Mi aspetto poco dal giorno di Natale.
Guai a non avere il bicarbonato nella dispensa, quello e’ fondamentale.
Mi ritrovo strafatto di Baileys a ciondolare sul divano, la tivu’ spenta e una compilation natalizia di Tony nello stereo con le sue versioni soul jazz di classici natalizi. Tony e’ un mio amico DJ di Treviso, ma per arrotondare si e’ trovato un lavoro in Kazakhstan, roba di petrolio. Da Qualche anno, puntuale come la Svizzera , giunge nella buchetta della posta la mia benedetta compilation natalizia da lui forgiata. Senza il disco di Tony non e’ Natale compiuto e Gesu’ non nasce. La signora di casa ha accolto entusiasta il suo parentato britannico e dimostrera’ cucinando un menu’ ciclopico che la sua permanenza italiana, oltre al lusso di vivere al fianco di un genio della pigrizia, ha avuto in lei effetti positivi. Lascio alla signora il compito di sfornare, impastare, guarnire e rigirare mestoli. Contribuisco in modo illustre portando alla vita un tegame di besciamella, unico mistero o quasi di cui io soltanto in casa sono depositario. Quando la signora riuscira’ a rubarmi la preziosa conoscenza della vellutata crema, potra’ dirsi pronta a lasciarmi e a mettere fuori dalla porta gli scatoloni coi miei dischi e i pistacchi.
Il Natale mi ovatta la testa di spiriti e grassi, mandarini e frutta secca.
Vorrei abbracciare tutti gli amici come in un film di Frank Capra e limonare contemporaneamente con tutte le mie amichette smarrite tra le pieghe del tempo. Sono carico d’amore e trigliceridi.
Scarto i regali sperando di trovare una mitraglietta UZI e munizioni, ho voglia di entrare prepotentemente nella cronaca e magari guadagnarci una puntata tutta per me in seconda serata nel programma di Lucarelli. Ho gia’ preparato la mia sagoma in gigantografia da sistemare alle sue spalle. Sarebbe un buon lancio pubblicitario per l’uscita del disco a febbraio, meglio che averci Vincenzo Mollica come amico.
Scopro tra carta e nastri carminio un dopobarba e cerco di immaginarmi una strage a colpi di Denim al mentolo. Addio televisione.
Il torrone ha sempre lo stesso sapore e aprire il pandoro non mi emoziona piu’ di tanto, ora che con il cartone non ha piu’ senso costruirci un casco spaziale. Non ha senso neppure per mio figlio che corre dietro al cuginetto che, stretto tra le mani il suo Nintendo DS, promette di non farlo giocare.
A pomeriggio inoltrato decido di rapire il mio piccolo e strapparlo dalla melma del dopo pranzo simile ad un coma profondo che ha la voce di Frank Sinatra.
Lo porto a Cesenatico, sotto la pioggia, a paseggio tra le coppie imbacuccate e sbronze.
Nel vecchio cinema parrocchiale, il glorioso cinema Eden della mia infanzia c’e’ una sgangherata pesca di beneficenza organizzata dalle bruttine stagionate senza marito e con tanta voglia di Gesu’.
Entro e per poco non svengo. Il teatrino e’ rimasto lo stesso, lo stesso odore di festa di carnevale del 1982 in cui mi presentai tra i miei coetanei vestito da Al Capone. Ero avanti un casino.
I premi sono osceni e incellofanati come fiori da morto da posare sul guardrail: scarti di merceria, scatole di fagioli, figure sacre in pasta di gesso e centrini di pizzo confezionati da qualche vecchina con tanto tempo libero, sebbene poco.
Mio figlio si diverte come un matto, infila la mano nella grande giara di vetro a caccia del bigliettino col numero vincente.
Io sono perso nei ricordi di quel cinemino, le domeniche pomeriggio piovose e senza scampo con Bud Spencer come questo giorno di Natale. Solo che oggi Bud Spencer non c’e’.
Mi arriva un messaggio di Bob: “TU CSA FAI DI BLLO ? IO NN NE PSSO PIU’”.
Non ho il coraggio di rispondergli.
Mancano 365 giorni a Natale.
Archive for dicembre, 2008
Natale, what else?
12.26
In silenzio.
12.22
In silenzio penso.
Penso tanto, quasi fino a farmi sentire dal vicinato. Il ronzio sinistro di una mosca chiusa in un barattolo di vetro. Poi penso che e’ meglio non pensare, anche se per arrivare a questa conclusione non posso esimermi dal dover pensare. Immagino la mia vita come sarebbe se fosse come quella del mio cane, ogni desiderio una conquista e via. Ma forse pensa anche lui, alla pioggia schifosa che batte sul legno, al tempo che passa e alle corse che si faceva lungo il campo con mio padre e mio fratello prima di ridursi come una salsiccia enorme senza fiato.
Si dice che l’anno prossimo saranno cavoli amari. Si tornera’ alla paraffina, alle alici sotto sale nel cartoccio, alle sigarette sfuse e ai centesimi. Nella dispensa accumulo legumi secchi per ogni evenienza. Intanto cerco di finire questo 2008 suonando e stando per strada il piu’ possibile con gli unici miei simili coi quali possa permettermi di essere me stesso senza perdere la loro stima, i musicisti che mi accompagnano, che scrutano la mia ansia da prestazione, che accettano la farsa del mio ego ingombrante.
Sogno l’amore come se avesse un sapore preciso. Sapere di non trovarlo cosi’ come lo cerco ora, mi rassicura in fondo, mi prepara al peggio. La sua assenza mi da la giusta spinta a sopportare le punture della vita con un sorriso.
Avrei dovuto vivere un po’ meno, chiedere un po’ meno e prendermi di piu’, dormire piu’ ore, rubare piu’ idee, scavalcare l’etica e ingozzarmi, picchiare pugni. La testa pare soffrire la pressione dei miei pensieri che si trovano senza sfogo a rincorrersi in un balletto sempre uguale a se stesso.
Mi fermo e aspetto, in silenzio. Aspetto che la nuvola di amici dissolta come pioggia al sole si ricomponga e si metta in cerca di me. Aspetto di essere indispensabile, irrinunciabile, fondamentale. Non mi muovo dal pantano esistenziale.
Aspetto che le cose si spostino verso di me, perche’ io di correre appresso a cio’ che nel mio cuore e’ gia’ mio da un pezzo, son stanco.
In silenzio rallento il fiato e i consumi. I desideri si ridimensionano e i sogni prendono in prestito la realta’ fino ad assomiglirvi.
Le donne sensuali mi danno alla testa. Mi piace scoprirla la dove par non esserci, la sensualita’. Un modo di camminare, l’inclinazione della testa, la forma degli occhi,una bolla impercettibile di saliva che nasce e muore in un secondo tra lo schiudersi di due labbra carnose, il silenzio di uno sguardo che aspetta risposta, il modo di dire una cosa facendo finta di non voler dare troppo peso a quelle parole che invece si appiccicano addosso come caucciu’ e tolgono il sonno.
Non c’e’ antidoto per sconfiggere la forza di questa meraviglia che si sopporta spesso in silenzio e che ci sbuccia gli anni di dosso come fossimo una cipolla con al centro il fuoco immutato della giovinezza.
Guardo pupille come fossi un trapano dentro un dente da curare. Vi cerco l’anima, la paura, la parte piu’ spericolata, la tara, la vertigine, la scossa, il segreto.
Fiuto la debolezza come un lupo, e come un lupo azzanno la vita che vi risiede, accucciata e smarrita. Piccoli morsi. Assaggio il baratro con parsimonia.
In silenzio mi guardo attorno e cerco un bar dove il caffe’ sia servito in tazzine bollenti.
In silenzio compro pezzi di ricambio su Ebay per la mia Taunus e sogno di riassemblare una Cadillac immortale e immorale da guidare da Chioggia, a Modena, da Vieste, a Grosseto. Dovrei approfittarne col petrolio a 33$ al barile.
In silenzio cerco su Face Book la mia amica Elena baciata nell’estate del 1988.
In silenzio cammino in un cimitero di foto chiamato Face Book, dove tutto e’ morto e parla al passato e l’amicizia non ha la forza di una stretta di mano o di un silenzio condiviso.
Il mio amico Francesco mi dice che la in mezzo c’e’ anche Barbara, il mio grande amore e dolore di gioventu’. Riesco a rispettare solo chi mi ha fatto piangere. Non la cerchero’ perche’ e’ gia’ nel mio cuore e ci stara’ per sempre con la pelle liscia del liceo e i capelli dai riflessi rossicci.
Spengo il computer e gioco a Scarabeo con mio figlio. La lettera Q vale dieci punti, ma ci si fa poco senza la lettera U al suo fianco. Mi chiedo se io sia quella lettera e cosa o chi sia l’equivalente della U , che par mancare sempre.
In silenzio lavo i denti e ripenso ai consigli della dentista gentile coi suoi movimenti precisi di spazzolino sulle mie gengive a scopo dimostrativo. Sensuale ma distaccata.
In silenzio penso di essere in pari con tutto. Quasi.
Mancano tre giorni a natale.
Dicembre.
12.14
Eccolo qua dicembre, e non ho neanche la macchina per godermi le luci gialle squassate dalla pioggia da qui a Santarcangelo.
E’ rimasta solo una taverna all’altezza della mia malinconia perforante come ulcera e so che Max potra’ cucinarmi uno spaghetto alla carbonara anche se sono le tre.
Bob dice che sta a casa. Poi la noia lo mette davanti ad un bivio: sprofondare in un sonno che sa di disfatta o superare la pigrizia di infilarsi il cappottone e scendere nel parcheggio a prendere la macchina. Confido in Bob, negli ultimi anni e’ stato sorprendente. E’ l’unico chitarrista che conosco che suoni sempre di cuore.
Giro in tondo nella mia citta’ fantasma, Il nuovo orologio del municipio ha le ore illuminate e sembra uscito da Metropolis.
L’acqua nel canale e’ nera e le luci ci si allungano dentro e si spezzano per una ragione tutta loro.
Se fossi morto vagherei come faccio adesso, senza una precisa idea di dove andare finire o sedermi. Mi vien da pensare che sia morto gia’ da un pezzo.
La grande crisi ci intrappola le idee come prigionieri di una gelatina enorme e trasparente.
Le vetrine sono ricche di cioccolato e nastri dorati. Avevano promesso il lusso a tutti, come se tutti potessero giocare a basket e infilare la palla nel cesto da centro campo. Adesso ci si lamenta, come se improvvisamente ci si fosse scoperti con gambe troppo corte per saltare.
A me importa solo di riportare la mia Ford a casa con un motore nuovo, senza gioco nello sterzo, riverniciata e lucidata, con gli interni ricuciti. Voglio andare al mare con lei e sull’ Appennino.
Potrei dipingere, non lo faro’.
Potrei scrivere poesie, non lo faro’. Potrei cercare vecchi compagni di scuola su Face Book per scoprire attraverso la loro, la mia, di vecchiaia.
Non lo faro’.
Potrei ascoltare Franz che da consigli per come non rischiare troppo, qualsiasi sia la specialita’ della vita si scelga di approfondire.
Non lo faro’. Invecchiare senza cicatrici mi terrorizza.
Eccolo qua dicembre e i panettoni hanno l’anima morbida di creme al whisky. Dovrei riprendere a farcirmi anch’io di whisky, la vita sana mi ha rotto le palle.
Eccolo qua dicembre e i televisori promettono alta definizione in schermo ultrapiatto. La definizione della fiction televisiva e’ inversamente proporzionale alla vita. Di la’ tutto diventa nitido, i suoni fedeli e rinvigoriti dal Dolby Surround, di qua tutto pare sgranarsi e assumere toni di grigio, divenire sordo e ovattato dal vuoto.
La frutta secca mi tiene compagnia. La frutta secca e qualche film. Ma la frutta secca in particolar modo.
Mancano dieci giorni a natale.
La telefonata.
12.04
E’ un pomeriggio piovoso.
Ho finito i pistacchi e mi si e’ inceppato il disco nel dvd player. Per fortuna si trattava di un film muto. Se avessi una corda robusta mi attaccherei al lampadario. Se avessi un lampadario. Ho montato le plafoniere apposta. Sono quei giorni cosi’.
Mi appoggio al divano e simulo l’infarto. L’ eta’ e’ quella giusta e il cuor mio deve averne ormai abbastanza tra vita sedentaria, musica jazz e pancetta in graticola. Niente, non viene. Mi sento il polso. Niente, regolare. Sara’ merito della mia guida sportiva, lo sport che pratico regolarmente.
Sono solo in casa e l’assenza di pistacchi mi spinge a cercare altri piaceri.
Prendo a sfogliare l’agenda coi numeri delle donne piu’ care dei miei ultimi trent’anni. Sono tutti numeri di casa, numeri appuntati con fervore negli anni ottanta con la penna biro. E se non mi risponde LEI? Che faccio parlo con mamma e chiedo come sta la figlia? Devo arrendermi. Saranno tutte sposate ormai. Le immagino col carrello della spesa, la Multipla beige e il paese dei Gormiti grande come il Molise per il natale del loro bimbo.
Accendo la tv e cerco un canale tra i cento memorizzati che programmi un film porno alle tre del pomeriggio. Negli anni ottanta capitava che Telemare38 facesse partire inavvertitamente un pornaccio al posto di un film con De Funes, incurante dei suoi giovani fruitori pomeridiani sbalorditi tra the’ al limone e Granturchese. Nulla, niente pornaccio, soltanto uno speciale su Mussolini su TelePace. A pensarci gli anni ottanta non erano poi cosi’ male.
Apro il frigo e scarto una sottiletta Kraft, l’arrotolo e fingo di fumarmela. Ecco, l’unica cosa bella che accompagnava ste giornate di piombo, erano le sigarette. Ho smesso pero’, terrorizzato dalla leggenda delle dita gialle. Ma veramente succede che le dita diventano gialle?
Potrei fare qualcosa di utile, radermi la barba per esempio. Me lo diceva mio padre, quando mi scopriva bambino nel bagno a farmi la barba per finta: “Adesso ti diverti con tutto quel sapone, vedrai poi che rottura di scatole!”
E’ vero. Terro’ la barba finche’ non cadra’ da sola.
Se avessi un amico lo chiamerei. Li ho traditi tutti, per trenta pistacchi.
Se non avessi la Taunus dal meccanico la testerei sotto pioggia coi suoi pneumatici lisci. Mi filmerei, mi schianterei per la gioia di youtube. Lo intitolerei “Idiot in vintage car crash”. Per la fama questo ed altro. Non ho neppure la macchina di mia moglie, se l’e’ presa su per andare a yoga. Potrei fare yoga. No.
Potrei giocare a dama con mio figlio. No.
Mio figlio e’ andato al corso di kamikaze nel nuovo centro polivalente e quando tornera’ sara’ a pezzi.
Mi siedo e guardo il soffitto, l’ho gia’ fatto altre volte. Se mi addormento subito bene, senno’ comincio a piangere, mi masturbo e poi mi addormento. Ho appena finito di piangere e sto passando al pezzo forte. Squilla il telefono. Quello che parla e’ un tale Gianmaria. Non lo conosco. Ha sicuramente sbagliato numero ma sembra disperato e non voglio deluderlo.
“Pronto? Sono io, Gianmaria!”
“….”
“Pronto?…Sono Gianmaria..Gianma!”
“Ciao…Gianma…dimmi,che c’hai?”
“Un macello…Erica”
“Erica!…Ancora…sta storia?”
“Non dirmelo…che t’avevo detto l’ultima volta…che t’avevo detto?”
“Mh…e lei dov’e'?”
“E dove vuoi che sia? Te l’ho detto no?”
“E’ tornata la’?”
“La dove?”
“No dico….ma perche’ ti ostini…perche’?”
“Macche’….”
“No, secondo me un po’…un po’ ti ostini dai!”
“Poco…”
“Seee, poco! Ma ti capisco, mi ostinerei anch’io se…”
“Se cosa? Perche’ non c’eri anche tu quel giorno a Fucecchio quando mi ha preso a sassate?”
“A Fucecchio?”
“Eravamo da tua madre per il suo compleanno, no?”
“Si…mamma.. allora?”
“Ma…Lascia perdere Fucecchio! Guarda io sono stanco, non ho voglia neppure piu’ di parlare di lei.”
“Massi’ non pensarci…”
“Non pensarci? Ma io mi ammazzo, te lo giuro che lo faccio!”
“….si?”
“Io…io la faccio finita Paolo!”
“Ma non pensi a…”
“A chi? A cosa? Ai debiti di gioco? Alle rate della macchina? Alla malattia che non mi da tregua? A quella puttana di Erica?”
“In effetti…”
“Io la faccio finita…”
“Ma..come?”
“Ho una pistola.”
“Ce l’hai li’ con te?”
“Ce l’ho qui Paolo..io non ce la faccio piu’!”
“Ma stai piangendo…”
“Si …sei l’unico amico…che ho..”
“Beh amico…proprio sto amico…una botta ad Erica gliel’ho data anch’io!”
“Scusa?”
“Dicevo..una botta ad Erica gliel’ho data anch’io. Roba di pochi minuti…nel bagno di casa tua…cosi’..”
” Scusa?”
“No, scusa te, mi suonano alla porta..Ti chiamo piu’ tardi. Ciao!”
Stacco il telefono, non ci sono per nessuno. Improvvisamente il cielo si apre. Ha smesso di piovere. Alcuni raggi di sole irradiano le foglie gialle e rosse degli alberi lungo il vialetto che portano al mio portone. Pura poesia. Il dvd player ha ripreso a leggere il disco. La depressione pare sfumare come fumo al vento.
Sono le quattro. Potrei cucinare una torta di mele per quando tornano i miei. No, non li voglio abituare al lusso.
Basta un raggio di sole e le cose come per miracolo sembrano piu’ belle. Basta davvero poco.
Ma che razza di nome e’ Gianmaria?
Chi sara’ poi sto Paolo?
Vinicio.
12.04
Qualche riga gliela devo dedicare a questo mostro nazionale. Ha insegnato a tutti come si sta sul palco. A me sicuramente.
In fondo gli voglio bene, anche se pare lui incarni una sorta di Scrooge avaro di sentimenti e se ne stia rintanato nel mito dell’oscurita’.
Sono stato uno dei primi fan di Capossela. Prima delle grosse bugie. Gli anni novanta e di conseguenza i miei vent’anni erano gran bella cosa. La capacita’ di emozionarsi era facilitata dall’aria buona che si respirava, dal fermento culturale che si poteva cogliere in molte forme d’arte e perfino nella televisione c’era del buono. Adesso, a distanza di quasi tre lustri, prendono forma quegli anni in maniera definita , tridimensionali quasi e risplendono di una luce che non credevo potessero alimentare. Il problema e’ che oggi sembra essere tornati al grigiore degli anni settanta: l’austerity, il bianco e nero delle tribune politiche, Seveso, la nanna dopo il Carosello ma soprattutto gli scontri studenteschi per rivendicare diritti basilari di una democrazia come si dovrebbe a partire dalla scuola.
Riaffiorano gli anni spensierati, le bevute con gli amici, l’amore in mezzo al campo di erba medica, la mia Opel Kadett furgonata classe 1985, le serate nei baretti a centomila lire a testa quando pagavano bene, i cari amici musicisti prima ancora che diventassero soltanto consueti musicisti, i viaggi interminabili quando le puglie parevano essere lontane quanto le fantasie di Jules Verne, i capelli miei voluminosi da pettinare con la Linetti, le cinque di mattina come se fosse cosa normale, le videocassette al videonoleggio e i primi due dischi di Capossela in vinile, uno comprato da Ricordi a Milano, Modi’, e il primo trovato usato su una bancarella con stampigliato sopra il timbo in inchiostro blue RADIO IMOLA. Io e la mia donna abbiamo fatto all’amore fino ad odiarci con Modi’. Il terzo, Camera a sud, me lo regalo’ una ragazza mentre stavo a Londra e divenne la colonna sonora perfetta del mio ultimo anno inglese, l’anno in cui la febbre della musica crebbe fino ad incrinare la punta del termometro.
Capossela incarnava un modello ed era a pochi metri da noi, affabile, sbronzo e a tratti timido. Bazzicava la Romagna con una vecchia Volvo berlina come fosse a casa e cercava gia’ qualcosa che a noi ancora pareva lontana, una sua via originale e difficilmente inscatolabile in un facile cliche’.
Se parlava di nebbie, di albe livide al limite del fosso, di locali colmi di anime perse e di fughe in paesi tropicali ma quanto basta per tornare a casa per l’ora di pranzo, allora noi eravamo la’ con lui. Gli inverni erano il giusto pretesto per indossare cappottoni di lana e sciarpone da vitelloni, le osterie erano quelle di Santarcangelo, di Rimini, di Cesena e Cesenatico. Le auto erano quelle dei genitori, le Passat familiari, le ultime Regata in circolazione, le Polo, carenti in tenuta di carreggiata, buone da fotografare per la cronaca del Carlino avvinghiate a pali della luce o mescolate a guard rail. Erano inverni con nelle vene vin brule’ e strutto caldo.Le sagre dell’unto non erano affollate e le castagne arrostite non costavano come un rene. E Vinicio nel mangianastri nel suo “best of” costruito in casa con la piastra Technics su cassetta da 90.
Lui avrebbe voluto essere il De Niro di C’era una volta in America, noi, invece, lui. Lui e il piano a coda nero, lui e i suoi occhi strizzati sotto il cappello, lui e i suoi amori schiantati nel polverone.
Era per pochi, era snobbato e nei live spesso la gente ci parlava sopra. Il mormorio, il vociferare, la maleducazione coatta concentrata nei tavolini lasciava presagire il tracollo del sentimento del decennio a venire. Ancora i telefonini erano miraggio, ma la gente era gia’ pronta all’inutile.
Si andava a Bellaria a veder Vinicio. La sbronza sua diveniva mediatica, si trasmetteva come una febbre piacevole in una finale orgia di gioia e vomito. A vent’anni e per tutta la loro durata bisogna devastarsi, lo dico perche’ non lo feci abbastanza al tempo e adesso che ne avrei il desiderio per una maggiore cognizione di causa, non ho forze sufficenti a gestire il lento recupero. Cosa dire di Vinicio oggi? Non lo so. Da Canzoni a manovella, per me suo punto inarrivabile, ho smesso di seguirlo. Ormai sta alla musica colta come Mario Biondi sta al jazz, mi sembra un po’ forzato, patinato e compiaciuto. Con l’artificio pare voler impossessarsi di cio’ che gia’ era suo. Non voglio far il giornalista (a parte che questi coglioni osannano tutto cio’ che esce sghembo e zoppicante temendo di cadere nello scontato usando la parola “brutto”) e massacrare per il gusto di una personale rivincita da represso. Sono artista e mi sento anzi molto competitivo. Il mio ego mi impone sempre e comunque di sentirmi una spanna sopra tutti, a partire da Picasso. Mi dispiace soltanto un po’ che assieme ai miei anni piu’ vitali anche i miei eroi siano scivolati via, cristallizzati in una formula facilmente vendibile col bollino DOP di elevata arte. Il bello per tutti al prezzo di un disco brutto. IKEA docet.
Memoria corta, corta.
12.03
Avrei voluto una memoria piu’ lunga, qualche centimetro in piu’, per il gusto di tenerla stretta con entrambe le mani.
Dimentico facile, in particolar modo le gioie enormi e i dolori altrui. Rimango in mezzo ad un mare di ricordi che non distinguo. Le cose che fanno male cerco di tenerle a mente, me le appunto al cuore con una puntina da disegno. Sanguinare mi ricorda di essere vivo e di dover consumare questo bonus chiamato esistenza. Dimentico facile. Specie gli errori miei, gli amici traditi e le amiche smarrite tra le braccia di altri, le cose dette per meta’. Evito di impegnarmi a riesumare, a riallacciare, a ricucire, di pentirmi. La memoria corta aiuta a correre piu’ veloci ma in qualche modo accorcia la vita.
Ho memoria corta, ecco.
La mia e’ una memoria corta, dimentico facile.
A qualcuno dovrei chiedere scusa per la memoria corta.
A qualcuno dovrei chiedere scusa per la memoria corta.
Le amichette.
12.03
Ho amichette.
Sono alcune predilette.
Mentre altre son lamette.
Le amichette.
Ridon , scherzano, cosi’,
semplicemente.
Pane, acqua, santa messa,
del salame fanno fette, le amichette.
All’ aperitivo discuton di valori, di un amore scolorito e di cerette,
le amichette.
Son gelose, sono gatte, son pelose, son perfette,
le amichette.
Sono tante, son diverse, tutte uguali, rosse, bionde tinte e con frangette,
le amichette.
Ne ho contate almeno sette,
di amichette.
Quelle nuove veston strette e parlan schiette,
ste amichette.
Sono scaltre, le amichette.
Sono alte, le amichette.
Sono strette, le amichette.
Sono sporche, le amichette.
Sono sole, le amichette.
Sono unite, le amichette.
Sono tristi, le amichette.
Son di pane le michette.
Son sorrisi, le amichette.
Sono tirchie, le amichette.
Generose, come spose, nella notte piu’ importante,
sono nel letto cavallette, mie promiscue, le amichette.
Siano lacrime o bianco sperma, son puntuali con salviette,
premurose le amichette.
Mi rassetto e vesto ghette, solo per le mie amichette.
Mai s’incontran parallele linee rette,
sono queste le amichette.
L’odio, il culo.
12.03
Sono una fabbrica di odio.
Odio certe facce. Piu’ assomigliano a me e piu’ li odio. Gente coi baffi, col cappello borsalino, con strumenti musicali in mano. Sulla fiducia che dietro ci siano persone di merda, odio e moltiplico odio come cerchi concentrici di un sasso buttato nell’acqua. Odio e mangio pistacchi. In una busta formato famiglia ce n’e’ sempre uno buonissimo ed uno cattivissimo. Il gioco sta nel trovare quello buonissimo per ultimo.
Sarei un’abile tiratore, se la legge mi permettesse di sporgemi dal balcone di casa con un M16. Cospargerei il pavimento di bossoli vuoti e bucce di pistacchi.Sparerei alle auto in corsa, farei delle portiere quadri astratti, paesaggi divisionisti, prese d’aria larghe come monete da dieci centesimi. Eppure la violenza mi infastidisce se priva di stilosita’. Quella domestica rudimentale da telegiornale che svela sangue rappreso su pavimenti di cotto e mobili rustici da mobilificio artigianale finto invecchiato. Manca lo stile, soprattutto.
Odio molti musicisti italiani privi di stile. Odio il raggae, lo ska, il dub, il rockfolk, e il metal. Creo in preda all’odio, la tastiera del mio Hammond e’ la cartuccera infinita del mio mitragliatore che una sola nota fa TATATATA. Dannati batteristi e il loro ritmo in levare, non avrete i miei pistacchi.
Solo il culo rotondo della mia compagna mi distoglie da questo sentimento carico di impotenza. Lo guardo e mi rallegra come guardare un viso dolce pieno di buone intenzioni.
Il culo rasserena ed ha la forma di un cuscino, la consistenza di un prosciutto cotto e il calore di una coperta. Piu’ del sentimento, piu’ degli occhi, piu’ delle promesse, il culo rappresenta la nostra anima. Il mio s’e’ asciugato, non ce l’ho piu’ il culo, se l’e’ preso la vita e il rancore. Ho la pancia ma non e’ un cambio valido. Vale come le lire.
La mano sul culo sente la grandezza del cuore. Sono vigliacco io che ne cerco uno piu’ bello, uno piu’ grosso, uno piu’ rosa, uno piu’ intelligente.
Cosa sarebbe il mio odio senza la garanzia di un culo da accarezzare? Il mio culo domestico abituato alla mia noia. Sarebbe rabbia cieca senza la guida rassicurante di un pastore tedesco ed ogni scalino o dislivello diverrebbe montagna insormontabile.
Nell’abisso del mio odio la rotondita’ di carne a me legata mi tiene sollevato ad un palmo dalla polvere.
Albero a camme.
12.03
Eccola la’, la mia vecchia Ford. Dal meccanico, ancora una volta. Stavolta roba seria, c’e’ di mezzo la testa.
Il meccanico mi guarda di traverso, mi chiede: “Vuoi davvero metterci le mani?”
Il mio sguardo da cane bastonato sembra sufficente a suggerire la risposta.
La mia signora ha appena 33 anni e mi sembra presto per metterla definitivamente in croce. Abbiamo insieme attraversato banchi di nebbia, dribblato buche, schivato gatti, mancato appuntamenti, bucato giornate afose e pattinato sulla pioggia. I momenti migliori hanno avuto come colonna sonora Jimmy McGriff e Lalo Schifrin. Nelle mie fughe dai doveri coniugali ho lasciato che le voci calde della radio della sera mi tenessero compagnia, mentre sulle statali anonime cercavo una tavola calda per scaldarmi il cuore.
Le hanno aperto la testa e l’hanno parcheggiata fuori dall’officina priva di vita. Il motore ha rivisto mani di uomo sollevere la calotta imbullonata, dal giorno del suo assemblaggio nella Germania metalmeccanica del 1975. Chiuso ermeticamente in uno scrigno di olio e scintille non s’era mai mosso di li, niente ferie, malattia o pausa sigaretta. Il meccanico mi mette tra le mani l’albero a camme mangiato dal tempo.Lo guardo come un fossile estratto dalla roccia dopo milioni d’anni. Girava che il muro di Berlino era ancora in piedi, girava che ancora la tv era in bianco e nero, che l’ozono stava in buona salute, che i ghiacci se ne stavano al polo belli compatti, che il computer piu’ piccolo occupava lo spazio di una sala macchine del Titanic e l’hip hop non esisteva. L’hip hop non esisteva, che bello.
Mediaset non esisteva, il telefonino, il digitale terrestre e Amici di Maria De Filippi, mentre Maurizio Costanzo scriveva sceneggiature per il cinema, Salce girava “Fantozzi” e Monicelli “Amici miei”.
Quante cose ha evitato di vedere quell’albero a camme chiuso la’ dentro a girare, ad aprire e chiudere le valvole della gloriosa signora blue metallizzato.
Sul tavolo di acciaio del mio meccanico di fiducia, la testa smontata della mia Ford, confrontata coi motori odierni, rivela parti obsolete e di fattura grossolana, primitiva.
Un motore ignorante e cocciuto destinato ad attraversare i miei trent’anni fino alla soglia dei quaranta e la storia di un paese lentamente sprofondato nella melma.
Ho trovato un nuovo albero da montargli, una rimanenza di magazzino che mi sono fatto spedire dalla Germania. Che grande paese la Germania, peccato per la lingua. Quello vecchio lo sepelliro’ in giardino in una scatola di cartone. Portero’ sul suo sepolcro dei fiori di plastica a ricordo della sua paziente e fedele prestazione. Ha girato 33 anni prigioniero delle pareti asfissianti di ghisa di quel motore elementare mentre fuori il mondo cambiava. In peggio.
Psicanalisi del commediante.
12.02
E’ un po’ la mia condanna, quella di non venire mai preso troppo sul serio. Mi consolo, sarebbe una condanna anche l’opposto. Sara’ perche’ utilizzo molto l’autoironia, sara’ perche’ mi piace far credere che sia un buffone sempre pronto ai lazzi e ai coriandoli?
La mia musica e’ cosi’, commedia dell’arte.
Ma questo non dovrebbe penalizzarla, semmai creare un filtro tra chi capisce e coglie la natura profonda della mia musica e chi fa semplice giornalismo. Il giornalista ha bisogno di farsi promozione, sempre. Al giornalista non frega nulla di nulla. Cerca lo spunto per parlare di se’ creando il caso o distruggendo il prodotto a lui sottoposto per elevarsi a giudice assoluto. L’importante e’ che la sua falsa integrita’ e la sua infinita intelligenza risalti su tutto. Per questo e’ piu’ facile esaltare artisti morti o incapaci di replicare. Ma non voglio parlare dei giornalisti, loro han poco tempo per farsi penetrare le ossa dalla musica, devono scrivere e mantenere sempre vivo l’interesse del lettore. Poi non sono tutti cosi’, c’e’ anche chi non scrive per nulla.
Fino a qualche anno fa il rancore era la mia batteria, la riserva energetica per andare avanti, poi qualcosa e’ cambiato. Ho scoperto che non serve essere capiti al cento per cento e l’odio e’ si un bel sentimento, ma costa fatica. La verita’ e’ che a nessuno importa della verita’, e’ molto piu’ interessante la sintesi, in parole povere, il cliche’ precostituito. La gente cucina i 4 salti in padella e con la stessa velocita’ vuole godere dell’informazione con la presunzione di sapere, di assorbire.
Sono una persona ambigua, lo riconosco. Anch’io faccio fatica a capire quello che mi passa per la testa. So essere dolce e comprensivo e il mio viso sa suggerire bene questa inclinazione, ma mi scopro anche molto crudele e freddo, spaventosamente cinico.Una schizofrenia morbida che coltivo sbucciando pistacchi.
Guardo le mie foto di ragazzo, dodici o tredici anni al massimo. Un bel ragazzo pieno di capelli neri e la pelle olivastra. Vicino a me mio fratello spegne tre candeline sulla torta di compleanno. Riscopro il sentimento che provavo per lui a quell’eta’, quasi un tirocinio da padre prima del tempo.
Pensare di essere oggi la stessa persona mi commuove quasi. Ero spensierato e pieno di passioni. Amavo il cinema e passavo giornate intere a leggermi enciclopedie sul cinema e a memorizzare nomi e date. Conoscevo tutto su Boris Karloff o James Cagney e disegnavo i miei fumetti. Conoscevo tutte le pistole e i fucili mitragliatori e leggevo tomi sulla medicina forense. Il sangue mi terrorizzava e passare anche soltanto con la bici sull’asfalto dove qualcuno era morto tempo prima mi dava i brividi. Non giocavo a calcio e avevo pochi amici. Le ragazze mi piacevano in maniera sconvolgente. Amavo in modo ossessivo e ogni prevedibile rifiuto era una crescente sfida a dimostrare che ero meglio di qualsiasi mio coetaneo. Ratataplan era il mio film preferito assieme al Frankenstein di James Whale. Robotica fai da te e pallino dell’immortalita’.
Il palcoscenico era la mia grande aspirazione, stare almeno mezzo metro sugli altri. Dominare con l’aspettativa di essere amato. Mi dovevo riprendere in qualche modo l’affetto negato delle mie amichette stronze e ai miei occhi sempre piu’ belle e lontane.
Vivere a questo modo, cercando di dimostrare quanto vali, non ti permettere di essere tranquillo. Specie quando tutto attorno a te pare essere tenuto assieme con lo scotch, e la cialtroneria sembra premiare quanto lo sforzo piu’ alto.
La solitudine di chi si rigira nella propria arte e’ una maledizione se non viene premiata e innesca un crollo a catena che arriva fino agli anni delle prime delusioni. Scava col dolore dell’acido solforico.
Rivedere quella mia foto inedita di ragazzo m’ha regalato la gioia di vedermi bello e puro, lontano dalla corruzione degli anni a venire, dalle mediazioni, dagli amori logoranti, dal sesso, dalle paure e dai cedimenti del corpo. Mi chiedo se l’abbia vendicato abbastanza quel giovane pieno di illusioni e fantasie o se non sia ancora il suo spasmo di insoddisfazione a spingermi avanti giorno per giorno nel grigiore della vita consueta e comoda.
La mia musica e’ la cosa piu’ limpida che possa produrre, piu’ vera di un mio sorriso, piu’ importante di una mia promessa. Pare musica minore, disimpegnata, da salottino o commento leggero alla mercificazione di un qualche prodotto. Mi inalbero quando mi chiamano “organista”. Sono artista, totale, per mia maledizione.
Li dentro c’e’ la mia vita, le mie vittorie e le mie disfatte.
Cerco di allegerirla per farla arrivare meglio al cuore di chi ne fruisce, cerco di divertire e dire cose serie con ironia.
Ma la condanna e’ quella di sembrare commediante con meno spessore di chi si vende colto sfoggiando una faccia depressa e facendo cadere dall’alto ogni parola.
Il rancore e’ stato il mio migliore amico, ma capire certe cose costa uno sforzo enorme e tempo.
La donna che mi tiene in ostaggio il cuore e’ sempre lei, la mia compagna di banco che non conquistero’ mai, ma che mi da gioia veder sorridere ad ogni mia disperata pagliacciata.