmia quella li'
che sfreccia tra la folla col GT
Lei che se ne infischia della buona educazione,
non rinuncia ai cereali di una sana colazione.
I soldi se li spende nei vestiti
per mandare in visibilio noi mariti
spende e spande come niente cifre anche da capogiro
Lei e' grande se si tratta di pigliarci solo in giro.
Ha lo sguardo di una donna un po' andalusa
se le cose vanno male fa le fusa.
Pochi sembrano i suoi anni, pare giovane non credi?
Qualsiasi cosa le succeda casca in piedi.
rit.
Ah che bella e'
la donna scimmia avvolta in sciarpa di Chanel
cosa non farei
per coltivare l'illusione di aver lei!
E' una donna scimmia ormai in carriera
grazie ai meriti e di questo ne va fiera.
Ha sedotto il capo ufficio col suo fare da gattina
sia gentile chiuda un occhio, tardo un poco la mattina.
Come ecologista e' patetica,
la pellicia lo specifica e' sintetica
tonnellate di mascara e fondotinta
di esser bella credo proprio faccia finta.
Falla ridere che poi nasce un sentimento
in un uomo cerca questo bel talento.
A Lei piacciono le mani e un bel sedere da tennista
e' concorde col sondaggio di un giornale femminista.
Divertirsi e' priorita' nella sua lista,
giovedi' dalla Tiziana c'e' una festa.
Esce un uomo tutto nudo da una scatola gigante,
quando quella ci si mette fa le cose proprio in grande.
Di far figli AHI AHI AHI non se ne parla.
"Ma ci pensi alla ciccia poi smaltirla?"
La Luciana dopo Thomas non s'e' piu' ripresa,
l'altro giorno l'ho incontrata a far la spesa.
rit.
E' una donna scimma questa qui,
si commuove con Sentieri alla tivvi'
e se per caso un mendicante porgesse a Lei la mano,
stai sicuro con disgusto se lo guarda in modo strano.
La guerra porta crisi, i guai son tanti
Poco male la boutique fara' gli sconti!
Mi permetto di acquistare una gonna a meta' prezzo
e' firmata, e' la mia taglia, l'ho addocchiata gia' da un pezzo!
A distanza un bel bambin vorrei addottare
l'ha colpito un gran disastro nucleare,
la coscienza e' cosi' a posto, posso farmene mio vanto
da sfoggiare con le amiche a lezione di bel canto.
Gli studi non ha potuto terminare
si e' trovata un po' costretta a lavorare
nell'ufficio della scimmia ce' un papiro incorniciato
di una laurea mai raggiunta, mette in mostra l'attestato.
rit.
B-movie heroes. Parte prima.
03.18
Il mio primo disco, uscito nel 1999, dieci anni fa. Ho cominciato a scriverlo prima di decidere che della musica ne avrei fatto un mestiere, un’esigenza fisiologica, uno svolazzare di idee sempre piu’ definite e pesanti per starsene in volo. Abitavo a Londra, a Ealing Broadway, a poche decine di metri dalla stazione , il capolinea della linea rossa, dopo girato l’angolo, passato il ristorante mongolo, il newsagent, la pizzeria italiana per finta con la cameriera di Rimini per davvero. Al secondo piano avevo portato un piano Fender Rhodes con casse amplificate, un esemplare raro, tutto in legno laccato nero.Mai ne rividi uno uguale e adesso che e’ nel salotto del mio amico Capiozzo , non me lo vuole rivendere neppure per il doppio di quello a cui gliel’ho venduto. Passavo i fine settimana a cercare dischi nella fiera dei collezionisti allestita nel capannone a fianco della chiesetta di Ealing, a lavare ed asciugare panni nella lavanderia a gettone, a godere dei classici della Metro Goldwin Mayer nel ciclo pomeridiano della BBC e a cercare nella lucida tastiera ad 88 tasti i temi polizieschi e le bossanove incastrate nella mia testolina. Preparavo sandwiches al tonno o scendevo al Kentucky Fried Chicken per portarmi via lo Zinger burger meal in super offerta con il corn on the cob sotto le tre sterline. Tornavo a buttare le mie dita unte a caccia di un accordo a cui pareva impossibile dare un nome, con la gioia di un bambino immerso nel suo giocattolone preferito. Poi mi tuffavo nella poltrona di velluto salmone col predellino poggiapiedi estraibile a garantir l’ozio domenicale. Prendevo anche lezioni serali di piano da un jazzista, ma il gusto di sbagliare da solo non riuscivo a cavarmelo. Accumulavo long playing accatastandoli sulla moquette esausta e passavo ore con Lalo Schifrin, Groove Holmes, Les Mc Cann o Johnny Pate. Avevo 23 anni e ventitre’ anni sembran pochi. La sera facevo il signore e portavo la ragazza in centro nel migliore ristorante cinese di Soho per l’anatra nei pancakes col cetriolo tagliato a listarelle per finire poi ubriachi di birra pechinese a spellarci le mani ad applaudire un concerto di Jimmy Smith all’Hammersmith Palace o al Dingwalls di Camden. Come un film di Woody Allen, di quelli autocelebrativi sulla sua bella Manhattan, senza gli Yellow cab, pero’. Una mattina mi venne in mente un tema, lo stavo sognando ed ero riuscito a prenderlo come una farfalla col retino. Cosa molto rara, solitamente certe cose funzionano solo in sogno. Colleziono grandi amori in formato sogno, ad esempio. Il brano lo chiamai B-movie heroes , pensando di dedicarlo a quel mondo misconosciuto delle sonorizzazioni funk del genere cinematografico in seguito piu’ omaggiato: l’immenso territorio dei B movies, fossero questi polizieschi all’italiana o prodotti del sottobosco afroamericano tipo Superfly o Shaft. Lavoravo ormai da un anno alla Amblimation, una delle ultime fabbriche di cartoni animati nel metodo tradizionale, quello cartaceo. Passavo la settimana chino a sfogliare migliaia di disegni e a temperare centinaia di matite nel temperamatite elettrico. Il mio amico Andrea mi aveva venduto una macchina del caffe’ della Gaggia, e il quartiere italiano si era magicamente ritrovato in quella avenue di tavoli inclinati per gustare l’espresso di Pagliarani. Io, Luca, il Pacciarella detto “Mejo de la cacca” per il suo romanesco entusiasmo su qualsiasi cosa, Andrea, Manuela , Valentina e qualche spagnolo accomunato a noi per la passione del Kimbo.Cominciavo un po’ a sbattermene del lavoro e i capi reparto, dietro le loro poltrone ergonomiche in pelle pregiata, un po’ per il profumo di quell’oro nero tostato diffuso per tutta la lunghezza degli studios, un po’ per il mio bighellonare sconclusionato, cominciavano ad annotare a penna rossa la mia personalita’ poco conforme al lavoro e i sintomi ai loro occhi insopportabili, di quella nuova primavera dell’anima in nessun modo scongiurabile ne’ arginabile. Osservavo dalla finestra del bagno dell’Amblin il sole del tardo pomeriggio farsi avaro sulle capocchie di mattoni di quella cittadina chiamata Acton e pensavo al mio nuovo organo Hammond appena comprato e spedito con un corriere all’indirizzo della casa dei miei, nella campagna romagnola a ridosso del mare. Mi dovevo licenziare, a costo di rimpiangere il pop corn del cinema Prince Charles e le proiezioni di dopo mezzanotte dei film di Jackie Chan. B-movie Heroes comincio’ a Londra e si sviluppo’ in Italia, nel mio garage dove avevo infilato il mio primo C3, un Wurlitzer e il Rhodes Ci si trovava io, Bob Dusi e Chicco Capiozzo per le prime rudimentali registrazioni. Mio fratello appena quattordicenne, ci scrutava curioso in un misto di ammirazione ed invidia. Chicco, appena diciottenne, era gia’ un fenomeno alla batteria e anche Bob era davvero bravo. Io ero quello scarso, conoscevo ancora poco l’Hammond e mi muovevo con l’istinto di un animale che segue delle tracce sulla neve. Non avevo ancora deciso la stesura del disco e gia’ mi preoccupavo a disegnare le bozze della copertina. Non sapevo ancora tanto di musica e gia’ mi preoccupavo di incidere un disco, piuttosto. Avevo una bella idea e sentivo che premeva per venir partorita, ma la cosa non fu immediata. Nel settembre del 1995, il 19 per la precisione feci il mio primo live. Avevo implorato il mio amico Franz di inserirci nella programmazione del suo bar, lo Sloppy Joe’s , anche se era molto titubante. Perche’ doveva proprio essere lui a darci la prima possibilita’? Quando vide arrivare il mio Hammond caricato sul camion – frigo del mio amico Terra, penso’ che dopotutto quel catafalco valvolare avrebbe portato nel suo bar qualche curioso in piu’, come fosse un esemplare di rinoceronte senza una zampa allo zoo comunale, e si disse d’accordo a pagarci una cifra, vista l’inesperienza nostra, umiliante. Ero eccitatissimo, spesso e volentieri chiudevo i pezzi a casaccio senza seguire stesura e senza preavviso, quasi un futurista. Sorvolando sulla qualita’ di quel debutto, cominciai a darci dentro seriamente, affrontando l’inverno caricando legna nella stufetta del mio rifugio e dormendo praticamente in un sacco a pelo di fianco al mio strumento. B-movie cresceva e del film si srotolava la pellicola, tutto nella mia testa. Fumavo Chesterfield e facevo incazzare mio padre lasciando cicche ovunque. Si erano vantati coi vicini bifolchi che io ero una star del cinema d’animazione, e adesso ero li’ nel garage con quel cazzo di organo rumorosissimo.Una vergogna, una macchia indelebile. Franz nel frattempo, oltre al bar, aveva cominciato a ristrutturare una vecchia casa colonica in campagna con l’idea di costruirci dentro uno studio di registrazione assieme ad alcuni amici appassionati di Rolling Stones, Otis Redding e Sly & Family Stone. Una sera capitai li’ per caso mentre cercavano di suonare “Use me” di Bill Withers. Mi misi al piano elettrico e il bassista mi disse che dovevo fare un disco, li da loro. Al piu’ presto. Stavo lentamente scivolando in un tunnell dove la luce era un puntino lontano, ma non lo sapevo.
Padroni di nulla.
03.10
Cosi’ si arriva alla fine della corsa, senza premio, anche se si era gli unici a partecipare alla gara. La stessa corsa tutti i giorni, lo stesso risultato. Ci si guarda attorno , se si sta ben attenti, pero’, di bellezza ce n’e’ ancora. Io colleziono tramonti, ad esempio. Ho provato a fotografarli, ma e’ inutile. La vita allo stato puro non si trattiene . Ne ho tanti nel cuore, pero’. Alcuni sono carichi di fuoco e fondono il cielo tra l’azzurro e l’arancio senza che si scopra dove finisca l’uno, dove cominci l’altro. Fermo la macchina e tengo la radio al minimo. Sono nel drive-in piu’ spazioso del pianeta e guardo il mio film preferito senza pop corn. E’ questione di pochi attimi, la luce cambia velocemente, l’eterna bellezza si concede per poco e torna a velarsi di tinte normali, il sole si ritira e resta un senso di abbandono. Le macchine che prima ignoravo sono tornate a sfrecciare sulla statale, brutte e grigie ma confortevoli piu’ della mia.
Pensavo che fosse mio, l’ultimo tramonto in Cinemascope di cui ho appena goduto, ma mi ritrovo povero, padrone di nulla. Cerco la registrazione della mia emozione , ma la memoria e’ imprecisa e non ripete il miracolo. Padrone di nulla, solo del vuoto. Il vuoto ci appartiene sempre. E’ l’ombra che riusciamo a proiettare anche nel buio. Padrone di nulla, solo della mia paura che ogni giorno si trasforma e si mantiene allenata tra i rovi spinosi dell’esistenza. Mai che si plachi la paura. Anche il bello mi fa paura. Paura che finisca, che scopra la sua anima metallica, l’impagliatura dell’imbalsamazione. Non sono padrone di nulla, ancor meno delle cose che sono mie per contratto. Non possiedo nemmeno l’idea di quello che sono io agli occhi degli altri, non sono padrone di nulla, neanche del consenso, neppure degli sputi. Il mio corpo in balia degli eventi e’ un vestito in prova. Le mani, la pancia, il collo, la pelle, non mi appartengono. La paura di averceli contro, mi appartiene, l’idea di un loro ammutinamento mi spaventa. Padrone dell’ansia e dell’attimo che scivola via. Padrone di un pensiero scomodo che non si rivela per rimanere eterno. Padrone della vita, una moneta preziosa in un paese dove quella non e’ valuta corrente.
L’abbattimento del mio Eden.
03.09
L’Eden, il mio cinema.
Un pezzetto della mia infanzia. Un cumulo di macerie che per un attimo mi lasciano senza fiato.
Ci passavo davanti quasi tutti i giorni, come allo specchio. I pensieri ogni volta si innescavano come un disco gettonatissimo al juke boxe del bar, fino allo sfrigolio del solco consumato. Il disco della memoria che suona sempre la stessa canzone e mi rapisce d’incanto come un odore, come una brezza di primavera che riporta indietro la vita rapita dai ghiacci del presente.
L’ultima volta che c’ero entrato dentro, era il giorno di Natale, col mio bimbo che mi assomiglia tanto ma visto li dentro in quel contesto immutato, e’ la mia fotocopia datata 1978. Erano anni che non ci mettevo piede, e con mia gioia avevo sperimentato un giramento di testa da emozione inaspettata. Complice l’odore di muffe e il pavimento in legno macchiato di gomme da masticare fossilizzate, le poltroncine in legno accatastate in fila su di un lato del vecchio teatro, le decorazioni a rombi sui muri laterali.
Era come passare davanti ad un caro amico, anziano e sempre uguale a se stesso, una costruzione vagamente deco col grande portone a vetri a due ante e la scritta in tubo viola al neon in corsivo: “Eden”.
La festa di carnevale sgangherata del 1982, i film pomeridiani dell’ estate afosa del 1984, Il murales dipinto da me e dalla mia amica del cuore Tania, le rappresentazioni delle compagnie teatrali improvvisate da dilettanti allo sbaraglio degne dell’avanspettacolo di bassa lega degli anni 50’ in stile Sandy Baylor di “Un americano a Roma”.
Tutto frantumato da una ruspa in una mattinata. M’ha preso un groppo alla gola. Il cinema che avrei voluto riportare in vita se avessi avuto abbastanza soldi da non preoccuparmi di doverci guadagnare. L’avrei voluto per me. Avrei costruito lo stesso bar identico con bancone in alluminio, la vetrata in mosaico di specchio, la mensola delle bibite, le gazzose, i pacchetti di patatine infilati nel lungo spillone metallico, le bustine coi pistacchi chiuse a mano con un colpo di cucitrice, la grande porta insonorizzata verde pistacchio che ci separava dal buio magico e dall’odore dei nostri simili seduti a srotolare liquerizie e a ridere all’unisono in un boato spaventoso e caldo.
L’odore degli ammorbidenti dei loden appoggiati allo schienale delle poltroncine in legno, l’odore di piedi dei cornetti di mais al formaggio, il suono dei semi di zucca schiusi tra gli incisivi voraci.
Avrei ricostruito il segreto della felicita’ primitiva, quella che allunga il tempo come un elastico e poco importa se fuori piove come se fosse il giudizio universale. Il cinema Eden era la domenica invernale fatta di luce quando si entrava e buio e lampioncini gialli all’uscita. Le 127, le Simca , le Mini nel parcheggio fuori ad aspettar i bambini ancora drogati dalla gioia dei cazzotti dispensati con generosita’ da Bud Spencer e socio.
Eccolo li’ il mio Eden, ultimo rifugio dei miei sogni di bambino, il mistero della cabina di proiezione e l’operatore fantasma che nessuno ha mai visto. Il bagno piastrellato di mattonelle bianche , le porte a spinta da saloon , la scomodissima turca e i rubinetti anni trenta. Alla fine del primo tempo di “Anche gli angeli mangiano fagioli”, il capostipite della saga degli spaghetti-gangsters, si andava al bar a fare razzia di gazzose e il film era anche li’, continuava davanti a quel bancone retro’. Immaginavo di svaligiare la cassa di tutte le azzurre banconote da cinquecento lire imbracciando un Thompson e di scappare su di una Fort modello T.
Ci andavo coi miei cugini Gianni e Lele, adesso due uomini giganti, ma buoni d’animo come allora.
Rimango in piedi sulla sponda del canale incredulo davanti a quel vuoto accanto alla chiesa di S. Giacomo, una gengiva violentata e privata di un dente ancora sano. Perche’ non me l’hanno detto? Non si puo’ fare cosi’, dal giorno alla notte, mutilarmi di un pezzo di cuore senza il tempo di un saluto, un rituale, un pensiero. Davanti a me per caso , sulla sponda opposta del canale vedo la Tania portare a passeggio il cane. Se fosse passato in quel momento Micheal Jackson camminando all’indietro a passo di moonwalk, sarebbe stato meno stupefacente. Davvero un caso fortuito.
Ero innamoratissimo di lei, l’ho conosciuta proprio dentro quel teatro durante la sgangherata festa di carnevale dell’82, lei e la gemella Giorgia festite da fantasmi con un lenzuolo bucato. Per non correre il rischio di confondermele, mi ero innamorato di entrambe.Sono un pratico , io. Poi per la legge che sfugge alla logica, preferii lei, quella che mi evitava, quella sempre incazzosa. Avevamo dipinto assieme quel murales sul fianco del cinema, quello che dava sul cortile della canonica. Una nostra versione della “Collina di conigli”. Un pomeriggio di luglio, forse del 1984, mentre i ragazzini della parrocchia erano andati a prendersi a secchiate al mare col parroco, lei aveva deciso di rimanere a darmi una mano. Io ero felice, di una felicita’ ebete, sulla scala imbrattata di vernice mentre mi passava i bidoncini del colore. Tutt’attorno il silenzio della pigrizia post prandiale e il caldo appiccicoso. Non ho piu’ rivisto quel murales da quando cancello e lucchetto hanno delimitato come proprieta’ privata il cortile di nostro Signore. Non lo rivedro’ mai piu’.
Le faccio un fischio. La Tania e’ al telefono ma butta giu’ e allarga la bocca in un gran sorriso.Siamo cambiati molto, la scaletta di legno non reggerebbe alla nostra mole odierna.
“Hai visto?”, le dico io, “Hanno demolito la nostra infanzia.”
Immagino un geometra nella sua giacca di velluto con le toppe sui gomiti radical-chic e Toscanello tra i denti dirigere i lavori. Sicuramente uno dei soliti catto-comunisti, amante di Chet Baker, gonfio di soldi e sostenitore accanito dei diritti del popolo palestinese, con la BMW sotto il culo e l’agendina di Emergency. Fosse anche un genio, gli deve prendere un colpo.
“Non possiamo cambiare il corso del tempo, ahime’ le cose cambiano!” Mi dice Tania.
Non faccio tempo a dirle di quel murales che ci ripenso…chissa’ se se lo ricorda? Meglio evitare sentimentalismi, forse.
“ Prima che lo demolissero ho fatto le foto al murales, Sam!” Mi urla.
“Davvero?”
“Te le mando via E-mail!”
Sono felicemente sorpreso. Un quarto di secolo rischia di apparire piu’ lungo di una vita, se le persone non comunicano quello che rimane sospeso nel cuore. Ho sempre pensato di non aver occupato un posto speciale nei suoi pensieri di ragazzina.
Quel pomeriggio invece, in mezzo al silenzio afoso, c’era anche lei.