Archive for gennaio, 2009

Cartolina da Matera.


2009
01.04

Vederla vestita con l’inverno, Matera non e’ meno bella.
“Ti ricordi che caldo faceva, Simo?”
Faccio a mio fratello pensando alla nostra prima discesa all’inizio dell’estate.
Arriviamo a pomeriggio inoltrato con zio David stretto nella sua casacca della marina russa, saltato sul furgone ad Altamura dopo i convenevoli con la sua famiglia e la rituale visita al suo studio privato dove psichedelia e modernariato si contendono la polvere e i nostri occhi di meraviglia. Bob non credeva che zio David potesse essere tanto spinto nella sua discesa verso gli inferi del vintage. Il museo si apre davanti a noi in un odore di bachelite e componentistica elettronica tostata. Le figure sacre si mischiano a organi Vox e a scatoloni di dischi. Sul piatto gira un long playing dei Caravan. Zio David prende le solite medicine effervescenti per il suo mal di testa tenace e ci invita a fare tavolata a Matera da Giuseppe, per tutti noi semplicemente l’Oste. Ha ragione il nostro Zio, l’Oste sembra uscito da un fumetto di Alan Ford.
Siamo reduci da una serata a Foggia, una follia, un girone dantesco. Dieci anni fa certe serate mi scivolavano via senza lasciare traccia. Matera al confronto e’ la mia beauty farm.
Matera con i suoi sassi che prendono in ostaggio il tempo.
L’Oste ci aspetta con la sua faccia tonda colorata dal vino e le sue melanzane affogate nell’olio. Seduto in un minuscolo tavolo nell’angolino vicino, da le direttive a due giovanissime cuoche mentre legge nervosamente il suo ultimo Tex fresco di edicola. Guardo il soffitto alto di quella stanza unica piastrellata di bianco coi due lunghi tavoli e il vapore dei fuochi della cucina.Una cattedrale di sapori e pensieri leggeri.
Bello essere qua e mangiare di gusto.
Ad un certo punto si spostano tutti fuori a godere di una sigaretta. Me ne fumo una anch’io, l’ultima l’ho fumata qua a maggio. Cosi’ rara e inaspettatamente contro la mia coerenza, sa di peccato e rimane piu’ nel cuore che nei polmoni. Poi amari, caffe’, grappe, frittelle dolci e ancora formaggio stagionato appena comprato dallo Zio psichedelico che ci obbliga ad assaggiarne una fetta.
L’appartamento scelto per noi artisti e’ scavato nella pancia di una parete di tufo, una sciccheria.
Bob e mio fratello provano a schiacciare un pisolino mentre io mi concedo una rara puntata del Cosby Show su di un canale televisivo lucano. Mangio fichi secchi mentre tendendo l’orecchio alle minuscole casse dell’impianto televisivo, cerco di cogliere del telefilm il commento funk di Quincy Jones infarcito di Clavinet e percussioni. Basta poco per farmi felice.
Il club e’ a pochi passi, si chiama Keiv e non passa inosservato. I gestori sono due persone grandiose, di una gentilezza spiazzante, Franco e Mino. Zio David cura il dj set e ci tiene parecchio che stasera si muovano i suoi fedelissimi da Bari, Altamura, Pisticci, Barletta. Sapere che ci saranno i fratelli Pagani mi conforta, con loro parlo di macchine americane e mi danno dritte per salvare la Tanus dalla minaccia della ruggine. Non sanno che l’unica vera minaccia per la mia vecchia, sono io soltanto.
Ormai e’ notte. Il freddo avvolge il paese illuminato come un presepe. Io, Simo e Bob come re magi del soul. Siamo in forma non c’e’ dubbio.
La musica finisce alle cinque. Il maestro Don Pupi, veterano di bossanove e piano barista incontrastato al soldo dei cinquestelle piu’ esclusivi del meridione, ha percorso cento chilometri a tavoletta per venirci a trovare e mettere le mani sul mio Hammond esausto. Ci racconta la sua vita, le Porches a nolo, le donne rubate ai potenti a suon di standards, i regolamenti di conti, le bottiglie e il lusso, il repertorio sterminato tenuto a memoria, la famiglia e lo stile alla Ugo Tognazzi che gli invidio. Franco mette in tavola un piatto a testa di formaggi , sottaceti e affettati e il rosso torna a tingere le labbra e i denti scoperti nei sorrisi. Sono le sei e non facciamo una piega.
Penso che non vorrei essere altrove, sento il presente comodo come un vestito di sartoria. Sebbene ci si scortichi la schiena a fare sto lavoro muovendosi nella giungla maledetta delle autostrade e rubando ore al sonno per darle in pasto alla vita, non potrei mai condurre una vita normale scandita da un lavoro normale.
Dovrei essere perlomeno normale.