Archive for novembre, 2008

Scrivere.


2008
11.16

Scrivere e’ mettere la punteggiatura alla vita. E’ un po’ il contrario della vita, e’ rimanere senza esserci, mentre la vita e’ esserci senza rimanere.
Nel momento in cui non si e’ piu’, si comincia ad esistere. Tutto cio’ che finisce e’ per sempre.
Cio’ che si abbandona scrivendo e’ tutto cio’ che ci farebbe paura perdere. Si lascia per non essere lasciati. E non ci si appartiene piu’.

Eccomi tornato a scrivere, a pancia piena, steso sul letto con la schiena sul cuscino girato per il lungo e poggiato allo schienale.Satollo di cibi e di delusione. Mi sono cotto sulla piastra del caciocavallo che ho portato dalle Puglie al ritorno dal mio recente mini tour S.Giovanni Rotondo-Foggia-Canosa. Col caciocavallo squagliato torno bambino, alle vacanze intelligenti, anzi geniali, di 30 anni fa a Vieste e alla 127 di mio padre color azzurro confetto. Fa freddino oggi. A guardare fuori pare impossibile sia mai esistita una cosa chiamata estate. La’, dove si sono rintanati i grilli col loro baccano da gitani in festa, sta il mio cuore.E se fossero morti tutti i grilli? Appunto.
Scrivere non costa nulla e alleggerisce l’animo. A rileggersi si pensa:”Mbe’ questo sono io? Un po’ pochino.”
Basta trovarsi davanti al nulla per poi tornare a consolarsi e a provare rispetto per se’ stessi. Scrivo per non sprofondare del tutto in quest’Italia melmosa che pian piano, mio malgrado, sto mettendo a fuoco. L’Italia e’ una fiction, una commedia, un film dell’orrore e un posto magico tutt’insieme. E’ l’unico esempio al mondo di schizofrenia territoriale applicata.
Scrivo per non pensare troppo. Potrei andare a correre ma ho ripreso a fumare e non voglio rovinare il lavoro certosino della nicotina tornata a cavalcare nel mio cervello e a ispessire i polmoni. Potrei andare in studio a seviziare l’Hammond, ma dopo quattro giorni di fila di live, non ne sento tanto bisogno. Quel che dovevo dire l’ho detto. Questo giro abbiamo constatato che in certe zone la nostra musica e’ inutile. Preferirei fosse odiata a favore di qualcos’altro, ma impera l’assenza di gusto e di scelta. La gente che ho visto e’ mostruosa.Vagano come zombies assetati di ricariche telefoniche, cocaina e splendori solidi come fumo. Eserciti di tronisti e aspiranti figuranti intontiti dal regno dorato e deodorato della tv, camminano per file disordinate stanchi prima di arrivare. L’apparizione mistica di un Corona qualsiasi li potrebbe rinfrancare, il messia dell’arroganza li sdoganerebbe per sempre dalla loro repressione di ignoranti, li legittimerebbe, anzi.
Abbiamo suonato per dei cafoni, delle amebe avvolte in giubbottoni neri col pelo di coyote e relative fidanzatine con l’orecchio cucito al cellulare.Io e il mio quartetto stretti nello sconforto abbiamo suonato da paura, abbiamo polverizzato il nostro imbarazzo e ci siamo gettati a capofitto nella musica.Ho anzi rincarato la dose srotolando assoli acidi e di non facile digeribilita’.Ho azionato il Leslie consapevole che quelle note si sarebbero trasformate in lamette sparate dentro le loro orecchie. Come me, Bob Dusi alla chitarra. Assoli jazz blues ruvidi come grattugia sul pecorino. Lui grattugia e il pubblico pecorone. Abbiamo suonato di brutto. Inutili ma fino in fondo.

Falsi Poeti.


2008
11.16

Diffido di chi si professa poeta, cosi’ come di chi dice di essere buono o si definisce jazzista. Anche chi dice di essere uno spirito libero, mi puzza. Io libero non sono, e aggiungo, per fortuna.
Poeta e’ chi coglie il sublime e ne resta tramortito.
Il poeta “per tutti” va molto di moda in questi ultimi tempi, e’ tornato alla ribalta tra readings, eventi letterari e sedute spiritiche le cui esalazioni alcooliche trasfigurano e compromettono l’essenza del puro. La poesia non e’ un baraccone di furbi illusionisti, imbonitori e commercianti di filtri d’amore. La poesia in saldo vende bene, arriva a tutti e non richiede patenti di guida. Fa bagnare le cosce alle donzelle avide di amore in cerca di un pret a’ porter dell’anima ampia. Cercano nella poesia il surrogato di una vita che non riescono a vivere per pigrizia e paure. La poesia non si compra e non sta neppure la’ dove la parola poesia campeggia illuminata.
Il poeta professionista e’ un perdente, fondamentalmente, la guida turistica di chi le bellezze non sa vedere. La poesia insegnata non risolve nulla, complica anzi. E’ il rigurgito di chi la vita soffre come condizione insopportabile di spazio e tempo imposto. La poesia non e’ decadenza spacciata per nobilta’. Il vomito e’ vomito e la carne marcita puzza.
La poesia deve essere il nostro primo compito, scoprirla e tenerla segreta come un’amante meravigliosa. Ci si deve allenare come ad un poligono, prendere la mira e fare centro col minor spreco possibile di parole. Bisogna accudirle, le parole, e lasciarle volare libere solo quando sono in grado di non tornare indietro, indipendenti e robuste.
La poesia e’ utile coltivarla con estrema discrezione, il nostro lato debole, invincibile e segreto. E’ l’estasi della solitudine e non puo’ essere esibita come un grappolo di muscoli coltivati in palestra o come punto di arrivo di una scellerata ricerca fine a se stessa. Professarsi poeti e venderne l’essenza come pesce a tranci, equivale all’esibizione del proprio atto amoroso attraverso un terzo occhio indiscreto, alla mercificazione e compiacimento del proprio godimento. La poesia e’ la tua donna, e’ il tuo uomo e nessuno ti puo’ insegnare come farci all’amore. Il proprio godimento deve specchiarsi negli occhi del proprio amante non nei nostri stessi riproposti dalle pareti a specchio.
Dico questo perche’ conosco qualche falso poeta che con enorme fastidio scopro travisare la bellezza di quest’arte che andrebbe trattata con pudore e scrupolo. Li trovo insopportabili e pietosamente narcisisti. Anche il loro stesso fisico e mentale declino, esaltano come frutto della piu’ profonda poesia. Cercano il piu’ lontano possibile da loro stessi e spesso mancano di ironia.
Prendono a prestito sentimenti e modelli di vita di altri per nascondere il proprio vuoto esistenziale, vestono parole sublimi come abiti usati stretti che cercano di infilarsi a tuti i costi. Il vero poeta deve avere il coraggio di non dire. Si puo’ limitare ad osservare implodendo in una lacrima che non trascrivera’ mai. Il vero poeta non cerca il dialogo, non deve piacere. Puo’ risultare incomprensibile e lasciare indifferenti. La sua poesia nasce dall’esperienza di vita piu’ bassa o sublime tradotta in simboli ed esorcizzata. E’ la sopravvivenza per chi non riesce a gestire il troppo bello, il troppo brutto o semplicemente il normale. Il poeta e’ la cosa meno inquadrabile e lontana dai cliche’ piu’ gettonati. Disfarsi l’anima tra bettole, bottiglie e bordelli non e’ il giusto tirocinio per coltivare questi fiori del male. Il bello e’ un diritto per tutti e la mediazione che ne deriva e’ la nostra stessa poesia, prodotta come si producono gli anticorpi. Al diavolo gli impostori.
Sogno poeti sordomuti pazzi per l’acqua minerale.

La donna delle nebbie


2008
11.16

L’abitacolo della mia Taunus e’ la pancia di un pesce.
L’umido sale tra le mie coscie, monta dai sedili squarciati che svelano interiora in gommapiuma.
La mia divina e’ letteralmente marcia. La radio rantola un ritmo sudamericano arrogante e ben distorto.Trombe latine sottili come spilli. Amo la salsa solo sugli spaghetti.
Nuoto nella nebbia, mi appoggio ai fari al fosforo dei lampioni che spalmano di giallo tutta la statale per il lungo.Penso alla solitudine di un capodanno lontano lontano, nel bel mezzo dei miei quattordicianni.Un S.Silvestro fallimentare passato a far scoppiare petardi in mezzo alla strada, trasfigurato da quel cappotto grigio di gocce d’acqua microscopiche. Eravamo io e Flo, avevamo comprato una scatola di petardi avariati che bruciata la miccia facevano soltanto “PLOCK!”. Avvolti da quella tristezza infinita in compagnia soltanto di mezza bottiglia di Baleys pensavamo che il futuro sarebbe stato alquanto luminoso, roba grossa. Dovevamo soltanto pazientare un po’. Infatti eccomi qua in mezzo al nebiun. Ci navigo in mezzo con lo stesso entusiasmo di quei petardi morti. La mia schiena brontola all’altezza dei reni, devo averci le vertebre impilate alla rinfusa. Scricchiolano, si mangiano la cartilagine. Ma la preoccupazione piu’ imminente mi e’ suggerita dalla spia della benzina che si e’ rassegnata e ha deciso di spegnersi. Avrei dovuto capirlo che sono a secco, ormai da un pezzo. La spia non intende fare straordinari.Vediamo se la Ford se ne accorge che non c’e’ piu’ un goccio di gasolina. A quest’ora e’ assonnata, il motore gira lento. Forse sto giro la spunto io.
Mi sento vestito d’acqua. La foto di Jimmy Smith sul cruscotto non mi sorride. “Vai a letto, man!”, mi consiglia. A Letto.
Ma da qualche parte ciondola una sirena dai fianchi larghi, una sirena pronta a masticarmi il cuore. Lo sa bene Jimmy Smith che nel mio cuore ci abita da un pezzo, lui e col suo B3 imprendibile. Nella mia testa la donna delle nebbie sorride a me soltanto. Nella mia testa un sacco di cose vanno per il verso giusto.
Faccio il giro delle saracinesche chiuse. Anche la taverna dei musicisti smessi ha le porte imbullonate. Mangerei una confezione di pistacchi da cinque kg. e berrei una tinozza di cedrata, se fossi al cinema.Ma questo film l’ho gia’ visto. La citta’ galleggia nel silenzio. Il cinese brucia l’oscurita’ coi suoi lampioncini rossi. La sigaretta dura niente e il mio giaccone di velluto se l’e’ fumata con me trattenendone il puzzo. Ne accendo un’altra, ancora piu’ disgustosa. Un’altra ancora che immagino al gusto di vaniglia. Poi finalmente quella alla fragola selvatica.
E’ astuta la donna delle nebbie. Non deve fare niente.
Ordino caffe’ con grappa tra i tavoli con le sedie girate sopra.
Non dovrei essere qua. Sono arrivato tardi. Arrivo sempre tardi. L’ora di chiusura non ammette parole dolci, chiede il silenzio. Sono in piu’, un’anima in esubero. Potrei raccontare che ho rimasto un giorno di vita e che e’ stato bello giocare ad essere Ulisse.E’ la prima sigaretta che fumo con gusto, pare non consumarsi mai. Ci si saluta da lontano. La donna della nebbia e’ bella anche al buio, scontornata dal giallo di un lampione.Le sono rimasti solo gli occhi da bimba irrequieta, il resto se l’e’ preso la vita .
Faccio benzina. Poi quasi senza dolore mi accorgo di essere leggero.Dormo.

Londra, Estate


2008
11.16

Londra,estate.

Ci pensavo stamane mentre provavo a tirare qualche palla nel canestro del campetto messo in piedi da Franz a fianco del suo Florida. Guardavo la palla tra le mie mani, i miei piedi nudi sul cemento caldo verniciato di giallo e viola, una sensazione che mi ha portato lontano. Questa e’ un’estate inglese, le stesse nubi arricciate e nere come inzuppate nel petrolio, lo stesso senso di attesa di qualcosa che non arrivera’ mai e la voglia di essere altrove. Ero a Londra nelle estati dei primi anni novanta, London south east, per la precisione. Avrei voluto essere stato altrove ma qualcosa mi avvitava a quella terra ostile come una vite nel truciolare. Avevo poco piu’ di vent’anni ed ero carico di ambizione e buoni propositi. Ero una persona migliore e sognavo di piu’. Avevo sognato Londra e adesso mi toccava. Gli amici mancavano e ci si scriveva lettere. Trovare nella buca della posta una lettera di Francesco, di Paper o di Marco mi aiutava a sopportare le vertigini del mal di casa. Ricevere una videocassetta con un classico di Sordi o di Risi era una manna. Le mandava Paper, registrate da Rete 4 e a volte lasciava anche la pubblicita’. Cucinavo italiano, la mia salvezza era l’alimentari di Gennaro a Lewisham, uno spiraglio di luce nella suburbia dominata dai barbari, anestetizzata da birra, dardi, maxischermi pieni di finali di calcio e pollo fritto del colonnello Kentucky.Io con le mie passioni e la mia splendida fidanzata nella sua casa vittoriana abitata da fantasmi buoni, spezie indiane e un piano a muro scordato lasciato li dalla precedente proprietaria troppo vecchia per occuparsi di quel brigoso trasloco. I giorni di sole erano quelli piu’ dolorosi. Le domeniche eterne. Pensavo alla mia Cesenatico, al mare, ai tramonti e al profumo della campagna e mi trovavo a guardare filmoni epici trasmessi dalla BBC e a sgranocchiare confezioni famiglia di croccantini al bacon. Ricordo un pomeriggio di luglio passato a guardare “Com”era verde la mia valle ” in bianco e nero. Intorno al mio isolato sirene di polizia e lo stridore secco degli autobus in procinto di fermarsi alla fermata. Dalla finestra il solito aereo incastrato in un cielo di nylon a tratti blu, pioppi alti dondolati da un vento pigro, scoiattoli e un vasto cimitero di lapidi storte e spaccate degne di un film horror dell’Universal con Boris Karloff e Basil Rathbone. Avete presente il cimitero dalle nebbie dense di “Thriller”. Bene io godevo di questa visuale dalla mia stanza da letto. Rilassante a volte. Un centro di gravita’ permanente di grande serenita’.
Quelle croci mi ricordavano che non c’era solo la spiaggia di Cesenatico e quella solitudine mi sarebbe forse servita a godere delle cose nella loro preziosa essenza. Ancora una volta ero felice e non lo sapevo.

Passato.


2008
11.16

Cos’e’ passato?
Un giorno, cinque mesi, due anni, tre anni e venti giorni?
Eccolo la’, lo vedo, nitido e carico di profumi.
Passato e’ tutto cio’ che non abbiamo voluto ascoltare, tutto quello che abbiamo avuto paura di vivere, tutto quello che tornera’ a disturbarci il sonno. Il passato.
Il resto e’ la vita, un atto unico, una malgama di cose vissute belle, brutte, dimenticate e immaginate che ci  spingono ad alzarci, ad aprire le persiane e a mettere il caffe’ sul fornello credendo di essere dentro un paio di pantaloni nuovi, invincibili agli strappi e macchie, prossimi all’approdo del grande segreto che pero’, come l’orrizzonte, si sposta con noi. Il mio bel passato non esisterebbe senza quello che sono io adesso. E’ il presente che determina il passato, non il contrario. Perche’ lo decido io, lo edito a colpi di cesoie, lo rimonto a mio piacimento, lo coloro, lo tiro a lucido e confeziono per ogni grande occasione che si presenti. Tutto mi ribolle dentro, l’infanzia riaffiora piu’ prepotente ora di quanto non facesse quando la mia memoria era piu’ fresca, gli amori apparentemente seppelliti, tornano a sanguinare, a confondersi tra occhi, promesse e graffi in un’unica vorticosa giostra di estasi e voltastomaco.Gli amici imbarcati ognuno per la sua crociera attorno al tempo, affollano la testa con le loro parole, mani  e sorrisi. Siamo stati giovani davvero, ma qualcosa ce lo faceva dimenticare, drogati dell’ansia del crescere, del tempo davanti a noi nero come il mare di notte da piegare a piacimento. Il titolo del tema era gia’ stato dettato, mancava lo svolgimento: “Esistenza inquieta”. Ora che buona parte del tema e’ stato scritto chiederei alla professoressa di poter andare al bagno, e’ un po’ che la trattengo, la vita.
Non voglio attaccarmi alle persone che amo.Il mio amore invecchierebbe con loro.Che fregatura i sentimenti.
Perdo tempo, abbandono progetti, fuggo nell’oblio e dimentico con estrema facilita’. Scrivo pensieri mai avuti per vederli scritti e rileggerli e farli miei come figli addottivi. Confondo il passato col presente, il presente che riempiendo di nulla diventera’ passato leggero, come cioccolato con le bolle. A che serve un passato pieno pieno di cose da ricordare? Cerco di esistere il meno possibile per renderlo orfano di gesta e virtu’, un passato trasportabile, tascabile.
Il meglio l’ho gia’ dato ma non e’ granche’. Il meglio per me stesso lo sto dando adesso, invece. Rallento e mi compiacio della mia stanchezza, della mia pigrizia, della parola data e non mantenuta, della bugia, del ritardo e dello sperpero.Sparisco, riappaio invecchiato e ingrassato del mio stesso cinismo.
Avrei bisogno di una persona da deludere giornalmente, una nuova e carica di fiducia in me, tutte le mattine. Una persona candida e illusa da schiacciare sotto il peso delle mie inquietudini. Una spremuta di anima pura da bere tutta d’un fiato per affrontare la corsa.
Sospeso tra le aspettative della gente e il mio declino personale, vesto bermuda comodi e canotta stropizzata.Il silenzio impietoso mette in risalto lo sfrigolio dei miei pensieri infilati dentro le sabbie mobili, sembra il rumore del frigorifero ma sono loro che borbottano, si contorcono in attesa di inghiottire sabbia.
Nel limbo dell’afosa giornata estiva scavo tra le mie convinzioni derelitte a caccia di uno zampillo di acqua fresca.
Cosa mi sono perso del passato? Cosa mi e’ sfuggito? Una parola? La parola piu’ importante? Un suggerimento a voce bassa che non ho colto?
Cos’e’ quel mostro che scalcia nella pancia della mia coscienza carico di rabbia per non essere mai stato partorito? E tutto cio’ che di buono ero, se l’e’ mangiato lui?
I nostri errori del presente ci mettono il passato in fila giorno dopo giorno, senza sconti, senza profumi aggiunti.

Sono Stato.


2008
11.16

Colpire con due parole soltanto, perche’ di tempo ne rimane poco.
Nel sogno stanno tutti bene, sembrano felici di vedermi.
Colpire col frutto della sintesi, due parole cariche come il camion dei traslochi.
Forse non ce ne sarebbe bisogno.
Ho visto la vecchiaia farsi largo nello specchio mentre i progetti rallentano e incespicano nel polverone del quotidiano.
Nel sogno stanno tutti bene e sembra sempre lo stesso giorno.
Capisco il gusto del gioco, ci vuole tempo per capire che niente e’ piu’ serio del gioco. Rimane quello e si prende il posto dell’affanno. Misurato e paziente come in una partita a bocce.
E perdere tempo non mi spaventa piu’, ora che so che il sogno e’ fatto di orologi privi di lancette.
Il primo bacio, oppure quella mattina di vent’anni fa dietro un banco di scuola ad osservare fuori dalla finestra il cielo farsi minaccioso, o anche quel giorno di pioggia di luglio ad Urbino finiti a ripararsi sotto un portone, i silenzi del proprio tempo passato a disegnare, l’odore dell’estate, le cicale fragorose come un campo di vetri rotti e il suono di un’orchestrina sgangherata nei cortili delle pensioncine a Cesenatico tra l’afa e i deodoranti per signora. Strati di anima fragili come una cialda di pasta sfoglia.
Quello che posso fare e’ constatare il decesso di un’epoca e il mio naufragio nel presente.
Nel sogno stanno tutti bene.

Normale.


2008
11.16

La critica non ha dubbi.
Qualcuno si sbilancia e parla di capolavoro assoluto, roba da far impallidire “Quarto potere”.
L’epicentro di questa ondata sismica di euforia parte dalla Francia. Attorno a lui s’e’ formato un cordone impenetrabile. Qualcuno domanda come faccia a far crescere la sua barba in modo cosi’ poco uniforme, a macchie disordinate. Egli risponde in francese e la folla esplode in una risata collettiva e liberatoria. E’ anche simpatico.
Si era gia’ parlato parecchio di lui, del regista. Qualche anno prima il suo cortometraggio mai realizzato aveva separato in due la critica. Si era presentato alla premiazione con una bella barba incolta, un gelato in mano e i sandali ai piedi. Non ci sperava piu’ di tanto. Partecipare senza film a quel prestigioso festival di cortometraggi poteva essere stata una pessima idea.                                             Aveva vinto, invece. Il suo NON film aveva creato un tale subbuglio che la stampa ne avrebbe parlato per un pezzo. Escluderlo dal festival sarebbe stato stupidamente discriminatorio, sintomo di un blocco arcaico verso quella ventata di modernita’ propria di quel festival innovativo e progressista. Si sarebbe accontentato del terzo premio lui. Il genio venne applaudito, qualcuno fischio’ e venne allontanato. Il suo NON film della NON durata di 20 minuti (ecco se fosse NON durato piu’ di 25 minuti sarebbe stato un problema, dovendo passare alla categoria mediometraggi), NON venne proiettato nel buio della sala e si scateno’ il putiferio. Applausi fragorosi come mortaretti e standing ovation. Il regista nel frattempo era al bar appoggiato ad una cedrata, il viso imbronciato, la stessa modestia calcata e strafottente di chi canta da cent’anni “Sapore di sale”.
Dovetterlo NON proiettalo ancora un paio di volte, tale fu lo scalpore di quella NON opera prima. Lui sempre al bar, nei suoi sandali marci.
Il regista venne intervistato, interrogato, osannato e immortalato. Si limitava a stringersi nelle spalle. Il gala’ in suo onore fu allestito al Grand Hotel.Qualcuno gli presto’ uno smoking di Ralph Lauren che non rivide piu’. Non trovarono scarpe di vernice della sua misura, ma che importava, lui era l’evento, smoking e sandali. Conobbe una donna molto brutta, pazza per lui. Conobbe una donna molto bella, pazza per lui. Si comporto’ allo stesso modo, col distacco di chi non cede a lusinghe di nessun tipo.Si fece fare da ciascuna un pompino dietro la fontana del putto dorato e diede consigli disinteressati su come affrontare il mondo del cinema evitando gli imperialismi Hollywoodiani.
La Francia aveva gia’ messo gli occhi su di lui. Qualche giornalista maligno d’oltralpe, insinuo’ che l’Italia non era ancora abbastanza matura per lui. Non lo meritava. Ritiro’ il premio di svariati milioni e senza adagiarsi sugli allori, comincio’ a lavorare al suo secondo progetto: un film girato sott’acqua con una cinepresa non idonea a quel proposito.
Di tempo ne e’ passato da quei due clamorosi successi. La fama non lo ha cambiato poi tanto. Egli continua a mostrarsi infastidito da quello stesso lusso scongiurato che la nuova posizione sociale un po’ gli impone di accettare.
Il nuovo film e’ una coproduzione italo-francese.Nel cast c’e’ anche la Morante nell’insolita parte della donna di mezza eta’ nevrotica e in conflitto con se’ stessa. Un cameo di due minuti appena in cui si accende nervosamente una sigaretta tra le dita irrequiete. Una scena forte.
Il regista e’ modesto. Attorno a lui almeno venti le guardie del corpo. Copre gli occhi con la mano per ripararsi dai flash e saluta alcune persone tra la folla vestite in maniera semplice, pantaloni di tela e T-shirt rosse. Forse amici poveri dell’infanzia che lui non ha mai dimenticato. Alza il premio al cielo e lo dedica a loro, agli operai, ai bambini costretti a cucire palloni, alle vittime della guerra di prevenzione. Applauso.
Ad attenderlo una tavolata di ostriche e Champagne. Si sposta in elicottero, quasi indispettito, lui abituato a muoversi con la sua Vespina piena di bozze per le polverose strade del suo borgo abitato da gente semplice. Le ostriche le trangugia volentieri ma non risparmia di fare una battuta sulla pasta e fagioli, quella proletaria con le cotiche come preparava la povera nonna. Applauso
Il film dura appena quaranta minuti e non e’ stato facile trovare la distribuzione per il circuito italiano. In Francia hanno fatto a pugni per aggiudicarselo. Alla conferenza stampa qualcuno ha sollevato dubbi sulla durata dell’opera, ma e’ stato coperto da un boato di disapprovazione. Qualcuno ha insinuato che fosse un giornalista italiano di un quotidiano destroide. Il regista non si e’ scomposto. Senza togliere il dito dalla narice ha risposto che se qualcuno preferisce il cinema di durata piu’ lunga, “Vacanze sul Nilo” dura 100 minuti. Applauso.
La colonna sonora del film l’ha composta lui. Si tratta di una nota di pianoforte ripetuta incessantemente dal primo fotogramma all’ultimo. Per eseguire la partitura con il giusto sentimento, il regista ha pensato bene di affidarsi ad un gigante, Keith Jarrett. Egli non si e’ potuto presentare al gala’ essendo caduto in un giorno dispari. I giorni dispari li passa in una camera iperbarica.Si vocifera che il compenso per la sua prestazione si sia aggirato sui settecentomilaeuro.Poco.
Una sciocchezza se si pensa ai costi della produzione di mine antiuomo nel mondo in un solo anno.
Il film si apre con il personaggio principale, un uomo assolutamente normale.
Si alza dal letto, apre la finestra e guarda fuori. Un paesaggio normale. Il tizio va al bagno. Si appoggia al muro e piscia. Una pisciata ne’ troppo lunga ne’ troppo corta. Normale. Scrolla l’appendice in un gesto sussultorio, come farebbe chiunque in quella situazione.Verismo puro. Si guarda allo specchio, tutto sommato ha una buona cera. La barba ne’ lunga ne’ corta. Una via di mezzo. Normale verrebbe da dire.
L’uomo si sposta in cucina dove accende un bollitore e prende dallo scolapiatti una tazza per il the’, di quelle normali. A questo punto c’e’ uno stacco. Da qualche altra parte una donna di mezza eta’ cerca di accendersi nervosamente una sigaretta. Si torna al primo personaggio. Indossa un vestito normale e scende le scale del suo appartamento normale fino a raggiungere il garage e la sua automobile normale, una Fiat Tipo, tipo. Questo pare un dettaglio trascurabile, ma non lo e’.
Un qualsiasi regista americano fascista lo avrebbe infilato in una Dodge Charger settemila con bandiera sudista, e giu’ di roboanti sgommate e mitragliatrici. Ma gli americani lo sanno tutti come son fatti.
Lui no, ha scelto il profilo basso. L’andatura del veicolo per le strade di quel paese normale e’…. normale. C’e’ il limite dei cinquanta. La scena dell’auto che attraversa il traffico normale, dura almeno dieci minuti. Alcuni critici l’hanno definita una scena insopportabilmente commuovente. Sembra non accada nulla, ma scavando bene in quel nulla c’e’ tutta quella cosa dell’incomunicabilita’ che…mi vengono gli occhi lucidi a parlarne. Qualcuno ha scomodato il nome di Srawitzowynchyj. Qualcuno soltanto.
Ad un certo punto il film diventa nero, il nulla. Niente musica e niente immagini. L’autore ironicamente ha voluto inserire una divertente citazione del suo primo grande debutto nel cinema, una sorte di omaggio velato a se’ stesso e a tutta la critica sostenitrice. Il buio dura circa cinque minuti. Poi torna il film.
Troviamo il nostro personaggio in una tavola calda, un posto modesto frequentato anche da operai. La cinepresa indugia infatti qualche secondo sullo sguardo consumato di un uomo vestito di una tuta blu, spossato dalla fatica della fabbrica. Qualcuno ha trovato qualche similitudine con la poetica di Wurralickkaze. Al tavolo l’uomo mangia un pollo arrosto, ma non troppo.
E’ tipico dell’imperialismo americano mostrare i cibi molto arrostiti per incentivare lo sviluppo del cancro nei paesi piu’ poveri. Cottura media, normale.
Ecco, il film finisce cosi’, lasciando molte cose non dette ma anche tanti messaggi nascosti. Il regista non ha intenzione di rispondere a stupide domande, a cosa fara’ di bello il personaggio dopo quella giornata cosi’ positivamente normale, se mai tornera’ dalla donna amata o se si fara’ inculare dall’operaio depresso ma moderno. Chi lo sa? La forza del film e’ anche questo, lasciare la giusta independenza al pensiero e non chiuderlo in un finale borghesemente prestabilito.
La stampa ha esordito con una prima pagina esaltante: “Il trionfo del normale!”, “Finalmente il cinema!”, “Geniale!”.
Ma il regista non ha tempo di rotolarsi tra le coccole. Lo aspetta una premiazione apparentemente inutile lontano dai riflettori, un festival del cinema depresso polacco in un paesino chiamato Kjwkk brutto quanto S.Giovanni in Persiceto ma meno comunista.
Gli hanno chiesto se si potesse accontentare di un albergo normale e di un piatto di zuppa di cipolle.
Il regista ha detto che non c’e’ problema di alcun tipo. Anzi, lui adora le cipolle, meglio del caviale.
Il suo assistente personale sa gia’ come comportarsi. Ha gia’ spedito i nastri dell’intervista del regista che si dichiara commosso e felice del premio polacco al telegiornale regionale dell’Emilia Romagna e al canale SKY di world culture. Ha prenotato un diciotto stelle alle Maldive e un pullman di troie sotto i sedici anni gioiose di alleviare le fatiche del cineasta. Poi ha mandato un commando dinamitardo a far brillare la piccola cittadina polacca impicciona e sottosviluppata.
Un botto normale.

Mi manca.


2008
11.16

C’e’ nella quiete di questo periodo storico la mancanza del senso di mancanza.
Manca la rabbia, l’insoddisfazione che non fa dormire e semina l’inquietudine tutt’attorno. Perche’ non prendo piu’ a cazzotti il frigorifero fino a farlo assomigliare ad una coscia demolita dalla cellulite, perche’ mi addormento tra le fauci del divano alle dieci nel bel mezzo di un film che tutto sommato mi piace? La colpa sta nella mancanza, per un tempo  prolungato, dello stupore vero, quello generato dal film clamoroso, dal disco incantevole, della forma d’arte perfetta capace di prenderci in ostaggio il fiato e il cuore. Manca un film recente nuovo tra i miei 20 film preferiti, non esiste un disco piu’ giovane di 20 anni tra i miei cinquanta prediletti. Manca un nome nuovo tra quelli dei miei amici migliori che ancora dopo tanto tempo, cosi’ ho voglia di considerarli. A dire il vero, chi li ha piu’ visti? Manca la sensazione del tempo condiviso, del periodo storico che accomuna e unisce nel collante di un qualche bel ricordo collettivo, un tavolo sul quale riunirsi e ridere delle nostre disavventure.C’e’ tanta bruttezza in giro.Mi chiudo a riccio e accedo al piacere di essere vivo attraverso il vedere crescere il mio bambino, scrutarne in segreto i movimenti, il suo gioco solitario e la sua capacita’ sofisticata di prendermi in giro. Gia’ molto piu’ paraculo di me, e ce ne vuole.
A volte prenderei questo aggeggio e comincerei a scrivere giu’ una lista delle cose e delle persone che non mi piacciono, i brani radiofonici che odio, gli artisti che manderei a scavare nel buio di una miniera, direi in maniera liberatoria che questo e quello mi fanno cagare. Pioverebbero querele a gogo’ e onestamente non mi andrebbe di affrontare la legge. Mi vorrei alleggerire dal brutto che mi avvolge, la ruggine che ci impedisce la fluidita’ di pensiero, le stronzate del conformismo, le sorpresine della merendina e i premi conquistati coi punti carburante.Vorrei ma non posso, vorrei imbracciare un mitragliatore Thompson carico di giuggiole cal. 45 e polverizzare la TV con la sua vita in diretta dentro, le lacrime della mia italietta che non va mai da nessuna parte coi valori sponsorizzati dall’ipocrisia legalizzata del buono di turno. Le buone lacrime, copiose e i santo subito non mancano mai sulla buona tavola. Assieme alle tagliatelle di nonna Pina. Non manca il sangue, fresco, rappreso o presunto, carburante senza ottani di gialli ben confezionati per garantire una stagione piena di ascolti di PORTAAPORTAMATRIX e che cazzo ancora. Manca soltanto tutto il resto.Manca lo sforzo di far diventare realta’ i sogni, a nessuno ormai piu’ interessa sognare, compiere imprese epiche. Il generale rilassamento e’ impressionante.Giovani vecchi votati al consumo, la mancanza di ambizione si sostituisce a colpi di rate. Dopotutto oggi ci si puo’ permettere tutto. Si e’ tutto, volendo, anche se in modo fittizio, virtuali eroi del mai. Maispeice e’ il termometro di questa febbre di esistere a bassi costi, a sforzo zero.
Tutti leggono Baudlaire e ascoltano Nick Drake, tutti amano i Blues Brothers e Vincent Gallo, tutti spacciano la loro vita come un surrogato di avventura, tutti sono Johnny Cash e Renato Vallanzasca. Tutte fighe intelligenti, spiriti liberi accessibili, curiose e all’occorrenza un po’ pazzerelle. Mah!
Vien voglia di cercare la sana commessa di alimentari nel paesino sperduto dell’appennino, gnorante, sorridente e naturalmente seducente come un cuscino di zucchero filato. Certo conquistare l’ignoranza e’ meno difficile che misurarsi con la stracultura promessa via rete. La voglio ingenua, capace di stupirsi e laureata in coiffeure. Vien voglia di fuggire per le strade dissestate di campagna a caccia di colesterolo e storie da raccontarsi al buio. Mi manca poco cosi’ per non avere niente. Eppure ho tutto. Tutto quello  che  occorre per distrarsi. Tutto tranne un bel Thompson mod.1921, caricatore a tamburo da 50 colpi, impugnature sagomate e calcio in legno massello. Non stonerebbe sul sedile della mia Taunus, persuasore occulto per chiedere precedenza agli incroci e far benzina senza bancomat, ne’ contante. Potrei prendermi il premio fedelta’ Esso senza i mille bollini richiesti. Ecco cosa mi manca. Il Thompson. Che credevi, mi mancassi tu?

Quel giorno.


2008
11.16

Un giorno mi verra’ chiesto di scegliere, dal grande mazzo della mia vita andata, un giorno per poterlo rivivere . Lo so.
Un giorno soltanto, come premio per buona condotta. Mi verra’ offerto di interrompere l’agognata eternita’ per tornare a vivere 24 ore soltanto di una vita intera, a mia scelta.
So gia’ quale giorno sceglierei. Lo sceglierei insignificante e noioso, ma fondamentale.
Un quadretto d’inverno sul finire degli anni settanta, un giorno di neve e desolazione. Io nella mia cameretta, il quaderno di Magilla Gorilla aperto sulla scrivania in abete, la matita smangiucchiata in bocca e l’astuccio con gomme profumate alla frutta e colori Giotto senza punta.
Io da solo, ancora senza fratelli, fidanzate, mogli e figli. Nessuno. Mia madre in cucina a bruciare la solita torta di mele, mio padre nel garage a dipingere le sue tele astratte. Un gennaio livido e nevoso. Il tempo dilatato nel silenzio della campagna sordomuta tutt’attorno. Campi sterminati senza ancora la moltitudine di villette bifamiliari e le file di lampioni gialli. Quasi nessuna macchina in giro. Un vecchio in bicicletta soltanto, imbacuccato nella sciarpona di lana e occhiali spessi appannati dal fiato caldo.Qualche saltellante passerotto sulla neve, il mio gatto, la cagnolina Tea. Il medioevo.
Ho un maglione a rombi e sotto un maglioncino a lupetto di misto terital beige. I pantaloni, manco a dirlo, sono di velluto, marroni a coste larghissime. Calzettoni ai piedi. Niente tv, niente radio, solo una puzzolente confezione di Dash rimasta aperta troppo a lungo per essere ancora plasmata. Un giorno inutile e freddo. La capanna degli attrezzi ha il tetto in Eternit, e li sopra la neve senza impronte e buchi e’ ancora piu’ bianca, illibata. Dentro la capanna c’e’ una vecchia moto Guzzi Stornello 125 col serbatoio di un Malanca. I miei unici amici sono i miei cugini, Gianni e Lele, ma non li vedo spesso. Oggi ad esempio, no. Loro vanno a catechismo, io se posso evito.Il cielo promette altri fiocchi e fa buio alle cinque. Sento un vicino srotolare una bestemmia lunga un chilometro tutta d’un fiato. Urla al figlio che deve spalare la neve. Neanche lui va a catechismo. E’ il vecchio Machinon. Dico vecchio ma ha l’eta’ di mia madre, ha solo bevuto tanto tanto piu’ vino di lei, e fumato nazionali senza filtro. Suo figlio Claudio e’ amico mio, anche lui. In estate facciamo la lotta in giardino come in certi film di kung-fu che si vedono il sabato sera su Telemare58, oppure costruiamo carrettini in legno. Lui come ruote usa i cuscinetti a sfera che trova buttati dal meccanico.Una sciccheria. Alcuni suoi amici grandi di quattordici anni ci trascinano coi loro Ciao truccati. Quello di Aurelio fa i sessantacinque!
Macchine non ne passano mai. Oggi l’estate e’ un pianeta lontano. Il freddo s’e’ portato via tutto, Il profumo, l’oro del grano e anche i grilli col loro assordante concerto per zampette in si minore.
Sto alla finestra e guardo la neve che si e’ vestita di una crosticina di ghiaccio e brilla di azzurro. Il tempo e’ fermo. Sono solo e preoccupato per questo pomeriggio infinito che comincia a sprofondare nel buio, un lento inabissamento nelle tenebre scandito dai rintocchi della vicina chiesetta che richiama i suoi fedeli. Un pensiero soltanto mi tiene a galla. E’ la sensazione straordinaria che tutto dovra’ ancora succedere e una vampa di ottimismo ed eccitazione sale su come un fuoco. Sono soltanto un bambino, e’ tutto davanti a me e posso inventarmi la vita come la voglio. Guidero’ una macchina, lavorero’ e potro’ comprarmi tutto quello che vorro’, avro’ una fidanzata da baciare. Ma non fumero’, odio le sigarette.
Se potessi, tornerei a quel giorno. Al nulla. A quella magnifica sensazione di essere sulla pedana di partenza pronto a sentire lo sparo, contratto prima dello slancio.Tutto davanti a me. Padrone del tempo da portare a spasso, al guinzaglio.

L’arte di stupirsi


2008
11.16

Dalla routine del lavoro, nella consuetudine dei viaggi e delle facce che si sovrappongono, ci salva lo stupore. Lo stupore altrui e’ la linfa vitale per il nostro orgasmo. Il nostro una rarita’ sempre molto ambita.
Nella ripetizione degli spostamenti, appesantiti da cibi grassi e fumo nelle arterie, ci rinfranca il gusto di continuare ad esserci, compagni in preda allo stesso miraggio e incapaci di pensare di cambiare strada. Ci spostiamo come una famiglia di nomadi lasciando a casa le stoviglie nel lavello e le bollette da pagare inchiodate al frigo col magnete a forma di zucchina.
Ognuno srotola il riassunto delle sue disfatte personali e a turno si prende in mano il volante e si ascolta. La strada trasforma il nostro involucro di lamiera e caucciu’ nel bar all’angolo, quello col telefono a gettone vicino alla tualett. C’e’ anche chi dorme stretto al suo strumento, amato come una donna che non si tradira’ mai. Non sono i soldi che ci tengono assieme. Non e’ mai stato cosi’ anche se non s’e’ mai suonato per le noccioline. Anche se c’e’ chi crede che io mi sia arricchito soltanto perche’ guido una lussuosissima ford Taunus preda della ruggine e inseguita dallo spettro della revisione. C’e’ la fuga, il viaggio, l’avventura sempre uguale e sempre diversa. C’e’ la speranza di cambiare qualcosa, di lasciare qualcosa, di arrivare a vincere la stanchezza degli anni vissuti a meta’ tra convivenza col normale e desiderio, spossatezza che si insinua a strati irrigidendendo il muscolo della follia.
Il benessere soffoca la sana follia, preferire il caldo divano di casa al girovagare notturno tra le condense della nebbia novembrina, frega. Il gusto di approdare in piena notte alla bettola e scoprire che e’ tornata la vecchia gestione, quella che faceva suonare nello scantinato male illuminato e distribuiva ciotole di brustoline grosse come padelle, non si compra all’Iper. Una mano sulla spalla di un amico ingrassato a vino e sregolatezza, il tuo tavolo sbucciato nell’angolo vicino ai giochi di societa’, la carbonara al dente alle tre di mattina. Dovresti essere sul guanciale a riposare e invece contempli il guanciale di maiale rosolato e mantecato nell’uovo.
Basta un pugno di ore per riavvogere il nastro e lasciare l’impronta della vita sul tempo. Sogno locali jazz e musica fino al mattino, sogno locande con camere da letto al piano di sopra, vino e coperte gelate da scaldare col desiderio di impastare le carni in un gemito unico. Sogno l’habitat ideale per coltivare lo stupore e la gioia. Un luogo dove si misuri il valore dell’uomo in base alla grandezza del suo cuore, dove l’espressione artistica abbia la giusta esposizione affinche’ altri cuori crescano. Il nostro luogo e’ vissuto a rate, spezzettato, disseminato tra i vari clubs che ci ospitano. Muri, minestre e province lontane tra loro, eppure imparentate.
Diventiamo collante di una societa’ sotterranea e notturna che vive ancora nel gusto dell’evento, dei fuochi d’artificio, della magia del palco. Li vedi alcuni li’ in mezzo, vorrebbero essere sul ring anche loro, essere te e prendere a pugni la melodia. E’ il seme malato che si diffonde volontariamente e cresce piante carnivore. La fame di fama e’ un virus robusto.
Ci sei stato anche tu prima di loro sotto al palco ad adorare il tuo musicista, il tuo spirito guida, il tuo ideale di vita ristretto in due ore di funambolismi e luci. Ora per vendicarti di tutto quell’amore raccolto che trasuda dal tuo lavoro, inganni l’animo piu’ sensibile, corrompi e giochi col desiderio inconfessabile di chi la vita subisce e non riesce a pilotare. Le donne le guardiamo con attenzione. Quelle che ci piacciono ci fanno premere l’acceleratore. Cerchiamo di non perderle di vista e quando le vediamo scomparire tra le teste nere verso il bar, sale l’inquietudine infantile, come perdere mamma a spiaggia a ferragosto.
I musicisti sono dei bambini incapaci di invecchiare, incurabili narcisisti, violenti romantici avidi di sguardi ammiccanti e coccole.
Il piacere dilata il tempo ma poi pare restringersi subito dopo. Cerchi invano il sapore di quella mattanza di note centrifugata nello schioccare degli applausi. Una vampa di calore saliva dallo stomaco al cervello. Sembrava whisky e bruciava verso l’alto. Lo stupore. Il tuo stupore.
Ti svegli col mal di testa e cerchi di aggrapparti ai ricordi del tuo compagno di battaglie che ha bevuto meno di te e dorme ancora nella stanza dell’albergo senza nome che dividete.
“Ma dove eri finito?”
“Ero al bar con quella tipa di Vicenza”
“Non ti ho piu’ visto!”
“Abbiamo incendiato il palco stanotte!”
“Non ce n’e’ per nessuno.”
“Facciamo colazione?”
“Mh, e’ tardi, sono gia’ le dieci e mezza.”
“Gli altri?”
“Non lo so. Dormiranno ancora.”
“Ci concediamo la super offerta caffe’pastaspremuta all’autogrill?”
“Autogrill!