L’orchestra sbrodolona e arrogante di Quincy Jones gira sul piatto immortale, col suo carico di una New York peccaminosa e swingante. Ho preparato lo smoking. L’ultimo dell’anno vesto lo smoking rimanessi anche in casa a celebrare coi Pippo Baudo e le paillettes del tubo catodico. Lo smoking in segno di rispetto per tutto quello che con l’anno consumato se ne diparte. Eccolo andarsene il vecchio zoppicante, un anno inutile condito da qualche sprazzo di vita oltre le dosi consigliate, qualche palude in cui rispecchiare il proprio statico destino, qualche gioia al guinzaglio corto pronta ad essere strattonata dalla ragione e dal dovere. Il vecchio Alfex si e’ sposato, Franz si e’ sposato, mio fratello e’ dimagrito e Bob ha venduto la sua Fender Jazz Master che “guai, fossi matto a vendermela!”. Eccolo un anno accartocciato nei suoi giorni ormai sgonfiati di senso come un canotto riposto nella cabina dello stabilimento balneare. Mi sono anche innamorato nel 2009, una pratica che rispolvero ogni due tre anni, un piacere e un dolore sempre diverso al quale cerco di divenire immune. Alla fine mi ritrovo solo piu’ vecchio e con qualche certezza in meno.L’unica certezza e’ che amo la mia compagna e questa dipendenzamicostringe a negarmi a deludere aspettative e a fuggire di continuo per meglio esistere. Mio figlio cresce e capisce che il mondo e’ imperfetto a partire da chi piu’ lo ama. Poche cose mi rimarranno di questo anno che mi consegna in pasto ad una nuova decade che sancisce se non la fine della giovinezza un suo innaturale e scomodo prolungamento. Mi rimane l’amicizia della gente che mi sostiene e che crede di ricevere qualcosa da me, il lavoro che abbiamo concretizzato nell’uscita del mio /nostro disco al suo quinto capitolo, la passione per le arti che pareva sprofondata in fondo ad una coltre i nebbia densa e crudele, la consapevolezza che l’amore e’ roba di tutti e come alla morte non gli si scappa.
La trazione posteriore del mio carrarmato metallizzato considera il ghiaccio come l’unico pericolo reale di questo mite pomeriggiopigro dal cielo color apocalisse e senza antidoto alcuno. Muoversi adagio e’ piu’ che consigliabile. Nello stereo suona Shirley Scott arrangiata da Gary Mc Farland. Il mio disco di organo preferito non porta il nome di Jimmy Smith sopra. Tutto appare bello, anche le luci sgangherate delle case grigie sulla provinciale sembrano aver senso cosi’ condite dal fumo denso della mia sigaretta e dall’organo della first lady dell’Hammond. Si, sfanalatemi pure, lo so che c’e’ ghiaccio, una lastra di ventichilometri quadrati . Visto cosi’ il natale non mi fa poi tanto schifo. In tasca una rarabanconota viola aspetta di essere cambiata in doni, frutta secca, vin brule’, etti di lardo pancettato e benzina drogata da ottani. La mia bolla calda di ferro e finta pella mi scalda, nel riflesso dello specchio retrovisore inseguo i riccioli di fumo che danzano verso l’azzurro cupo del cielo minaccioso. Stasera dovevo lavorarema salta tutto a causa del ghiaccio. Un po’ mi manchera’ non essere in viaggio coi ragazzi. Sono sicuro che Bob avrebbe portato una chitarra nuova . Bello pero’ essere sospeso in questo clima quasi metafisico alla Frank Capra. Mi stringo nel mio cappotto, nella pessima sciarpa marrone che mamma mi ha legato al collo con le solite mille raccomandazioni. Una mia cara amica mi chiama Scrooge. Oggi pero’ sono stranamente buono e come in un distillato di banalita’ da social network mi sento spinto ad augurare a tutti un buon natale. Non mi sente nessuno e lo dico a voce alta. Buon Natale.
Un amico.Mi mostra una copia del mio primo disco con una dedica chilometrica e una data che mi riporta quasi agli esordi, al 1999. I primi fans li trattavo bene e oltre alla firma aggiungevo disegni, scritte, e sciocchezze che a distanza rileggere un po’ mi imbarazza. Lo incontro nell’estate del 2007 e stranamente mi ricordo di lui sebbene siano passati tanti anni e lui sia dimagrito, sebbene in genere non abbia troppa memoria per le facce che in questo lavoro si moltiplicano come pagine di un calendario. Vuole subito una foto con me. Mi racconta di una malattia che lo ha inchiodato a un letto d’ospedale per due annie me lo dice sorridendo, come se stesse raccontando la vita del suo peggior nemico. Ha perso un po’ la vista, parte dell’udito, si muove lentamente come se fosse in bilico su di una corda in cima ad uno strapiombo. Sorride e mi appoggia una mano sulla spalla. Sorride e il suo sguardo e’ dolce. E’ musicista anche lui ma e’ tanto che non suona ed e’ contento di vedermi col mio trio nella sua citta’ dopo otto anni che non ci vediamo. E’ venuto apposta. Certe persone si conoscono appenama si aggiudicano un posto d’onore tra gli amici. Immediatamente. Quasibastasse una parola a codificare una password segreta , quasi si fosse amici da sempre e il disordine della vita ci avesse confuso e sparpagliato in mezzo a sconosciuti per troppo tempo. Alcuni li incontriamo sui libri, nei dischi, nelle opere d’arte anni dopo la loro scomparsa, vivi e scalcianti. Chi ci da piacere e’ amico nostro per forza. La musica unisce e parla la sua lingua universale a noi fratelli di passione e solitudine.
Non so se e’ giusto scrivere queste righe. Dovrei tenermi dentro qualcosa a volte, ma ho paura che marcisca e muoia con me. La morte e’ una cosa viva. Mi spaventa quasi come la vita. Ci penso di continuo per tenerla il piu’ possibile impegnata altrove, lontana dagli amici e dagli affetti. Prenditi gli estranei, quelli che sono un numero alla televisione e al massimo si abbassa il volume o si cambia canale. E siamo tutti estranei.
La vita e la morte non si incontrano. C’e’ una oppure l’altra e non dovrebbe preoccuparci tornare a non essere come lo non siamo stati prima di nascere. Non ricordo dolore, ne’ provo rancore. Un sonno ovattato, senza desiderie sogni. Poi improvvisamente arriva la vita e diamo per scontato che non sarebbe potuto essere diversamente. C’e’ un regno dei cieli, un tizio con la barba bianca, c’e’ un paradiso zeppo di vergini da conquistare a costo di farsi esplodere in metropolitana, c’e’ la possibilita’ di tornare a vivere ancora e ancora, sotto forma di gatto o istrice o tarlo. Viviamo e par non bastare mai. Sgomitiamo per meglio esistere. Serve a poco costruire porte blindate. Quello che ci prendiamo e non restituiamo non l’abbiamo mai posseduto. Rimane l’antica domanda del senso. Lo scopo, il fine, la risposta unica che vogliamo ma che viver senza porsi, forse non cambierebbe le cose.
Parlo con lui. Lo chiamo al telefono una sera dopo aver letto un suo messaggio che mi uccide, un messaggio crudo che se fosse uno scherzo sarebbe di cattivo gusto e idiota. E’ l’essenza della morte che parla attraverso la vita. La vita umiliata dal suo stesso contrario che cresce e si nutre di lei. Ma non voglio che sia cosi’. Non deve essere cosi’. I medici non danno speranza alcuna. La cura e’ sospesa, tutto inutile. Si dice infuriato, deluso, spaventato, disperato. Mi appoggio al lavello della cucina, ascolto una voce che non dimentichero’ mai. E’ viva e reclama vita. E’ l’adesso che non si puo’ contare coi minuti, quello che sedimenta nella propria anima e ci aiuta a fare i primi passi nel sentiero piu’ buio e stretto dell’esistenza, quello che vorremmo sempre illuminato a giorno . “Non ho mai creduto in un Dio e non comincero’ adesso.” Mi dice, eprosegue: “Per cui non so a chi rivolgermi, senza fede e’ davvero piu’ dura.”
Se non e’ fede questa. Nella negazione ha reso l’idea dell’unica cosa che pare averci in pugno l’esclusiva della nostra esistenza. La mia voce rimbalza tra le pareti della mia casa e le mie orecchie mi ascoltano per scoprire cosa posso dire, se ancora qualcosa di inconfessabile riesco a rubare dal mio stesso cuore. Dico che invece il senso c’e’. Dico di non mollare, di vivere e continuare a fare tutto quello che ogni giorno ha fatto prima d’ora, anche coi limiti del fisico, andando contro la stanchezza e il dolore. Lo avevano dato per spacciato tre anni prima ma ha lottato e a sorridere come neppure io riesco a fare quando le cose mi vanno per il verso giusto. Gli assicuro che in tre anni qualcosa ha fatto per se’, per gli amici, per suo padre che sembra il suo fratello maggiore: ha contribuito ad alimentare ancora di piu’ il suo essere unico, la costruzione del suo io. In questi due anni ci siamo incontrati di nuovo, siamo diventati amici e abbiamo scoperto molte passioni in comune. Gli parlo dei miei amici, di Uncle David che sarebbe felicissimo di scoprire che ha gli stessi dischi rari suoi, la stessa passione per le Cadillac e per le Continental anni 70 coi fari a scomparsa. Gli parlo di tutti quei miei amici che chiamo affettuosamente Weirdos ai quali con piacere aggiungo il suo nome. Musicisti, artisti, perditempo, geni e folli, personaggi insostituibili di un presepe bizzarro che non annoia mai e aspetta Gesu’ bambino in arrivo con un’astronave da Plutone. Gente che sullavita ha imparato a farci surf, fin dalle onde piu’ basse, fino a montare ruote per affrontare la secca, fino a schiantarsi sul cemento e riderne. Non e’ facile ma il senso si trova. Il senso sta in quello che si e’ e nessun altro puo’ clonare, riprodurre. Il senso sta nella condivisione di questo teatro assurdo che e’ il presente, il senso sta nel come siamo noi, vampiri della vita, avidi di bello e attenti nel costruire il proprio gusto su larghe fondamenta, testardi nell’inseguire le proprie emozioni come luci di posizione nella nebbia, nell’ esaltare le debolezze nostre nel paradosso e nel riso al fine di non averne paura, attenti a svelare i sentimenti in un gesto soltanto , nell’ innamorarsi di un’idea ancor prima che di una banale realta’, a mischiarci nel difetto fino a non sentirne piu’ l’odore forgiando con la pazienza dei giorni che paiono inutili un monumento a se stessi uguale a nessun altro e per sempre.
“No amico mio, non si puo’ morire. Siamo stati vivi fino ad ora e si deve andare avanti!” E comunque la battaglia e’ vinta, sconfitta dal tuo sorriso che diventa anche il mio.
Un buon lavoro, una bella macchina, una moglie affettuosa, due simpatiche e vivaci bambine , Sara e Annalisa. Adora i film romantici e George Clooney e’ uno dei suoi attori preferiti. Se ben ci si metta a pensare e’ tanto che tra lui e la moglie non si scambiano quella parola che abbonda dentro al televisore, nelle canzoni e sui romanzi rosa che alla sua consorte tolgono il fiato. Una volta si sono baciati e sorpresi dalle figliolette sono arrossiti. Successe qualche anno fa e poi piu’. Ezio P. vive in una villetta bifamiliare di una zona residenziale ne’ elegante ne’ depressa. Normale. Ha pochi amici, anzi quasi piu’ nessuno. Ma che importa a quarant’anni? C’e’ il lavoro, i pensieri e le ferie.La sera si e’ stanchi per il troppo lavoro e il fine settimana lo si passa dai nonni materni che hanno una bella casa grande sulle colline e si beve il vino buono. Ma Ezio P. e’ astemio. E neppure fuma. E’ iscritto in palestra, ma il tempo e’ tanto poco che raramente riesce a metterci piede. Le sue bimbe hanno 6 e 9 anni e sono uno splendore e ci giocherebbe volentieri rotolandosi sul tappeto se avesse tempo e forze per farlo. La sera si mangia, si guarda un po’ di televisionesi gioca un poco alla Playstation ma entro le dieci si e’ tutti a letto perche’ la sveglia e’ alle sette. Se avesse almeno un figlio maschio, forse lo porterebbe a pescare come suo padre faceva con lui. La mattina Ezio P. accompagna le figlie alla fermata dell’autobus, appena cinquantacinque metri dal loro cancello. L’autunno colora tutto di giallo e rosso, ma Ezio P. non ha molto tempo per osservare i giganteschi alberi che spargono foglie sulla panchina della fermata. Bacia le figlie, da un’ultima sistemata alle loro sciarpe variopinte, carezza le loro teste profumate. Saluta le madri intirizzite dal freddo coi rispettivi figli, gli zainetti gonfi di libri e quadernoni. Ah, ecco, devo ricordare di comprarne due a quadretti di cinque millimetri per la verifica di scienze di mercoledi’. Sorridono le madri ed esce fumo dalle loro bocche. La battuta consueta su quanto sarebbe bello rimanersene a letto al calduccio piuttosto che, strappa una strizzata d’occhi. E’ una brava persona quell’Ezio P., commentano le madri appena egli si allontana nel suo giaccone verde. E’ una persona elegante e cordialmente riservata. Le scarpe inglesi di Sergio Rossi e le calze Borsalino fumo di Londra. Una bella persona, una brava moglie, dei gran lavoratori, generosi con le offerte la domenica mattina in parrocchia, puliti e ordinati. La vicina di casa raccoglie le foglie, lo saluta e sorride e lo guarda rientrare in casa. Avercelo un marito cosi’! Il suo che e’ fannullone e’ ancora infilato nel letto, stordito dal vino sfuso del bar e deluso dalla partita a carte della sera prima. Ezio P. infila la chiave nel portone e il suono della serratura che scatta investe col suo riverbero la tromba delle scale in marmo tirate a lucido a colpi di Fabuloso. Si ferma un istante sull’uscio. Osserva un grosso ragno sul muro intento a completare la sua tessitura. E’ davvero un grosso ragno, arancione con le zampette verdi. Ezio P. sorride, lo prende tra due dita e se lo mette in bocca. Mastica, deglutisce ed infine entra in casa. La sua vicina di casa e’ rimasta immobile, ha visto tutto ed e’ incredula. Il signor P. mangia i ragni. E’ proprio cosi’. La mattina successiva Ezio P. al ritorno dalla fermata dell’autobus dove ha appena accompagnato le sue piccole, si ferma molto prima del suo cancello. Lui immobile davanti ad un albero. Fissa un grosso ragno sulla corteccia di un platano. Lo mangia. Meno dolciastro di quello del giorno prima, una specie diversa. Sempre ragno e’, che importa. La vicina di casa e’ ancora li’ intenta a recuperare altre foglie cadute. Nuovamente le si ripresenta la stessa scena e una smorfia di disgusto dipinge la sua faccia solitamente inespressiva da vicina di casa buongiornobuonasera.
Qualche tempo dopo, al ritorno da scuola Sara, la figlia piu’ piccola, scoppia in un pianto liberatorio. La maestra di religione le ha dato una nota per un suo sgradevole comportamento, uno schiaffo dritto in faccia alla compagna di banco Ileana. Ezio P. e’ dispiaciuto ma vuole sapere come sono andati i fatti. “ L’ho colpita perche’ era tutta la mattina che continuava a prendermi in giro, ero esausta!”. La madre non ha il coraggio di dire “hai fatto bene allora!”, no, non va bene quello che hai fatto. “ Ileana dice che mio babbo e’ un pazzo mangia- ragni!” Ezio P. sorride. “Io un pazzo cosa?” – “Un pazzo mangia -ragni. Qualcuno ti ha visto mentre masticavi un grosso ragno!”- “ Tuo padre non farebbe mai una cosa simile, tuo padre non e’ pazzo. Tuo padre e’ una persona molto rispettata e questo lo sanno tutti.” La madre carezza la bimba e le asciuga le lacrime mentre Ezio P. si allontana per finire il suo modellino di biplano Fokker a cui mancano gli ultimi ritocchi. “Caro hai sentito cosa le hanno detto ?”- Ezio P. scuote la testa e sorride:“ I bambini son bambini, cosa vuoi farci?”
Passa una settimana. Forse due. Quando si ha tanto da fare il tempo scivola via che e’ un piacere. Ezio P. ha completato il Fokker e adesso e’ alle prese con uno Stukas che gli da qualche problema. Gli incastri delle ali nella fusoliera non combaciano tanto bene e si chiede se non sia il caso di riportare la confezione indietro al negozio di modellismo. Sara e’ nella sua cameretta e gioca con la casa di Barbie, sua sorella e’ uscita a far spesa con la mamma. Sara urla, chiama il suo babbo. Ezio P. come un fulmine si precipita nella cameretta. “Sara, cos’e’ successo?”- “Papa’, c’e’ un ragno enorme sulla parete!”- “ Mamma mia! Mi hai fatto prendere un infarto! Ci penso io, tu vai a prendermi un bicchiere d’acqua intanto.”- “Voglio vedere che lo uccidi papa’!”-“ No, vai a prendermi un bicchiere d’acqua.” Sara corre in cucina e al suo ritorno il ragno non c’e’ piu’. “ Tieni l’acqua babbo….dov’e’ il ragno?”- “L’ho buttato fuori dalla finestra.”- “Non ti ho sentito aprirla. Sei sicuro?”- “Certo che sono sicuro.”- “ Papa’….”- “Dimmi cara…”- “Non e’ che l’hai mangiato vero?”- “ Certo che no! Ancora con questa storia?“- “Papa’….me lo diresti se fosse cosi’?”- “ Se fosse cosa?”- “ Se fosse la verita’ che mangi i ragni di nascosto…”- “Certo che te lo direi. In fondo che male ci sarebbe se il tuo babbone ogni tanto mangiasse un ragno?”- “ Ma fa schifo!”- “ No Sara, ci sono tante altre cose che fanno schifo e che il mondo accetta. Ma tu sei ancora troppo piccola per capire. Su torna a giocare che si rimane bambini per troppo poco tempo.”- “Sipapa’….”. Ezio P. bevve il suo bicchiere d’acqua e cancello’ l’amaro dalla bocca. Niente di speciale quel ragno, ma pur sempre un piccolo dono della natura. Rimise i pezzi del suo modellino nella scatola e recuperato lo scontrino di quell’acquisto infilo’ il tutto nella stessa busta di plastica con stampato sopra il logo del negozio.
So solo che e’novembre, so solo che ho voglia di imboccare l’autostrada e sfidare qualsiasi mezzo con la mia 2300 coupe’ tirata a lucido e ascoltare i migliori dischi della vita a tutto volume. Maglioncino a lupetto e cappotto marrone spinato. Guardatemi sono diverso da voi , faccio 5 km. con un litro, il mio migliore amico di nome fa Fender Rhodes e divoro pistacchi rubati a piene mani dal cestone della Coop. Mi piace l’Iran, non so nulla di lui, ma mi piace.Molti giorni senza sigarette ormai. La pelle torna ad avere sfumature di rosa che avevo seppellito sotto al bitume. Ho una bella pelle morbida quando mi rado con amore, con quella cura che solo la propria faccia merita. Temevo questo novembre come capita ciclicamente ogni anno arrivati a questo punto. Lo temo ma ci sto in mezzo con coraggio e facendo profondi respiri. Ho le mani spaccate e tagliate dal lavoro ma mi sento bene e ho qualche soldo in tasca. E poi ,cosa fondamentale, sono bello. Corre la gloriosa sei cilindri e dribbla camion rozzipieni di Calabria e Olanda. Potrei uscire al casello di Rimini Sud ma non avrebbe tanto senso: la Dimar non esiste piu’, la mia storica morosa degli anni ottanta e’ svanita nel nulla dopo che senza piu’ rancori ci abbracciammo fraternamente in un parcheggio a moneta, mentre la splendida libreria Gulliver e’ diventata un franchising Mondadori ed ha gli stessi libri dell’ipermercato ma nelle versioni cartonate. Ci sarebbe il mare d’inverno, ma quello lo conosco fin troppo bene e di fare il vitellone solitario a passeggio tra le nebbie e i gabbiani non e’ nelle mie corde di poeta autunnale. Non piu’. Corro per trovare qualcosa di cui avverto un flebile richiamo. Imbocco la statale per S. Marino e mi arrampico tre le Porche Carrera e Ferrari targate RSM. Inutile sfidarle in ripresa al semaforo rosso, loro possono sul serio umiliarmi. Sono le nove del mattino e a mezz’ora dal mio letto mi ritrovo all’estero. E si vede che siamo all’estero, il loro centro commerciale su quattro piani vanta un negozio di strumenti musicali e un negozio di dischi come si deve. C’e’ quasi un sapore aeroportuale in questo pianeta di scale mobili e donne delle pulizie alle prese con vetrine e corrimano in alluminio. Mi piace questa mattina insolita, catapultato in un non- posto come Heathrow, lontano dai banchi della scuola elementare, lontano dalle spiagge assolate, lontano da lei, lontano dai migliori amici, lontano dall’appetito, lontano dal pianto e vicino all’odore di detergente per pavimentiappena lambito dal profumo di caffe’ di un bar arredato in acciaio e cristallo blue oltremare. Mi tuffo nel negozio di dischi, sono il primo cliente e alle mie spalle si spegne il fischio di un aspirapolvere. La sezione dedicata alla musica soul e’ vastissima. C’e’ anche Naomi Shelton in vinile, guarda un po’. E questo cos’e’? Un live di Donny Hathaway? Un live che non ho? Io, fan sfegatato di Donny non possiedo questo disco? Previously unissued? Ah, ecco, i conti tornano. Devo ringraziare Arif Mardin per l’iniziativa, non appena lo incontrero’ al Bar Centrale per il consueto torneo di maraffone. Gesu’ che bello! Il live si apre con Flying Easy e Valdez in the country, due brani strepitosi del suo album “Extension of a man”, uno dei dischi fondamentali della mia giovinezza, il suo ultimo disco di studio. Scoprire a distanza di anni l’esistenza di versioni live di quei brani che conosco a memoria nota per nota e’ emozionante. Donny Hathaway e’ qualcosa di sconvolgente, non scolorisce come certe passioni, vive nel solco delle registrazioni ed entra dentro come un morbo, entra e pulsa col tuo cuore per non morire mai, parassita dell’anima che non si vuole debellare. Come Otis Redding, Billie Holiday, Nick Drake, Duke Pearson, Yusef Lateef, Larry Young, Gary Mc Farland, John Coltrane, Jeff Buckleytutti coloro che hanno impresso nella loro arte qualcosa di tragico, sublime e unico quasipotessero preannunciare il loro destino buio e breve e raccontarcelo in eterno con voce e strumenti. Donny Hathaway mi spacca in due. Mi spacca in due come scrive, come canta, come suona il piano acustico,come suona il Fender Rhodes, il Wurlitzer, come suona l’Hammond, come arrangia, come si veste. Mi spacca in due sapere che era pazzo e sentiva voci sussurargli cose all’orecchio. E allora piango quando leggo e scopro quello che non sapevo ma percepivo dalla vibrazione celestiale di quella voce. Piango quando finisce tutto in un volo, lanciandosi da un palazzo di New York la mattina del 13 gennaio del 1979. E allora capisco molte cose. Ascolto ogni sua nota con parsimonia perche’ ultima e infinita, ascolto ogni sua parola che chiede aiuto, leggo ogni suo sorriso come un tenero arrivederci. E penso anch’io di essere uno spostato a modo mio, incapace di reggere troppi pensieri belli, troppa gioia, troppe idee, troppa musica, troppo amore e troppo odio mischiati insieme in un pastone che preme contro le tempie e fa male, e le voci le sento anch’io, e vedo persone morte e sogno amori franati e non mi do pace e cerco nel lavoro di nascondere quello che sono e spacciare per gioia elettrica la mia vita inquieta minata dall’interno. Credo di essere un essere umano e cio’ e’ spaventoso. Racchiudo il disco live del Genio supremo in una cassetta da novanta. Non ho mai capito perche’ registrare una cassetta da novanta richieda un pomeriggio intero anziche’ soltanto novanta minuti. La mia macchina e’ antica e l’ascolto non ammette modernismi. “Yesterday” come per miracolo diventa un pezzo di Donny Hathaway come accadde con “I can’t get no satysfaction” cantata da Redding. La versione di Donny di “A song for you” di Leon Russell arriva ad essere insostenibile. Devo fermare la macchina perche’ non posso guidare con gli occhi bagnati che tutto deformano. Perche’ e’ una canzone per me. Ma anche per te.
Quarto giorno senza sigarette. Passata la smania dei primi due giorni, riesco a non pensarci e anche bere il caffe’ lasciandolo scompagnato e’ un rituale sopportabile. Sento odori e sapori di questo autunno tumefatto dalle piogge. Da qualche giorno mi dedico alla riparazione di piani Wurlitzer e Fender, me l’ha proposto un grosso negozio di musica di Bologna che vedendomi bighellonare spesso da quelle parti m’ha chiesto se non fosse il caso di trovarmi un lavoro. Il peggior nemico dell’artista e’ il tempo libero, non smettero’ di pensarlo. Cosi’ mi sono offerto di mettere in pratica la mia modesta conoscenza in materia e mi sono portato a casa cinque esemplari da riassemblare, accordare e riparare. Devo dire che e’ un lavoraccio, ma mi diverte e mi permette di scavare nell’anima di quegli strumenti che amo e che a orecchio ormai riconosco per modello e annata. Ho convertito il mio studio di registrazione in laboratorio e navigo in mezzo ad un disordine che mi rilassa. Tengo la radio accesa su stazioni che propinano solo musica italiana e mi stupisco di non disprezzare Vasco piu’ di tanto, forse perche’ tutto il resto e’ davvero penoso. L’amore serve soltanto a scrivere canzoni. Ascolto musica italiana per non distrarmi troppo dal lavoro che e’ tanto e richiede precisione. Se ascoltassi musica bella perderei la concentrazione e mi verrebbe voglia di mettermi all’organo e bruciare l’intero pomeriggio. Lavoro dalle nove di mattina alle dieci di sera. Le mani sono provate e gli occhi anche, ma la soddisfazione di tornare a far cantare un piano vecchio di quarant’anni e’ tanta. Dopo pranzo salgo sul bolide cromato e vago in cerca del caffe’ migliore. Sono tranquillo e mi sforzo di fidarmi di me stesso, non penso di ricadere nelle bionde leggere nel pacchetto morbido. Per sicurezza viaggio con in tasca soltanto l’euro del caffe’.Mi chiama Bob e mi dice che anche lui ha smesso da quattro giorni e sta meglio. Non e’ vero. Non si sta meglio, si respira meglio, spariscono i mal di testa e il fastidioso formicolio agli arti, ma meglio non si sta perche’ qualcosa manca. Il male che stordisce e diventa cenere tra le dita. Impagabile rituale. Allora mi lancio sullo stagnatore e comincio a dar punti, a dissaldare fili, a girare viti e ad allineare tasti. Dannati Fender Rhodes pesanti come macigni e ignoranti come carrarmati, distanti dalla tecnologia tanto quanto vicini all’istinto e all’anima. E’ solo il quarto giorno e sto benone. Mi manca un piano e ho finito. Stretto nella mia sciarpa di lana sfrego le mani come Geppetto, mente Biagio Antonacci si lagna del solito amore andato a male.
Mattino pigro. Alcune cose mancano da morire e mancheranno. Forse e’ l’unico modo per averle sempre con se’. Guido il bolide attraverso la campagna ottusa e spezzo l’ansia con una bionda blu. Inserisco una cassettina nel mangianastri. La macchina fa RRRRRRRRR ma non possiedo l’eleganza di Frank Bullitt. Devo trovare un maglioncino a lupetto nero e giacca di velluto marrone con toppe nere sui gomiti e una Bisset. Ho uno scatolone di audio cassette in garage, le preparavo nei lontani anni novanta pensando che un giorno avrei posseduto una macchina “soul” al punto giusto da poter godere appieno della loro anima in una miscela irresistibile di suono black, rombo e pungente odore di interni in pelli e cruscotto stagionato . Disegnavo le copertine delle TDK e stilavo elenchi di brani e artisti con una passione che adesso mi e’ estranea e tuttavia ne godo ora. Che bravo son stato a pensare a me, a quello che sarei stato nel futuro, certo che i gusti non sarebbero cambiati, sicuro che mi avrebbe fatto piacere riscoprire dischi che forse adesso non ho neppure piu’, scambiati come le figurine dei calciatori e vendutiagli amici della mia stessa setta. I vinil assatanati. Due di loro sono fondamentali : Diego e Casalone detto Soul Bastard #1, chiamato cosi’ per il vizio di appuntarsi i titoli della nostra collezione pazientemente accumulata per poi cercarseli su Ebay o nelle fiere di matrice vinilica. Soul Bastard #2, per la cronaca ci chiamano il sottoscritto. Lo stereo srotola il nastro anonimo che ha smarrito il cappottino di plastica e i titoli. Mi emoziona riascoltare una mia stessa compilazione di almeno 13 anni prima, scoprirmi cosi’ intelligente e dotato di gusto. Non c’e’ nulla come l’ascolto in macchina. Con la musica riaffiorano i ricordi e gli odori della mia casa bohemienne sul porto foderata di muffe e affiches di cinema blaxploitation. La piastra Technics complice di quei pomeriggi eterni se l’e’ mangiata il tempo e a dire il vero non so dove sia finita. La cassetta e’ fantastica e in quella stesura accorta riscopro i giorni e i miei pensieri andati, il cervello puro di un entusiasmo tanto ingenuo quanto onesto, i giorni semplici e la cucina striminzita con le padelle di alluminio e le mangiate di gamberi prima dell’assoluto divieto. Gamberi argentini al curry in umido con patate e cipolla, mamma mia! Il primo brano e’ “Kissin’ my love” di Bill Whiters. Bellissimo, intro di batteria funk e chitarra wha. Riaffiora alla memoria il disco che lo contiene, “Still Bill”, se non sbaglio su A&M Records, copertina apribile in due ante. “Use me “ e’ nello stesso LP, ma “Kissin’ my love “ la preferisco di gran lunga. Segue un brano dei Rance Allen group, un gruppo soul –gospel strepitoso inciso per la Truth Records sussidiaria della Stax e indirizzata al mercato pop/religioso. Rance Allen e’ il tizio ciccione vestito di bianco che campeggia nella copertina di “Mr. Big Stuff” di Jeane Knight, l’ho scoperto perche’ sono fisionomista, non l’ho letto da nessuna parte. A seguire la regina del soul Aretha nella sua magistrale”Rock Steady”, Donny Hathaway all’organo, Pretty Purdie alla batterie , Chuck Raney al basso e le sorelle Carolyn e Erma ai cori. Potrei viaggiare in eterno accompagnato da questi personaggi. Il potere della musica che cancella spazio e tempo e lascia galleggiare in un limbo di piacere. Finisce un lato e rimane in sottofondo il RRRRRRRRRRRRRdel sei cilindri a V che gira come un orologio. Non so cosa mi attenda nella nuova facciata, spero che ancora una volta saro’ capace di stupirmi.
Mi ci ritrovo senza mappa. Chiedo indicazione ad un passante sotto la pioggia, ma non e’ della zona. Nessuno e’ mai della zona. Nessuno vuole saperne nulla di quel posto. Sarebbe una passeggiata se non ci fossero gli affetti, i ricordi, gli amori. La droga brucia il corpo ed e’ roba avvilente quando cerca di surrogare la gioia, ma nessuno ce la racconta giusta sulla vita, quella si puo’ scartare e consumare a proprio piacimento senza particolari controindicazioni e frega comunque. Nessuno sa la strada per uscire da questo cul-de-saccondito da quel velenoso di tempo senza scortichi e rimpianti. Eccomi nel mio breve perimetro di relax e gioia, l’interno di un’auto d’epoca nuova con interni in pelle, tanti cavalli e Curtis Mayfield nello stereo rimasto lo stesso dal 1971. Le cose che non desidero mi capitano e mi fanno schiavo. Quest’auto capitata per caso e troppo bella per me, dovrebbe bastarmi per godere. Narciso mi specchionelle larghe vetrine degli ortolani mentre tolgo frizione e spingo il gas nel rombo che mi porta sulle strade di S. Francisco, tra i miei film del cuore e le musiche che inseguo da sempre. Sono Dirty Harry e odio tutti con pari trasporto senza fare discriminazioni. Guardo la vita attorno, il normale che avanza, la pioggia che scivola sull’ultima mano di cera che amorevolmente ho spalmato sul cofano, le facce serie della gente con gli angoli della bocca tirati verso il basso come da ami da pesca invisibili. Ah si, c’e’ la crisi. Non conosco piu’ nessuno e il rombo del motore mi avvolge ancora prima che possa pensare di tornare indietro nel tempo. Una spessa coltre sonora che scalda come una trapunta. Eccomi cicala in mezzo ad un paese di formiche, inutilmente dotato di talento e buoni propositi. Non c’e’ spazio perme qua, al massimo un rettilineo per infilarci dentro la quarta marcia in tutta la sua cattiveria. Qualcuno me lo dica se sono morto da qualche parte e non e’ stato riconosciuto il mio cadavere, sto vagando in un paese che di nome fa novembe anche d’estate, vago come l’anima dannata di chi crede che l’amore sia la salvezza e la dannazione migliore. Non ho capito mai un cazzo, ma me lo dico a voce bassa, non vorrei sentire mai certe cose dette da me alla persona che piu’ tengo vicino.
Finalmente la sacrosanta verita’. E’ una vita che combatto per ottenere risultati straordinari ad elevarmi a “profondo” ad “Artista”ad anticonformista pensatore. No. Non e’ cosi’. Me lo svela un test comunistone capitanato da un paio di giovani rastafariani arrabbiati con le multinazionali, coi biscotti Ringo, l’acqua Levissima e patatine S. Carlo. Il mio fabbisogno giornaliero in pratica. “Su su, compili questo test, vediamo che tipo di acquirente e’ lei!”Mi chiedono con falsa cordialita’.- “Ve lo dico subito compro scarpe Nike e dei braccianti peruviani sfruttati e sottopagati dalle multinazionali del caffe’ mi importa un cazzo.”- “Ah no! Troppo facile, lei compili il test e vediamo che razza di persona e’!”- “ Guardate che io sono di quelli che come vede un contadino chino sul campo a raccogliere pomodori, scendo dalla macchina e lo prendo a nerbate per il gusto di vedere impennare la produzione…”- “No, non ci importa.”- “Guardate che mio figlio non frequenta piu’ la scuola dell’obbligo e sta chiuso in garage a cucire palloni per il bene dell’economia dei pochi.”- “Suo figlio non ci interessa, avanti compili il testo e ci aiuti a portare avanti il nostro lavoro di BOICOTTEGA.”- “Boicottega?”- “Certo, la bottega dei prodotti equosolidali che mira alla distruzione delle multinazionali!”- “ E siete contro anche la Ritter Sport al latte con nocciole?”- “Certo!Quelli sono assassini.”- “Capisco. Allora compilo subito.” Il risultato e’ stato ovviamene sconcertante. UOMO SUPERFICIALE. “ Visto? Lei e’ il peggio della specie, compra senza sapere perche’ e per come e contribuisce al declino del pianeta! Puo’ rimediare comprando un nostro capo di abbigliamento in foglie di pannocchia biologica, l’intero ricavato andra’ alla costruzione di una scuola nel Bazundo.”- “Il Bazundo non esiste.”- “Non ancora, lo stiamo costruendo coi proventi della Bazu-Cola.”- “Io bevo chinotto, mi dispiace.”- “Male, anzi malissimo. Lo sa come viene trattato un coltivatore di chinotto?”- “Mi auguro a sane nerbate, non si spiegherebbe altrimenti la bonta’ di quella bibita.”- “ Lo sa cosa lo pagano il chinotto al chilo?”- “Non ditemi che esiste davvero, e’ una leggenda quella del chinotto che cresce sugli alberi. Il chinotto e’ derivato del petrolio, lo metto anche nella Taunus.”- “Ah bene bene, abbiamo una Taunus!”-“Due per la precisione, quella in cilindrata 2300 consuma da matti e scalda il pianeta ben bene. Prevedo che la terra non arrivi a chiudere i conti nel 2012 ma molto prima. Giacobbo il suo libro catastrofico avrebbe dovuto intitolarlo al 2011. Quando la metto in moto in garage sciolgo perfino il ghiaccio a cubetti nel freezer al piano di sopra. Lo tengo sempre pronto per il chinotto e attenzione attenzione per la COCACOLA!”- “Se ne vada.”- “Si me ne vado. Cosa li mettete gli anacardi equosolidali del Darfour?”- “Tre euro. I proventi andranno nella ristrutturazione della villa al mare di un contadino arricchito.”- “Dove?”- “A Castiglioncello, un bel posticino. “-“ Conosco, ci passava le estati Marcello Mastroianni. Me ne dia un chilo allora.”- “Fascista!”- “No, per carita’, quelli non hanno fantasia.”- “Allora come la devo chiamare?”- “ Superficiale. Mi piace. “
C’e’ una mosca che gira per casa. Divento matto per le mosche. Mosche e bollette del gas mi innervosiscono fino alla bestemmia, il resto posso evitarlo. Quando le catturo divento creativo sul fronte della tortura e ragiono in cinese. Le torturo fino al punto di farle parlare. “Confessa, avanti! Chi e’ la merda piu’ merda che ti e’ capitato di vedere in giro?”- “Sei tu, lo giuro sulle mie larve, sei tu!”. Bene, e’ quello che voglio sentirmi dire. Detto da una mosca femmina vale doppio. Forse se mi sbarbassi apparirei piu’ come dire….No, rimango merda lo stesso. Bevo tea Lipton e divoro biscotti Atene, nessun valido motivo per questa scelta mediocre. Tra i mille milioni di dischi ne trovo uno ancora sigillato nel suo cellophane,un disco di Clarke/ Boland sextet, jazz flautato e percussioni afro per riscaldare la tempesta che la finestrona del salotto aperta sul mondo schiaffeggiato dalla pioggia mi trasmette in diretta. Oggi e’ il 3 novembre. I dolori invernali sono tornati a farmi visita, puntuali ed incurabili. Perche’ non vado a far controlli? Lo so io perche’. Temo. Bella giornatina. Bel periodo dell’anno proprio. Pochi soldi, poco lavoro, poca voglia, poca intelligenza, poche idee, poco di tutto anche se ieri ho cucinato un bel dolce alla banana e caffe’ con mandorle e pezzettoni di pera dentro. Il picco della giornata e’ rimasto sul piatto meno del tempo che ha impiegato a cuocersi. La signora gira per casa con lo spruzzino per lucidare qualsiasi cosa che non presenti una superficie porosa. Un bel pompino non cambierebbe la direzione della giornata, ma sarebbe sempre un bel pompino. “Ehi dico a lei! Si, si lei con lo spruzzino in mano…guardi qua!” NO. Chi lo pulisce il bagno? Ci sono i libri da mettere a posto, il divano da sistemare, i vetri da lucidare….Ha ragione, anche se sono scuse non posso biasimarla. Infilato dentro questo avvilente pigiamino azzurro da convalescente e puzzolentevecchierello da reparto geriatria, non posso pretendere di accendere istinti e voglie. “ Se mi fai un pompino ti porto da McDonald com’e’ vero che sono merda. C’e’ il nuovo panino con la fetta di Emmenthal, pane cotto sulla piastra e fettona di speck tirolese!” Una donna non puo’ tirarsi indietro di fronte a tanta generosa offerta. Ella mi ignora invece. “Cazzo! Grace Kelly si scopava il principe di Monaco, mica ci aveva bisogno di soldi quella, e tu scarti le proposte del Re della Lounge?”- “ Solo se mi farai regina della Lounge. Dopotutto e’ solo per quello che Grace si e’ maritata il Ranieri, per il titolo!” Ci devo pensare, il mio decaduto regno non lo spartisco facilmente. Dovevo fare qualcosa stamattina ma non ricordo cosa, roba di commercialista o ufficio postale forse. Quando la memoria abbandona, con essa se ne vanno anche le preoccupazioni. Basta non ricordare, e’ semplice. Ti devo dei soldi? Non lo ricordo. Ti devo delle scuse? Non so di cosa tu stia parlando. Ti ricordi quella ragazza in costume giallo tre anni fa? Come no! Gran fica! Ah ecco, dovevo passare dall’elettrauto con la mia nuova fiammante auto che comincia gia’ a manifestare acciacchi. Roba elettrica, un fusibile forse. Piove e soffia un vento teatrale da Tempesta di Strehler, non sposto la mia nuova fiamma dal calduccio del garage per darla in pasto alla strada bagnata. La macchina piu’ lucida e cromata di tutto il circondario, altroche’!Rimango a marcire qui e a girare i dischi come se fossero frittate sulla padella. Adesso mi sparo un bel Bruno Lauzi che scaldi di balera e brodetto alla genovese da osteria malandata. Mi chiedo cosa faccia la gente in giorni cosi’, cosa si aspetti dal giorno, dalla notte, dal sogno in letargo che non tira fuori la testa dalla tana per paura delle tenebre. Io davvero non lo so e scrivo. E bevo caffe’. E fumo.