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	<title>Grigliata Blog</title>
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	<description>il blog di Sam Paglia</description>
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		<title>Una casa.</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 16:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio 2007/2008]]></category>

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		<description><![CDATA[Mio padre era poco più che ragazzo nel 1970.
Era sposato da un anno, dopo un fidanzamento di cinque. Guidava una fiat 500. Era andato fino a Taranto richiamato dall’esercito e adesso tornava da sua moglie, a Cesenatico. Prese una strada diversa per il ritorno. Pensò che seguire il mare dal finestrino gli avrebbe tenuto compagnia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mio padre era poco più che ragazzo nel 1970.<br />
Era sposato da un anno, dopo un fidanzamento di cinque. Guidava una fiat 500. Era andato fino a Taranto richiamato dall’esercito e adesso tornava da sua moglie, a Cesenatico. Prese una strada diversa per il ritorno. Pensò che seguire il mare dal finestrino gli avrebbe tenuto compagnia e le curve del Gargano erano un prezzo onesto da pagare per godersi quel panorama inedito. Poche, pochissime le macchine in circolazione, qualche Fiat Lupetto carico di pecore, qualche Piaggio a tre ruote, molti asini. Le radici degli ulivi tenevano insieme quel promontorio spinto dalla curiosità a guardare l’acqua quasi fino a cascarci dentro. Poi passata la città di Vieste, arroccata sul tufo come un’antica fortezza  presa  come a morsi dalla schiuma delle onde molti metri più in basso, imboccò una strada che non aveva senso prendere, se non quella dell’istinto, quella del sentimento improvviso che assomiglia all’ispirazione del genio, consiglio irrazionale che da qualche parte porta sempre. Il profumo di origano misto all’odore di mare arrivava al cervello violento come un cazzotto, enfatizzato dal silenzio e da un cielo limpido che precipitava in acqua senza linea di demarcazione. Posso solo immaginare cosa potesse essere quella strada che poi avrei percorso per decenni con in gola l’affanno della vacanza pura, in quel lontano 1970. Era sterrata probabilmente, piena di buche, in discesa tra ciottoli e cacche ovine tonde come biglie nere di ossidiana, quella strada snodata come una biscia che passata l’ultima curva cieca apriva un sipario su di uno degli angoli più belli che ho mai visto. Mio padre fermò la macchina, scese e lo schiaffo della portiera chiusa rimbalzò sugli scogli. Si guardò attorno, poi allargò le braccia nel vano tentativo di abbracciare tutto quel quadro muto e idilliaco. Una baia a ferro di cavallo infilata tra due colline di roccia, una spiaggia lunga non più di 200 metri  vigilata da una vecchia casetta di tufo bianca con il tetto a volta di botte, in cima un comignolo nero di fuliggine. Non c’erano parole per tutta quella meraviglia e il cuore per un attimo ebbe paura di essere troppo piccolo. Si chiamava baia di Molinella. Sulla roccia di fronte, sopra ad un enorme grotta nera, buia e profonda come l’orbita vuota di Polifemo, c’erano i ruderi di una torre saracena, una parete di sassi  con una finestra aperta sul nulla, che assomigliava più ad una scenografia teatrale dimenticata che ad una roccaforte per avvistare pirati. Cosa l’aveva portato li’ a mio padre? Il caso? La sua insanabile curiosità per le strade che portano fuori da quella maestra? Adesso poco contava, ora Molinella esisteva e non sarebbe stato facile cancellarla dalla mente.<br />
Mio padre con l’aiuto di uno zio fiducioso comprò quella casetta e tutta la terra intorno. Pochi milioni di lire,  l’ equivalente di quattro vetture di media cilindrata. Non capita spesso nella vita di potersi comprare un sogno. Non c’era nulla. Niente, neppure una recinzione. C’erano pomodori, vitigni selvatici di uva dolce che partivano dal giardino e finivano direttamente dentro il mare, canneti, volpi, serpenti, rovi, uccelli misteriosi, sabbia , un vecchio pozzo in pietra. Dall’ingresso di casa al mare si potevano contare al massimo 30 passi. La notte la luce del faro di Vieste passava col suo fascio intermittente e scandagliava la costa muta.  Qualche barca di pescatori attraccava e buttava una rete, in lontananza un asino ragliava come se lo stessero facendo a pezzi, poi più nulla.<br />
Divenne la nostra casa estiva delle vacanze, la meta certa della fine estate, quando il negozio  dei miei  specializzato in spaccio di collanine di plastica e cianfrusaglie per tedeschi e olandesi chiudeva e le scuole ancora non erano tornate a spalancare le fauci per tormentarci coi denti aguzzi del dovere. Un appuntamento irrinunciabile. Dalla metà degli anni 70 di cui ricordo pochissimo, agli anni 80 con mio fratello piccolo o gli amici di scuola, fino agli anni 90 con la fidanzata e i primi del 2000 con la mia band, di passaggio per una dormita e una fetta di pane col pomodoro durante una pausa dai nostri frequenti tour pugliesi. La parte ludica della nostra vita era tutta la, a 500 km. a sud della vita consueta. Lontana per odori , sapori ed abitudini dalla monotona campagna romagnola, sempre troppo umida e piatta, qualsiasi fosse la stagione in calendario. Viaggi sempre diversi, paesaggi in continuo movimento, mezzi di ogni tipo, dal treno al bus alle macchine spesso troppo scomode per starci in quattro coi bagagli. I primi viaggi furono in 500 coi nonni materni. In seguito ci si spostò in 127 e poi con una Fiesta del 1978 impreziosita dalla prima autoradio. Una sola regola immutata: l’obbligo di non fermarsi a far pipì ogni 20 minuti e niente panini dell&#8217;autogrill ma quelli preparati da mamma con la cotoletta nella borsona di vimini intrecciato. Capitava che ci venissero a trovare  gli amici di mio padre, i loro figli, i cugini, gli amici degli amici, gli zii. Nel camino si cucinava la carne di agnello, si abbrustoliva il pane, si decantava il portentoso olio del contadino Raffaele. La sera passava a raccontarsi storie fino a che la brace brillava in mezzo alla cenere. C’era la radio sintonizzata sulle voci pastose di un tempo andato che ti catturavano e ti incollavano li’ ad ascoltare, qualsiasi fosse l’argomento. Mio padre nei suoi zoccoli di legno imbracciava la chitarra senza pudore e snocciolava i soliti quattro classici di Woody Guthrie con l’entusiasmo di ragazzo. La dispensa del caffè era scavata nel muro di tufo largo un metro e mezzo, chiusa da due ante di legno e chiavistello. Profumava di caffè, di marmellata, di biscotti coi semi di finocchio, di taralli oppure c&#8217;erano quelli scuri fatti col mosto di vino e le mandorle. La notte si sentiva il mare bussare alla porta come se fosse rimasto chiuso fuori mentre le stelle erano tizzoni accesi buttati a piene mani, vicine tra loro al punto di scontrarsi l’un l’altra, di sovrapporsi. Ricordo il letto a castello arancione, le coperte di lana, l’odore acre del camino e le ultime luci arancioni che spegnevano infilate tra la cenere e si confondevano col nero dei nostri occhi ormai presi dal sonno. La mattina il sole entrava come una lama gialla dritto in faccia. Ho il suono del portone di ferro proprio nelle orecchie. A volte mio padre bello mattiniero tornava dal forno del paese col pane caldo e qualche brioche, la radio già accesa coi notiziari di un mondo in fondo lontano da li’, quasi non ci riguardasse per niente. Lavavo la faccia in un catino di plastica, l’acqua presa dal pozzo con un vecchio secchio di metallo agganciato ad un argano. La spiaggia deserta, un profumo selvatico di vita che non dimenticherò mai e mia madre dentro al mare agile come un delfino.<br />
Nel novembre del 1981 mio padre parti’ per un mese da casa per quella destinazione che conoscevamo solo con la faccia dell&#8217;estate. Assieme ad alcuni muratori andò a costruire un pezzetto  aggiuntivo: una camera da letto, un cucinotto ed un bagno. Precedentemente il bagno era stato fuori, scomodissimo nell’orto tra zucchine, cocomeri e insetti improbabili. Scavarono un pozzo e portarono con pompa e tubature l’acqua dentro casa per la prima volta. L’antico pozzo  col secchio che ci portava  l’acqua ce lo avevano avvelenato buttandoci dentro dei cuccioli di cane vivi. I tempi stavano cambiando, qualcuno aveva messo gli occhi su quella terra immacolata e la casetta dalla posizione invidiabile. Invidia appunto e messaggio mafioso inequivocabile. Passò qualche anno e mio padre cominciò a vendere un po’ di terra spinto da bisogno economico e da istinto di conservazione. A pochi metri da noi non tardò a crescere il primo rudimentale camping. Poi tra noi e il camping vendette un altro pezzetto di terra ad un privato, un colonnello di Bari in pensione deciso a tenersi a distanza la caciara di quel campeggio con mitragliatrici e filo spinato. Era un buon vicino, amante della buona cucina e di quella spiaggia sempre meno esclusiva.  Le cose  però erano cambiate. Tra noi e il mare venne costruita una strada,  fu espropriata una bella fetta di terra nostra e le macchine cominciarono a camminarci sopra con ritmi sempre più accelerati. Davanti al mare una rozza capanna di mattoni e canne, divenne un piccolo bar in cemento e poi in seguito un piccolo ristorantino. La spiaggia era ancora deserta, qualche ombrellone a fiori abbinato a thermos col the’ freddo e qualche stuoia di paglia. Noi che scappavamo dall’omologazione balneare di Cesenatico fatta di file di ombrelloni tutti uguali e juke boxe a tutto volume, sapevamo di essere tutto sommato ancora al sicuro.<br />
Qualche anno fa mio padre ha venduto tutto, stanco di combattere contro l’imbecillità e il progresso che promette a tutti una fetta di paradiso nel cemento. I figli crescono, gli amici si dissolvono , alcuni di questi molto cari legati a quelle vacanze sono morti, le strade si intasano e il sole si sbriciola.<br />
A fine luglio di quest’anno ero a suonare in Puglia. La prima data di quattro a S. Giovanni Rotondo. La mattina successiva prima di partire per Foggia ho pensato di farmi un bagno a Mattinata, pochi chilometri dal nostro albergo. Invece il furgone ha proseguito zigzagando su per la litoranea che 40 anni fa fece mio padre senza incontrare macchine o motociclisti. Ecco Vieste, riempita come una Riccione qualsiasi, nell’aria neppure la traccia di quegli odori violenti. Racconto agli amici di quegli anni, di quello che era stato. Difficile trasmettere l’emozione che provo a raccontare al passato di quei luoghi pur essendo li. Ci fermiamo ad un forno in pieno centro per un pezzo di focaccia. Almeno quello è ancora li dove lo avevo lasciato, non c’é un Internet point al suo posto.  La commessa e’ bellissima, avrà vent’anni. Non ricordavo che ci fossero mai state donne belle a Vieste. Anche le bambine della mie età  negli anni 70, portavano i baffi, cotte dal sole come Tuareg, occhi furbi di zingara e sandali di gomma ai piedi. La focaccia è abbastanza buona. “Adesso vi faccio vedere dov’era casa mia”. Prendiamo la strada. Dopo l’ultima curva in discesa, anche il mare lo trovo ancora al suo posto anche se il colore non e&#8217; lo stesso. Sulla collinetta, sopra la grotta la torre saracena non c’è più. La spiaggia è coperta di ombrelloni  dello stesso colore e il mare se n’è mangiata un pezzo. So che il brutto e’ cresciuto come un cancro ma mi aspetto di trovare la casetta dov’era, magari restaurata, imbiancata. Invece dietro ad un cancello di acciaio alto e brutto come se dovesse difendere un aeroporto militare, c’è una villetta nuova senza stile con un porticato ad archi e le persiane in anticorodal. Sento un groppo in gola. Una violazione della mia anima. Fuori dove c’era il vecchio pozzo il pietra, giocano su scivoli di plastica dei bambini tristi. Una mamma brutta esce dalla porta, sciatta, stanca di quella vacanza. Mi guarda attaccato al cancello mentre guardo lei sull’uscio di una casa che non c’è più. La nostra casa che adesso è solo un ricordo forte. Vorrei minare tutto e fare esplodere quella mostruosità. Poi l’odio vertiginoso si placa. Mi giro verso la spiaggia e mi vedo bambino tornare a casa verso sera. Solo e attraversato da un brivido di freddo, i capelli bagnati color pece incollati sulla fronte, le gambe secche e nere di sole, l’asciugamano di spugna che mi asciuga dopo l’ultimo bagno, lo sguardo rivolto verso al fumo bianco che esce dal camino di quella casetta con la porta dipinta di rosso che non cambierà mai perché è li dal 1920 sempre uguale. Mi sembra di sentire lo scoppiettio della legna divorata dal fuoco. Mia madre ci sta cucinando qualcosa di buono.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 11</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 22:25:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quelli andati non erano da poco.
Nessuno era in più nell’orchestra del maestro Sancisi. Ogni  ingranaggio, ogni strumento era indispensabile a far girare quella complessa macchina di suoni ed emozioni.
Chi non ricorda Rodolfo.
Rodolfo Ferri, detto Fufù,  fu per  trent’anni la tromba languida sempre al fianco di Alvaro. Suonava che era una meraviglia, meglio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quelli andati non erano da poco.<br />
Nessuno era in più nell’orchestra del maestro Sancisi. Ogni  ingranaggio, ogni strumento era indispensabile a far girare quella complessa macchina di suoni ed emozioni.<br />
Chi non ricorda Rodolfo.<br />
Rodolfo Ferri, detto Fufù,  fu per  trent’anni la tromba languida sempre al fianco di Alvaro. Suonava che era una meraviglia, meglio di Ninì Rosso a detta di tanti. E la musica neppure sapeva leggere. Fufù era stato l’indiscusso amatore numero uno di tutte le balere, un vero gigolò: baffetto curato, capello nero impomatato di pasta Linetti, scarpa bicolore a coda di rondine beige e marrone e gilet damascato stretto in vita ad accentuare un fisico asciutto e prestante. Di suo pugno ricordiamo la bellissima “Malinconico autogrill” , un valzer in 7/8 denso di amore. Una storia impossibile tra una zingara col viziaccio delle autoradio altrui e un benzinaio della Tamoil un pochino piromane. Un amore rapido e scottante come un rogo della festa di S. Giuseppe. Erano queste storie prese dalla realtà di tutti i giorni che appassionavano le coppie di quelle lontane balere. Centinaia  furono le spose infedeli conquistate tra il club “Ippocampo” e “La gondola d’oro” dalle note di quella canzone furba e senza via di scampo come la carta moschicida. Rodolfo a spettacolo terminato o durante una pausa per riposare il labbro sotto sforzo, le invitava a vedere il camerino, ad accarezzare la tromba, a bere un cordiale con lui. Nessuna arrivava a vedere la luce della saletta destinata al cambio d’abito degli artisti, si fermavano nell’angolo buio dei cartoni della Won Wunster, tra il biliardo in disuso e il telefono a gettone appeso tra i pannelli in lamiera stampata del Cynar. Poi un Rosso Antico tenuto in fiaschetta nel taschino del corpetto, scivolava in gola come se fosse stata spuma nera mentre nel buio più pesto schioccava la fiamma arancio di un minerva ad accendere la Muratti. La Muratti conclusiva, a chiudere, a passione consumata. Chissà quanti erano stati i figlioli illegittimi concepiti in quello sgabuzzo polveroso. A nulla servivano le mille raccomandazioni di Alvaro per ridurre il numero degli eredi della tromba più trombarola del circondario di Cesena. “Se vuoi evitare di lasciarle incinta, fai come me:  spegni sempre la luce oppure pensa a qualcosa di brutto brutto, tipo Ernesto il fabbro di Gambettola” Raccomandava il saggio capo orchestra che con una moglie brutta come la sua Ines, gli veniva naturale anche al sole di spegnere la luce, mentre a non farla ingravidare ci pesava il Signore dall’alto dei cieli con tutto il suo infinito buon senso. Poi quel povero disgraziato di Ernesto colpito in faccia da bambino dal calcio di un cavallo, messo vicino alla Ines, non era poi così brutto. Rodolfo detto Fufù  finì sotto un treno  l’anno dopo  che Alvaro decise di sciogliere l’orchestra. Cubettato come la pancetta sopra allo spaghetto alla carbonara, lui e la sua presunta ultima fiamma, la bidella Nella. Erano stati polverizzati dal diretto Lione-Budrio come statue di sale, coriandoli di stracci senza neppure una goccia di sangue. Amanti per l’ultima volta tra quei binari nel tentativo di resuscitare la leggendaria libido del portentoso musicista in un gioco pericoloso ed eccitante. Bastava poco, un libricino in tasca con gli orari dei treni e buttarci un occhio tra un bacio e un morso.<br />
Qualcuno dice di aver riconosciuto la sua tromba ormai ossidata dal tempo in una banchetta di cianfrusaglie al mercatino dell’usato di Santarcangelo.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 10</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 08:20:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Suo  figlio l’aveva fatto sbroccare.
Fin da piccolo aveva manifestato passioni di dubbia appartenenza. A 10 anni  esprimeva il desiderio di un set completo di Barbie ballerina e accessori come richiesta da letterina a babbo natale. A 14 anni implorò per un motorino fucsia come quello delle sue amiche. Lui aveva pensato di passargli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Suo  figlio l’aveva fatto sbroccare.<br />
Fin da piccolo aveva manifestato passioni di dubbia appartenenza. A 10 anni  esprimeva il desiderio di un set completo di Barbie ballerina e accessori come richiesta da letterina a babbo natale. A 14 anni implorò per un motorino fucsia come quello delle sue amiche. Lui aveva pensato di passargli in eredità il suo Malaguti del 1960 a tre marce, un oggetto virile, magari un po’ fuori moda ma molto maschio. Non c’era stato verso. Il giovane adolescente inquieto aveva minacciato di graffiargli tutta la casa con le sue unghie, unghie robuste rinforzate dallo smalto. A 16 anni l’aveva beccato fare jogging con indosso una pantacalza e scaldamuscoli uguali a quelli di Jane Fonda nel suo video di aerobica tanto in voga in quell’estate del 1983. Il video tardò poco a trovarlo, avvolto e sigillato in una sportina di plastica e infilato nello sciacquone del water. Dannate videocassette, avrebbero traviato intere generazioni. Lui era rimasto ai docili filmini in super 8 di Stanlio e Ollio e Speedy Gonzales. Poi la goccia che fece traboccare l’otre già colmo di rabbia. Elton John a tutto volume e il figlio degenere impegnato sul lettino della sua camera a depilarsi le gambe con un rasoio. Entrò stringendo in mano una tessera plastificata scivolata fuori dai suoi pantaloni, una tessera Arciqualcosa.“ Beh, non si bussa prima di entrare?”- Glielo disse togliendo dalle labbra una sigaretta  sottile e sbattendo le palpebre dalle lunghe ciglia come fosse Marlene Dietrich. “ Balzac contò mentalmente fino a dieci cercando la bestemmia più adatta alla circostanza poi sbottò in un più onesto e disperato:”Mo te sei proprio un finocchiaccio allora!” Poi addentò la tesserina e ne fece mille pezzetti. Balzac aveva bollito il cervello definitivamente. Tutto il paese ormai sapeva che suo figlio Wedmer stava di là col nemico. Anche il suo antico amico Bergonzi, che quel pomeriggio di fuoco lo avrebbe passato nascosto dietro il bancone del bar con i pantaloni farciti di paura.<br />
Nei primi anni di quel soggiorno nella casa di cura per malattie mentali, Balzac era stato piuttosto sereno. Passava le giornate conversando con una macchia di muffa a forma di mucca appiccicata al soffitto della sua stanza. Ma anche quello svago non tardò a venire proibito.  Appena scoppiato il caso della “mucca pazza”, il direttore di quel manicomio aveva deciso di far imbiancare quella porzione di muro disegnato dall’umidità. “Non si sa mai!”- avrebbe detto- “ Non vorrei mettere a repentaglio la salute dei miei pazienti!”. Così il povero Balzac precipitò in un mutismo preoccupante divenendo meno loquace di una foglia di lattuga. Alvaro non ebbe mai il coraggio di andarlo a trovare e tolse il saluto a Wedmer che nel frattempo aveva trovato impiego come commessa nella merceria “Luisanna”.</p>
<p>Questi erano quelli rimasti. La testimonianza vivente della gloriosa orchestra “Le astronavi spaziali”.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 9</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 08:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Walter Balzocca detto Balzac, era stato la fisarmonica più sensuale di Faenza.
Il suo impero si era allargato fin quasi ai confini con Imola e perfino uno come Ivo Spataccini, definito in assoluto il più grande interprete dello strumento a mantice, aveva temuto il suo carisma. Era ancora vivo ma non in grande forma, Balzac. Era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Walter Balzocca detto Balzac, era stato la fisarmonica più sensuale di Faenza.<br />
Il suo impero si era allargato fin quasi ai confini con Imola e perfino uno come Ivo Spataccini, definito in assoluto il più grande interprete dello strumento a mantice, aveva temuto il suo carisma. Era ancora vivo ma non in grande forma, Balzac. Era chiuso nell’ospedale psichiatrico di Brisighella e non aveva più spiccicato parola dal suo ingresso in quella gabbia di matti. Passava il tempo seduto sulla sua sedia di formica a guardarsi i piedi e a sorridere di tanto in tanto. Non parlava con nessuno di quegli ospiti che come lui erano stati allontanati dalla sana comunità. Quelli a detta sua erano pazzi e a starci troppo a contatto si diventava come loro. Meglio dare da mangiare alle formiche e sussurrare agli alberi del giardino le sue originali formule matematiche per  rallentare il giro della terra e allungare i giorni. Era dal 1991 che era la dentro.  Non era matto, ma si era stancato di ripeterlo al ritratto di Don Bosco che capeggiava nella sala mensa. Quanti fumi di brodo caldo si era dovuto sopportare quel povero prete appeso lassù in quella cornice. La notte il silenzio veniva accoltellato da urla improvvise e lancinanti. Poi il silenzio più profondo.  La fisarmonica non la suonava più da un pezzo  ma ricordava a memoria tutto il repertorio e ogni tanto poggiando le dita sullo schienale della seggiola verde acqua, ripassava le scale più difficili visualizzando le note che nella sua memoria si erano fatte più secche, striminzite e curve come lui. I gendarmi lo avevano intimato di lasciare a terra il fucile e uscire dal bar con le mani sulla testa. Era una domenica pomeriggio di maggio, pigra e calda e nulla lasciava presupporre che sarebbe successo qualcosa del genere. Il vecchio Bergonzi leccava il cucchiaino di plastica della sua “coppa del nonno”, un occhio sul giornale e uno su Paolo Valenti alla televisione, telecronista dei novanta minuti più importanti per il popolo dei bar. Balzac era entrato all’improvviso tenendo saldo tra le grosse mani nodose un vecchio fucile Mauser rimasto nascosto nel suo pollaio, avvolto dentro uno straccio unto, dalla fine della guerra. “Dove sei codardo? Ti faccio vedere io chi è il matto!” Bergonzi e Balzac erano stati grandi amici fino a quel momento, fino alla mattina di quella stessa domenica quando dopo la processione di Don Elves, si erano incontrati ai giardinetti per un sorbetto al limone. Parlavano di calcio. Balzac se ne era uscito con una frase senza troppo senso e aveva cominciato a difenderla come se fosse la verità, la verità che non si tocca. “ Il Faenza Calcio il prossimo anno sarà in serie A!” &#8211; “Stai scherzando vero? E’ ultimo nella classifica della serie D!”-“ Si, lo so..ma il prossimo anno…sssschimmm! Vedrai come schizzerà in alto!”- “Te sei matto!” Se c’era una cosa che lo faceva andar di matto, era qualcuno che gli dicesse “sei matto”, a maggior ragione se era convinto di una sua idea. Ma il problema era un altro. Matto ci stava diventando sul serio e non per causa del Faenza Calcio.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 8</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 13:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fulvio.
Fulvio Poletti in arte “Dudidi”, il basso elettrico dell’orchestra  “Le astronavi spaziali”. La mano destra di Fulvio contava tre dita soltanto e solo due di queste  venivano usate per pizzicare le corde del suo Davoli Krundaal semiacustico, da cui appunto il soprannome “Duedita”.  Le aveva lasciate nella portiera di una Lancia Flaminia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fulvio.</p>
<p>Fulvio Poletti in arte “Dudidi”, il basso elettrico dell’orchestra  “Le astronavi spaziali”. La mano destra di Fulvio contava tre dita soltanto e solo due di queste  venivano usate per pizzicare le corde del suo Davoli Krundaal semiacustico, da cui appunto il soprannome “Duedita”.  Le aveva lasciate nella portiera di una Lancia Flaminia affittata per il matrimonio di suo fratello Germano. Aveva fatto da testimone con una mano fasciata intrisa di sangue e le dita mozzate nel taschino. Poi mandò il vestito a far smacchiare al lavasecco e le dita andarono perse. Era fatto così Fulvio, non dava troppo peso alle cose e questo atteggiamento fu in parte merito del suo successo. Fulvio era l’anima armonica del gruppo, un vero genio compositivo e macchina del ritmo. Accoppiato alla batteria di Zamboni , i due garantivano l’asfaltatura dei brani sulla quale far correre fisarmoniche e altri strumenti solisti. Pochi lo sanno ma “Sposa da fienile” e “Gita tra i sassi” portano la sua firma. Sarebbe potuto campare benone anche soltanto con i proventi  dei diritti d’autore di quei due capolavori, pietre miliari di tutte le balere da Crevalcore, fino a Gabicce mare. Ma Poletti era inarrestabile e non stava fermo un minuto. Negli anni settanta aveva messo in piedi uno studio di registrazione col fratello Germano e si era dedicato alle incisioni di musiche per fiabe per bambini, di quelle in formato a 45 giri allegate ai libricini illustrati. Poi nel 1978 produsse un disco di un gruppo punk  “I Rigurgito” di Lugo e fece  tredici. Il quartetto appena sfornato il disco venne folgorato sul palco da un fulmine durante il festival della bietola di Montiano.  Del cantante trovarono soltanto lo spillone da balia che portava infilato al naso. Un successone. Nel giro di poche settimane tutte le copie in circolazione andarono a ruba. Con il ricavato Poletti rivernicio’ la sua Opel  Rekord station vagon, ne cambiò le gomme anteriori e comprò un paio di microfoni Neumann. E pensare che nel movimento punk lui non ci avrebbe scommesso mezza lira.<br />
La Opel  Rekord 2000 era la sua grande passione e vanto. La curava come una figlia e due volte la settimana la strofinava con la cera per dare lucentezza alla sua vernice color melanzana. Sul cruscotto una foto del Duce autografata e datata 6 dicembre 1957. La dedica era scritta con un pennarello Uniposca rosa: “Al camerata Fulvio Poletti, orgoglio della musica Italica, Benito Mussolini”<br />
Qualche maligno aveva sollevato il sospetto che quella dedica fosse di dubbia autenticità.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 7</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 13:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Zamboni e Fulvio Poletti erano rimasti grandi amici. Oggi come  fin dai tempi dell’orchestra erano ancora frequentatori del bar Chinotto a S. Giustino. Zamboni era Zamboni e basta, nessuno ne aveva mai ricordato il nome di battesimo. Ma per gli amici più cari lui era semplicemente “Il vecchio”.  La sua stessa madre lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Zamboni e Fulvio Poletti erano rimasti grandi amici. Oggi come  fin dai tempi dell’orchestra erano ancora frequentatori del bar Chinotto a S. Giustino. Zamboni era Zamboni e basta, nessuno ne aveva mai ricordato il nome di battesimo. Ma per gli amici più cari lui era semplicemente “Il vecchio”.  La sua stessa madre lo aveva soprannominato così fin da bambino , si dice per via dei suoi tratti somatici diciamo così un po’ marcati. L’età di Zamboni non era certa. Se di fossero contate le rughe della sua fronte come si fa coi cerchi del tronco di un albero per poterne datare la vita, sarebbe risultato più vecchio del teatro Eden di Castiglione. Avete capito bene, il teatro Eden di Castiglione.</p>
<p>Il Vecchio.<br />
Zamboni era entrato nell’orchestra nell’estate del 1961 in qualità di batterista. Prima di lui un tale Otello Semprini aveva abdicato il seggiolino per aprire una salumeria a Borghereto. Oggi Borghereto è roba sua e via Zamboni è intitolata a lui, il suo successore di bacchette e tamburi. Il vecchio, sempre fiero ed elegante come seduto su di un trono dietro la sua Hollywood madreperlata color albicocca e cromata come la motocicletta di Brando ne “Il selvaggio”,  aveva pestato le pelli di quei fusti in acero per trent’anni senza mancare un giorno. Alvaro non aveva favoriti all’interno dell’orchestra e come un padre affettuoso e severo cercava di distribuire il suo carisma e gratificazioni in parti uguali. Ma per Zamboni coltivava una passione speciale, su di lui sapeva di poter contare sempre. Oltre cinquemila date in più di trent’anni sparse per tutto il mondo tra Emilia Romagna, Marche e Veneto e mai un colpo di cassa o rullante fuoriposto. Una volta erano stati addirittura in Liguria, ma la data venne cancellata per pioggia. Zamboni non si era sposato e viveva nelle case popolari con una pensione modesta. Tutti i guadagni erano finiti nella sua passione più grande: le moto Guzzi. Ne aveva oltre quaranta esemplari  e adesso che l’affitto del capannone dove le teneva tutte in fila era arrivato a costare il doppio, l’idea di cominciare a venderne qualcuna per potersi finalmente comprare un pezzetto di terra e costruirsene uno per sé, divenne una certezza.<br />
“Perché non ti sposi?” –Gli diceva spesso Alvaro. “Non mi piace nessuna. Beato te che hai incontrato la Ines!”- “La Ines? Ma se è brutta come un debito!”- “ Alvaro, mi permetta, ma la signora Ines, la sua signora, ha un certo fascino.” Alvaro scuoteva la testa. Possibile che a Zamboni non piacesse nessuna di quelle donne che si mangiavano l’orchestra durante il loro spettacolo. Lui che era costretto a viverci con la Ines, sarebbe scappato ogni sera con una diversa. Fascino la ines. Che bella sta cosa, l’aveva inorgoglito. Non avrebbe mai sospettato nulla del genere lui che l’aveva presa per moglie.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 6</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 12:09:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allo stagionato capo orchestra ribolliva dentro tutta una cosa strana e a stento riusciva ad arginare un copioso pianto di gioia. Riaffioravano limpidi un po’ di ricordi sparsi dei tempi andati. Alcuni di questi erano stati dati per dispersi, rimasti forse imbottigliati dentro qualche arteria indurita dal tempo . Facce, amici, strade, locali, notti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Allo stagionato capo orchestra ribolliva dentro tutta una cosa strana e a stento riusciva ad arginare un copioso pianto di gioia. Riaffioravano limpidi un po’ di ricordi sparsi dei tempi andati. Alcuni di questi erano stati dati per dispersi, rimasti forse imbottigliati dentro qualche arteria indurita dal tempo . Facce, amici, strade, locali, notti e competizioni  a suon di fisarmonica e organo Farfisa. Come quella volta durante il festival di shake acrobatico sul terrazzo del bar Yè Yè con vista mare. Era il 1966. La sua orchestra aveva addirittura sfidato un Rocky Roberts nel pieno della sua forma fisica strappandogli l’ambito primo premio, la famigerata coppa in cristallo di rocca e ghisa affumicata del considerevole peso di 83 chilogrammi. Il secondo premio consisteva in una poco appetibile scultura raffigurante la torre di Bertinoro in tutta la sua bellezza, opera forgiata a mano da e con le caccole degli orfanelli del monastero di S. Paolino. Bello, per carità, ma la ghisa è la ghisa. Quanti ricordi. Nel 1972 era riuscito perfino a duettare con la grande Mina al dancing Orchidea di Borgo Ronta. Grandissima la Mina! La cosa però non fece che procurargli grattacapi. La brillante cantante entusiasta di quel duetto improvvisato, chiese al Maestro Alvaro di ingaggiarla stabilmente nella sua orchestra. Alvaro ci pensò un attimo. Mina era un gran bel nome, ma si era ripromesso di non avere donne nella sua famiglia, l’esperienza con l’Oriella di qualche anno prima l’aveva segnato e non c’era verso di fargli cambiare idea. Alvaro fu molto chiaro e disse di no. Mina la prese male male. Forse c’era qualcosa di più di una grande stima reciproca e di mettere della dinamite in orchestra non era il caso. Quel garbato rifiuto fu l’inizio della crisi personale della povera Mina. Sempre più rare le sue apparizioni dal vivo, sempre più facile il whisky. Poi arrivarono gli psicofarmaci e i gli spuntini dopo la mezzanotte e la porchetta a colazione. Mina ingrassò, si lasciò crescere una folta barba e venne rilevata in cambio di una roulotte da un circo romeno. La musica aveva perso una grande interprete. Naturalmente mi riferisco alla Mina Roversi di Ponte Pietra. Non credo ce ne sia un’altra degna di menzione nel campo musicale. Poi magari mi sbaglio.<br />
Quanti ricordi e che fatica rimetterli in fila come un trenino partendo dal vagoncino più piccolo. Sembrava ci fossero ricordi belli soltanto. Rimettere insieme l’orchestrina dopo tutto quel tempo sarebbe stata un’impresa davvero faticosa. Forse quasi impossibile. Ma il fantasma del tenore Guadoni era stato chiaro: “ Piadina senza strutto per tutta l’eternità!”<br />
L’orchestra  originale era composta di otto grandi persone. Soltanto quattro di loro erano ancora in vita. Uno di questi, Balzac, era da anni rinchiuso in un ospedale per malattie mentali e nessuno l’aveva più visto.<br />
Ma andiamo per ordine.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 5.</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 08:05:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cantante Alvaro Sancisi aveva fondato la sua orchestra “Le astronavi spaziali” nella primavera del 1960 e ne aveva decretato il definitivo scioglimento nell’inverno del 1992.
Chiudere l’orchestra era stato un po’ come morire. Daltronde la musica da ballo si era ammalata seriamente e non sembrava esserci alcun antidoto a guarirla, a riportarla allo splendore dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il cantante Alvaro Sancisi aveva fondato la sua orchestra “Le astronavi spaziali” nella primavera del 1960 e ne aveva decretato il definitivo scioglimento nell’inverno del 1992.<br />
Chiudere l’orchestra era stato un po’ come morire. Daltronde la musica da ballo si era ammalata seriamente e non sembrava esserci alcun antidoto a guarirla, a riportarla allo splendore dei decenni passati. Le sale Bingo si portavano via gli ultimi dancing e il propagarsi dei computers minacciava seriamente la professionalità dei migliori strumentisti. Era la rivincita degli orchestrali brocchi, quelli senza talento che per anni avevano scalciato all’ombra dei grandi solisti per guadagnarsi un minuto di popolarità sul palco. In questo ambiente se non si aveva la musica dentro alla pari di cuore, reni , budella e pancreas, si era meno di niente, dei facchini della musica, dei servi della carta pentagrammata. La tribù dei somari rancorosi si stava riorganizzando con la complicità della cibernetica, si sarebbero messi in proprio proponendo il loro spettacolo artificiale da soli o al massimo con una cantante recuperata da una qualche orchestra collassata; avrebbero messo in piedi un repertorio fatto di dischetti e programmi e avrebbero venduto la serata ad un decimo del prezzo di una vera orchestra. Era la fine. Un’intera catena economica rischiava di spezzarsi. Pensate soltanto a Gino, il sarto di fiducia di Alvaro. Non crederete che certe giacche di paillettes si trovino nei negozi normali. E poi ancora: pantaloni di viscosa con la striscia di raso, camicie di seta,  gilet damascati, scarpe di vernice, rinforzi di tessuto per l’imbrago della fisarmonica, papillon di velluto, cravatte con scaglie di specchio cucite dentro, cappelli a larga tesa con fascia pitonata, fazzoletti con le iniziali ricamate. Prendete uno come il grande Gino e moltiplicatelo per cento, per mille. Ogni paese aveva la sua orchestra di punta e tutto un mondo brulicante dietro che partiva dal noleggiatore di pullman, al sarto, all’impresario, al negozio di strumenti musicali, fino alle trattorie e le locande dove fare mattina. Un microcosmo in procinto di implodere. Dannati computers. Bastava premere un bottone e un’intera orchestra senz’anima veniva sparata fuori dagli amplificatori senza chiedere permesso, senza quella discrezione che fa del musicista un signore che prima di tutto si sente di essere ospite, poi  intrattenitore. Niente musicisti, niente giacche di paillettes, niente calore umano, niente superalcolici. Niente.<br />
Chi si sarebbe preso cura di tutte quelle belle signore in preda ad irrefrenabili desideri di sesso orchestrale? Le conosceva bene Alvaro. Anche quando era sistemato in fondo alla balera, sul palco con i faretti rossi e gialli puntati sulla faccia, ne captava lo sguardo selvatico da lontano. Fameliche e irragionevoli, le fanatiche del ballo facevano  odore più delle altre e non mollavano le loro prede:  la prima fisarmonica, il batterista, il bassista e naturalmente lui, la star ,Il cantante. Anche queste donne erano rimaste senza bussola, perse. Alcune si erano date definitivamente una calmata, altre ritrovando la fede si erano iscritte ad alcuni corsi di taglio e cucito promossi dalla parrocchia di Don Elves. Ma non era la stessa cosa.<br />
I tanghi di Alvaro erano stati complici di grandi amori, la pioggia calda di note  delle Astronavi Spaziali scioglieva la pista da ballo e confondeva occhi e bocche. Le promesse ribollivano sensuali come melassa nel paiolo e le gravidanze si moltiplicavano come grappoli di ciliegie allo scoppiare della primavera. Ce n’era per tutte. Anche per le signore meno piacenti, quelle coperte di peli, quelle con pochi denti, quelle tarchiate, quelle senza culo, quelle che erano altrove mentre nostro Signore distribuiva la bellezza. L’orchestra di Alvaro ammaliava e unificava i sensi, la bellezza  a volte diventava dettaglio trascurabile. Almeno finché si stava stretti stretti cullati dalla musica nel buio di quei cameroni sudati. Erano anni in cui nascevano figli maschi di fibra grossa, mostri capaci di cavarsela da soli già dall’età di tre anni,  bambini grossi come vitelli subito messi alla prova in mezzo ad un campo a tirare un aratro coi denti. Altroché merendine al cacao e astucci di Cip e Ciop.<br />
A quasi vent’anni da quella disfatta Alvaro ci avrebbe riprovato. Si, senza alcun dubbio.</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 4</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 19:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci voleva un fantasma per capirlo.
Gli si era materializzato davanti, incorniciato da riflessi dorati  e sbuffi di giallo fumo sulfureo, il suo lontano insegnante di canto, il tenore Teobaldo Guadoni. Tutti conoscono il nome del Maestro Guadoni, genio di polke senza tempo e compositore della struggente “Aratro arrugginito”. Si, proprio quella, avete capito bene, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci voleva un fantasma per capirlo.<br />
Gli si era materializzato davanti, incorniciato da riflessi dorati  e sbuffi di giallo fumo sulfureo, il suo lontano insegnante di canto, il tenore Teobaldo Guadoni. Tutti conoscono il nome del Maestro Guadoni, genio di polke senza tempo e compositore della struggente “Aratro arrugginito”. Si, proprio quella, avete capito bene, l’unica canzone capace di tener testa a Claudio Villa nell’estate del 1956. Chi non s’è fatto un bel pianto ascoltando le parole di quella canzone?<br />
“… Mentre tu nonnino curvo aprivi la dura terra col tuo aratro arrugginito…aratro arrugginito…”<br />
Mamma mia mi vengo i brividi quando mi ricapita di ascoltarla. Alvaro seguiva la maestosa figura dai grossi baffi neri a manubrio fluttuare per la stanza lasciando dietro a sé un profumo dolciastro di incenso e tabacco da masticare. Poi d’un tratto il tenore si fermò e lo fissò con uno sguardo davvero poco rassicurante. Gli puntò il grosso indice sul quale brillava un massiccio anello d’oro  con pietrone nero incastonato e disse: “ Alvaro guai a te. Guai a te se non rimetti in piedi la tua orchestra!” Alvaro non riuscì ad emettere neppure un suono, immobile e col cuore in gola, seduto nel lettino di acciaio color avorio. Le ginocchia strette al petto in una posa di mummia e i pochi capelli rimasti dritti sulla piccola testolina da uccello come una cresta di filo spinato.”Rimetti in piedi l’orchestra Alvaro, altrimenti sarai condannato nell’aldilà ad essere straziato da morsi di grossi ratti e scarafaggi. Inoltre potrai cibarti di sola piadina!”<br />
Alvaro stava per abbozzare un sorriso, la piadina era la sua passione. “Aspetta ad esultare!” Lo ammonì prontamente il leggendario tenore e proseguì: “ Piadina ho detto, ma non di quella cara a noi impastata con farina e strutto di maiale, bensì di quella impastata con olio di oliva, come nella tradizione riminese!” L’idea della piadina cucinata nella ricetta riminese lo aveva spaventato più dell’idea dei topi e scarafaggi voraci. Lui con lo strutto di maiale ci si sarebbe fatto perfino la doccia. Non aveva scelta. Si mise a piangere come un bambino. Non era più paura la sua, ma la consapevolezza che il suo antico insegnante di canto avesse colpito al cuore. Certo che ci avrebbe riprovato. Avrebbe fatto i salti mortali per ricucire la sua splendida orchestra e tornare a farla suonare come da tempo non se ne sentivano in giro. Scapoli, vedove, circoli bocciofili, ballerini provetti, amatori di professione, zitelle, coppie a caccia di coppe, pensionati spossati, signore ninfomani e tiratardi per diletto non aspettavano altro. Tutti questi personaggi, soprattutto quelli rimasti vivi, erano rimasti orfani delle carezze di quell’orchestra dal suono inconfondibile e caldo come un plaid sulle ginocchia. La voce sensuale e roca di Alvaro non aveva avuto eredi e nessuno l’aveva mai dimenticato. Ci si era abituati all’idea della fine di quell’orchestra  come ci si abitua a tutto  quello che la vita pian piano sottrae. Ma la vita era cambiata  per tutti quelli che avevano avuto la fortuna di esserci, sia dentro l’orchestra diretta da Alvaro, sia nella pista da ballo a godere della sua musica. “Signor Guadoni, sia clemente…farò di tutto per rimettere insieme l’orchestra. Tornerò a cantare, fosse l’ultima cosa che farò nella mia vita. Lo giuro sulla vita di  mio fratello Anselmo!”</p>
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		<title>L&#8217;ultima orchestra. Parte 3</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 15:07:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una puntata di “Robe da non credervi” dedicata ai casi clamorosi di miracolati e sopravvissuti, ci aveva riportato alla mente una vicenda curiosa capitata a Walder, un camionista di Ponte Cucco nostro amico.
La puntata era quella dedicata al caso del paracadutista di Zurigo. Son sicuro che sapete di cosa parlo. Era successo verso la fine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una puntata di “Robe da non credervi” dedicata ai casi clamorosi di miracolati e sopravvissuti, ci aveva riportato alla mente una vicenda curiosa capitata a Walder, un camionista di Ponte Cucco nostro amico.<br />
La puntata era quella dedicata al caso del paracadutista di Zurigo. Son sicuro che sapete di cosa parlo. Era successo verso la fine degli anni ottanta. Un paracadutista finito nel bel mezzo di un’autostrada svizzera, rimasto illeso nonostante il paracadute non si fosse aperto, raccontava di essere stato centrato in pieno da un ‘autoarticolato in piena velocità. Anziché polverizzarlo, il mezzo lo aveva scorticato appena e cosa del tutto inspiegabile, guarito per sempre da una bronchite acute giudicata inguaribile proprio da alcuni specialisti svizzeri. E se lo dicono loro. Fin qui tutto normale. Il bello della storia era che il nome del conducente del tir, anagrammato, risultava essere quello del cane di uno zio del paracadutista scomparso in circostanze misteriose. Robe da non credervi!<br />
Walder si era trovato in prima persona  a vivere  una vicenda molto simile. Era una bella giornata di luglio, un bel cielo limpido, il che non poteva far pensare che sarebbe piovuto neppure uno sputo. Invece all’improvviso vien giù uno spaesato paracadutista e rotola davanti a Walder in piena statale 9 avvolto in una matassa di tessuto , cinghie e corde. Pochi metri dal bestione guidato da Walder. Un gran bel camion se visto in fotografia. Sembrava impossibile evitarlo, affrontare manovre di emergenza di quel tipo non e’ cosa facile. Ancora più difficile se si è impegnati  a mangiare una piadina farcita coi peperoni  tenendola con tutt’e due le mani. La gestione di una piadina imbottita a quel modo non è cosa semplice, in pochi riescono a mangiarla tenendola salda con una mano. I peperoni sono esseri imprevedibili, quelli scappano da sotto come anguille. Comunque il nostro eroe sembrava esserci riuscito , afferrando prontamente il volante con i denti e sterzando bruscamente all’ultimo momento. Nessuna botta, nessun sussulto del camion, nessun rumore di ossa rotte. Avrebbe dovuto fermarsi  a controllare, ma la statale 9 è un posto pericoloso se la si affronta  in retromarcia con un tir. Sentiva che era andata bene, che il Signore da lassù gli aveva teso la mano e già pregustava lo stupore dei suoi colleghi al bar Luisone che di storie del genere ne sentivano tante ma poche vere. E poi c’era di mezzo una piadina farcita ai peperoni, e tutti sanno cosa vuol dire gestirne una mentre si guida il proprio camion. Quella storia lo avrebbe consacrato avendo messo assieme abilita’, prontezza di rifessi, capacita’ intuitiva, destrezza, sentimento, gestione della paura e piadina ai peperoni. Sarebbe diventato l’eroe dell’anno del bar Luisone. Certo, finchè qualche settimana  dopo, insospettito da uno strano odore simile a quello del formaggio di fossa,<br />
non avesse ritrovato il paracadutista incastrato nel differenziale del cambio del suo Scania, ancora impacchettato nel suo paracadute e secco come un baccalà norvegese. Quella storia a distanza di anni faceva ancora piegare in due dal ridere gli avventori del Luisone, ma Walder aveva  già cambiato bar da un bel pezzo scegliendo la discrezione e il distacco quasi inglese del bar Conchiglia di s. Vito in Fiume.<br />
La fama e la popolarità che Alvaro si sarebbe guadagnato grazie a quello show carico di catastrofi e miracolati del caso, adesso non lo ingolosivano più. E non solo per via del fatto di aver fallito l’impresa e ritrovarsi solo come un cane in quel piccolo ospedale di campagna ammaccato come una pesca sotto la grandine. Quella spettrale visione, si insomma, quel fantasma, quella notte l’aveva convinto a seguire un’altra direzione. A riprendere la strada abbandonata da anni. La sua unica strada.</p>
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