Un inverno infinito. Mi sta letteralmente scorticando le voglie e il desiderio. Il medico prescrive farmaci per i miei variegati dolori mentre la televisione mi tende la mano per guidarmi negli abissi della sua melma profonda. Se si facesse una colata di gesso sul mio divano, il calco avrebbe la mia forma. Me, disteso con un libro in mano e la ciotola di Dixie al mio fianco. Fuori il buio cupo dell’apocalisse, la pioggia che scompigliata dal vento cade con un’angolazione sempre diversa e sempre violenta. Lascio crescere la barba, mi incuriosisce vederla incresparsi in un reticolato sempre piu’ fitto ed impenetrabile, una barba da Hemingway, da Bukowski, da pigiama e caffe’ d’orzo e telepromozione di materassi in lattice. Una barba da Garibaldi. Devo trovare la voglia di leggere una sua biografia regalatami da mio padre due natali fa. Intanto mi limito ad immaginarlo col suo cavallo bianco entrare nella casa del GF10 e dispensare sciabolate e a mutilare quell’esempio avvilente di unita’ d’Italia. Mi impongo di aprire il pesante tomo del grande condottiero e dare senso alla mia barba per meta’ bianca. Invece e’ un periodo creativo,per grande fortuna, non posso lamentarmi. L’unica cosa certa e’ che sotto promessa di denari la mia creativita’ diviene pressoche’ cosa illimitata. L’anno e’ cominciato bene e anche se la salute ha visto tempi migliori, la cosa piu’ importante per ora rimane averci un impegno e pensare il meno possibile. Creare e divulgare, impegnarsi ad allungare la propria vita e a lasciare piu’ punti possibili di se’ da unire partendo dal numero uno fino all’ultimo e scoprire cosa ne verra’ fuori. Lo scopriranno gli altri, sta a noi inventarci il disegno che meglio ci rappresentera’. Ma l’importante e’ godere del presente e sentirsi appagati, utili, intelligenti e vivi. Stiamo registrando un disco in tempi da record. Un disco su commissione, per cui sicuramente di buona fattura e resa. Dove non ci metto troppo il cuore crescono prodotti piu’ liberi e disinvolti. Abbiamo affittato uno studio di registrazione in cima ad una collina e a pochi passi da un castello medievale che nasconde un ristorante ottimo a prezzi popolari. Il tutto a circa tre quarti d’ora da casa. L’aria e’ pungente e le tagliatelle di lassu’ hanno tutt’un altro carisma. Dobbiamo riuscire a star nei tempi prestabiliti, ma la neve di questi giorni ci sta rallentando la tabella di marcia. I pomeriggi che saltiamo li passo a casa ad ascoltare dischi che mi suggeriscano qualche idea per i suoni, gli arrangiamenti e i temi. Il lavoro che mi e’ stato assegnato e’ quello di scrivere 15 brani originali per potenziali trasmissioni televisive con un taglio americano da talk show anni 70-80 sulla falsariga del David Letterman. Organo Hammond, batteria sbidonata alla Buddy Rich, chitarra con impennate blues, sezione fiati con tromba, trombone e sax tenore e infine percussioni e qualche intervento di piano. Una specie di soul bianco a cavallo tra le sezioni fiati della Fame di Muscle Shoals e il nostrano Bruno Canfora. Una bella prova. Ascolto qualche disco di Pat Williams e Benny Golson su Verve dove per la maggior parte ci sono brani dei Beatles e di altri hit makers dei gloriosi sixties riarrangiati con fiati e organetti elettrici tra l’hippie e la high- class americana da Martini e auto sportiva. Ho riscoperto uno di quelli che chiamo i dischi della mia vecchiaia, essendo stato a vent’anni molto piu’ “antico” di adesso. L’organista negro (come avrebbe scritto una rivista di jazz italiana degli anni sessanta) Jackie Davis e’ uno dei tanti personaggi semi oscuri della mia collezione di dischi del panorama Hammond. Adoro Jackie Davis. Come Milt Buckner o Wild Bill Davis, appartiene a quella categoria di organisti legati ai suoni di organo derivati dal primo ceppo pionieristico dell’Hammond , quello inaugurato da Fats Waller nella seconda meta’ degli anni trenta. Il suono era pieno, poco dinamico e molto incentrato sull’utilizzo delle armoniche come se si trattasse di una big band di ottoni. I temi erano suonati prevalentemente a block chords, e l’utilizzo del Leslie garantiva un impatto sonoro molto pieno e di grande effetto timbrico, mentre la parte del basso era affidata molto spesso ai registri bassi della pedaliera. Lo stesso Jimmy Smith nei primi dischi Blue Note della seconda meta’ degli anni cinquanta sembra incline a queste timbriche, per poi creare quel suono dinamico scattante e percussivo che come una tempesta sconvolgera’ la scena jazz e pop. Riascoltando questi dischi anni 50 dal sapore un po’ stucchevole e chiaramente indirizzati ad un pubblico a maggioranza bianca, si scopre un’abilita’ enorme e una grande maestria a lungo ignorata e bollata come dozzinale easy listening. Una volta mi scrisse una e-mail una signora americana che stava puntando su di un’asta di Ebay lo stesso disco che cercavo di aggiudicarmi, un disco di Jackie Davis. Mi scrisse che si chiamava Judith e aveva 47 anni e si domandava chi fosse l’italiano interessato a quel disco. Cosi’ le risposi. Che non solo ero italiano ma avevo appena 25 anni e quella musica mi conquistava piu’ dei Massive Attack o dei Prodigy. Judith mi risponde che era la figlia del manager di Jackie Davis negli anni 50 e che da bambina era abituata ad ascoltarlo all’organo nel suo salotto di casa e oggi piu’ che mai desiderava riascoltarlo su disco. Le lasciai vincere quell’asta e composi un brano in stile Davis che intitolai appunto “Judith’s living room”, brano che per questo disco ho ri-intitolato “The electric Joe”. Mi telefona Uncle David, sta tornando da un suo girovagare tra Spagna e notti psichedeliche. Quando sente odore di impegni imminenti di ufficio e ritorno alla normalita’ mi cerca per qualche scambio di battute dadaiste che ne attutiscano il brusco rientro in pista. La cosa buona e’ che non abbiamo gli stessi dischi e ci consultiamo a seconda del bisogno. Io sono ferrato sul campo soul/jazz/soundtrack/ hammond, lui sul versante psichedelico/progressive/eastern jazz/ mondoweirdo. Il compositore e organista Klaus Lenz della Germania dell’est sembra essere il nostro punto di contatto piu’ rappresentativo e il suo album “Fur fenz” riassume egregiamente l’idea che cercavo di illustrare a David del nuovo prodotto. Temi all’organo alla Jackie Davis con sbordate alla Billy Preston, arrangiamenti dei fiati alla Lenz, chitarre alla Steve Cropper e Wes Montgomery, crema di formaggio alla Dan Aykroyd, piano elettrico alla Paul Shaffer, un sorriso di Gilda Radner, una bistecca media cottura con salsa BBQ, Lincoln Continental con interni in pelle marrone, Mina a Studio Uno nel 1966, Tony De Vita e Pippo Baudo, la piadina di Sorrivoli, la faccia di Bob Dusi all’una di notte dopo sette ore di registrazione , la gentilezza e la pazienza di Checco, il nostro fonico, il vecchio Hammond c3 color noce che canta come la Callas e la vecchia batteria Hollywood di Simone che non riesce a demolire nonostante le lunghe percosse. Un bel minestrone caldo per combattere quest’inverno che non decide di mollare.
Paper.
03.02
I miei migliori amici si contano sulle dita di una mano. Tutti i migliori amici solitamente. Sulle dita della mano sinistra di Django Reinhardt. Gli amici si distinguono fondamentalmente in tre categorie. Quelli che ti scelgono, quelli che ti scegli tu e quelli che decide la vita per te. Questi ultimi saranno quelli che rimarranno appiccicati a te come la tua faccia, come gli errori che non laverai mai e che poi un giorno dici “per fortuna!”. Paper e’ un soprannome, diminutivo di un altro: Papercristo. Era il 1988 e sembrava gia’ una grande conquista. Dividevo un appartamento ad Urbino gia’ da tre anni con un mio amico di Cesena, Il Terra. Terranova all’anagrafe. Stavamo nella zona alta della citta’, al monte, a pochi passi dall’accademia, in via Giro del Cassero. Eravamo al terzo anno dei cinque da scontare alla Scuola d’Arte, conosciuta come scuola del libro. Ci mancava un anno per diventare maggiorenni e per poter finalmente entrare alle proiezioni del mercoledi’ pomeriggio del Supercinema per l’appuntamento a luci rosse con le Moane e Lilli Carati nazionali. Non ci sarebbe stato piu’ bisogno di travestirsi da anziani con cappelli e impermeabili. Umiliante venir presi a pedate dalla maschera che puntualmente si insospettiva e ci veniva a cercare dentro con la torcia elettrica. Li chiamo gli anni del sole. La pioggia era ancora lontana e la luce colorava tutto di un giallo albume che si spalmava sui muri come burro sulle fette biscottate. Ero magro nonostante tutto quel burro. Io e il Terra passavamo le giornate ad inventarci un modo per non annoiarci e sebbene fossimo gia’ grandicelli e non giustificabili, non era raro che finissimo le giornate in cima ad un tetto a bersagliare file di panni stesi lindi ed immacolati a colpi di fionda e proiettili intinti nell’inchiostro. A comprare lacci emostatici in farmacia eravamo noi e la cricca eroinomane del centro ricreativo sopra la mensa universitaria. Noi per le fionde, ma possiamo ancora raccontarlo. Un altro passatempo dettato dalla noia era dare la caccia ai cosidetti “Normaloni”, ai nerds, ai ciccioni, ai brufolosi , agli scarti della natura a cui somministrare la nostra dose di cattiveria creativa. A volte in mancanza di materia prima finivamo per menarci io e il Terra. Eravamo una sorta di moderni Lepold e Loew, i crudeli assassini teenager americani degli anni 20 che massacrarono per gioco un loro cugino inerme. Vennero incastrati da un paio di occhiali dei due dimenticati sul luogo dell’omicidio. Consigliai al Terra di portare le lenti a contatto e di lasciare a casa gli occhialoni da Clark Kent. In disegno eravamo tra i piu’ bravi di tutto l’istituto, io sul versante cartoon e il Terra su quello dal vero. Di donne neanche l’ombra, a parte una mite ragazza ossuta e timida di nome Barbara che provava per noi un misto di repulsione e insana attrazione. Anche lei romagnola, anche lei esiliata in quella citta’ ostile e ventosa. Ventosa perche’ ci rimase attaccata addosso per cinque anni eterni e tutt’ora nella memoria come una bocca dal bacio infinito. Il nostro quartier generale era un fast food appena aperto nella piazza principale, sorto con la speranza di sfamare i pochi paninari presenti in quella citta’ ferma al rinascimento. Sebbene io e il Terra calzassimo Lumberjack e Timberton, potemmo divenire clienti indiscriminati. Si andava avanti a fishburger o a prestiti monetari. Per quelli ci pensava il nostro amico Latino, figlio dello stilista Pellegrini e collezionista di Timberland e viaggi in giro per il mondo. Un personaggio eccentrico pieno di soldi e con una passione insana per i film splatter e per Prince. Aveva tutto l’occorrente per girare cortometraggi , montarli e sonorizzarli. Se c’era bisogno di un attore a cui far fare le peggio cose, quello ero, in cambio di un prestito per arrivare a fine settimana o di un piatto di strozzapreti al Gorgonzola. “Dai Paglia ne giriamo un’altra e poi ci facciamo un piatto di strozzapreti al gongo!” Inutile spiegargli che si diceva Gorgonzola e non gongorzola, pagava lui. Cosi’ fiutato l’affare, si buttava nel calderone anche il Terra. Lo aiutava, lo consigliava sugli acquisti ( che bello comprare le cose coi soldi degli altri!) e si infilava nel suo armadio “ Ma sei sicuro che questo ti vada bene Lato? A me va di misura!” Cosi’ si combatteva la noia e si faceva finta di essere attori, registi, musicisti e maghi degli effetti speciali. La nostra vera grande palestra. Un giorno io e il Terra ce ne stavamo pigramente seduti sui gradini della chiesa di S. Francesco mangiando crescia ripiena con verdure cotte. Era l’ora di uscita delle scuole e probabilmente quella mattina a scuola non eravamo entrati per evitare un compito in classe. Terra era un genio per dribblare interrogazioni. Entrava in classe con un braccio fasciato o con una benda sull’occhio ed esordiva cosi’: “ Prof, se vuole mi puo’ interrogare ma ho passato tutto il pomeriggio al pronto soccorso ed ho potuto studiare soltanto stanotte…” Inutile dire che venivo sorteggiato io al suo posto, come se fossi il suo equivalente di impreparazione. Come il gatto e la volpe, uno valeva l’altro. Cosi’ ce ne stavamo seduti. Scrutavamo le nuove leve coi loro zainetti scintillanti a caccia di un qualche elemento difettoso su cui piombare come rapaci. Poi il nostro sguardo si appoggio’ su di un tizio strano seduto di fronte a noi, vestito in maniera curiosa e grasso abbastanza da incarnare il nostro oggetto del desiderio. Si, era grasso abbastanza da poterci salvare il pomeriggio. Capelli a caschetto modello Ringo Starr 1963, giubbetto di jeans striminzito, camicia grigia a costine gialle e cravattona del nonno a fioroni con nodo da mezzo chilo. Tra le mani un panino due volte la sua faccia e una cartellina di plastica trasparente contenente un album Fabriano A3. Perfetto. Il Terra gli si paro’ davanti, prese la cartellina e tiro’ fuori i suoi disegni pronto a vomitare sentenze. Lui, Velasquez, poteva farlo.
Invece mi chiamo’. Sapeva disegnare il ciccione. Era quasi deluso da quella sorpresa, avrebbe dovuto rinunciare a piegare quell’album in quattro e buttarglielo nel cassonetto. “ Prendi su le tue cose, andiamo a mangiare a casa di un’amica”, dissi. E lui ci segui’ come se fosse la cosa piu’ normale. L’amica era naturalmente Barbara. Abitava in una casa vicino al monumento di Raffaello e divideva le spese di affitto con delle puzzolenti universitarie sempre assenti ma gelosissime delle loro provviste nella dispensa. Quella dispensa diventava la nostra dispensa. La cosa faceva imbestialire Barbara che legavamo ad una sedia e scioglievamo a pranzo finito. Il nostro nuovo amico non venne certamente accolto con entusiasmo, ma dove si mangia in due, si mangia anche in tre. Il nostro nuovo amico diceva di essere di l’Aquila e ogni due parole esclamava “CRISTO!” Fu mentre lo disegnavo in una caricatura sottoforma di papero emulando una vignetta di Andrea Pazienza che ritraeva un Vincenzo(Paperenzo) Mollica versione papero, che non ricordandomi il suo nome lo soprannominai Papercristo. Luca non si addiceva a quella faccia, a quella stazza. Papercristo si. La sua camera in affitto vicino al piazzale Mercatale era un delirio. Tante, tantissime cose. A me e al Terra brillarono gli occhi come a Duffy Duck quando entra nella caverna di Ali’ Baba’: libri, fumetti, videocassette, pellicole super 8, vestiti ovunque, una collezione di cravatte a fantasie a rigoni a pois, giacche, cappotti, bottiglie di profumo, cineprese super 8, colori, pacchi di carta, matite, una telecamera vhs, temperamatite elettrici, cibo in scatola, buste Knorr, tonno, biscotti, latte U.H.T, un televisore portatile. Ora sapevamo dove trovare il nostro guadagnato posto al sole, la nostra pensione. Cosi’ Papercristo divenne semplicemente Paper e a lui piacque di piu’ perche’ richiamava l’idea della carta, la sua migliore amica. Paper divenne nostro amico inseparabile. Nel 1991 andai a vivere a Londra e nel giugno del 1992 quando consegui’ la maturita’ mi presentai come spettatore al suo esame indossando un cappello con le orecchie da Topolino. Volevo che ridesse mentre era sotto interrogazione, speravo ci cacciassero a pedate a tutt’e due. Nel 1994 ci ritrovammo a Londra a lavorare nello studio Amblimation al film Balto. Era sempre lui sebbene avesse perso 50 chili.Io ero fidanzato e spendevo tutti i soldi in dischi e mantenedo un caro appartamento ad Ealing Broadway, lui stava a pensione da una famiglia meridionale ad Acton, i Celentano che lo chiamavano “Luco”. Lui risparmiava ed io scialacquavo mentre del Terra arrivavano sporadiche notizie da Parigi. Nel 1996 ci trasferimmo a Cophenagen alla A Film studios. Io pero’ rimasi poco, volevo suonare l’organo Hammond che mi ero comprato coi minati risparmi di Londra. Lui vive ancora la ed e’ uno dei nostri cervelli in fuga, un disegnatore ed animatore talentuoso. Non ci vediamo da otto anni ma ci sentiamo quasi giornalmente. Il Terra passa a trovarci a natale. La moglie non crede alle mie storie di lui in versione teppista. Neanche lui ci crede piu’ ormai, e’ diventato un padre premuroso e un professionista dello studio di Renzo Piano. Latino come nelle migliori favole a lieto fine e’ diventato un regista di sit-com televisive e quando capita scrivo musiche per lui. L’unico cattivo sembro rimasto io. Ma questo e’ un dettaglio.
Risveglio a metà.
03.01
La mattina capita spesso. Un senso di non appartenenza. Un sentimento di ansia e confusione. La sensazione di dover cominciare tutto da capo, da zero. E’ molto strano. Cerco di pensare a qualcosa di bello ma la sensazione e’ quella di una notte- bulldozer che ha ridotto ogni certezza in macerie. Mi alzo e sento la necessità di misurarmi con lo specchio, di guardarmi negli occhi, di trovare almeno là dentro qualcosa di familiare e concreto. Possibile che ogni giorno che inizia cominci col vuoto? Penso a quel film con Bill Murray. Mi guardo le mani. Funzionano bene e sono un po’ intorpidite dalle lunghe sedute di tastiera a cui le sottopongo in questo periodo. Ho tanto lavoro da mettere assieme e devo allenarle come se dovessero correre per le olimpiadi. La sera vado a letto tardi. Ho ripreso a guardare due, tre film per notte. Recupero un lungo periodo a digiuno da cinema, ma cio’ non giova poi tanto allo spirito. Mischio generi e attori. Scelgo film oscuri, quelli che ho rimandato per anni con la promessa che li avrei rivisti in un momento piu’ adatto. E spesso le promesse che mi faccio le mantengo. Dovrei trattarmi come una persona normale invece, deludermi, ingannarmi. Il tempo libero e’ sempre troppo. Ho lasciato crescere una barba folta per meta’ bianca, un motivo bicolore che ricorda la tomaia di una scarpa elegante. La gratto, la massaggio, la sento crescere e il fatto che mi copra la faccia mi rincuora. Sto preparando materiale per incidere due dischi e mi stupisco della mia velocita’ e vena compositiva. Spero si esaurisca presto altrimenti rischia di intasarmi la testa. Inventare mi vien troppo facile e subisco la frustrazione del non riuscire a vedere le cose finite in pari velocita’. Registrare e dare una forma concreta ad ogni brano richiede in realta’ uno sforzo e un dispendio di energie molto piu’ elevato. Poi una volta concluso il lavoro avviene il distacco, l’incapacita’ di giudicare , la noia all’ascolto, la non appartenenza al proprio creato, il rigetto e la voglia di essere gia’ altrove.Questo per fortuna soltanto in un primo momento, la musica va lasciata riposare, come l’olio appena franto. Ho inciso una cassetta che ascolto in macchina, una sessanta minuti col meglio di Sam Paglia. Mi ascolto e apprezzo a distanza, cercando di capire cosa mi passasse per la testa nel momento in cui affrontavo una scala, sceglievo un suono o semplicemente scovavo il miglior accordo a disposizione per cullare la voce di Sandra o un tema di Alex al sax. Divento spettatore di me stesso e capisco che la musica e’ roba viva, che matura, che cambia e pulsa di un’energia propria sempre diversa ed inesauribile. Ritrovo alcuni miei atteggiamenti, alcuni miei pensieri molto definiti, mi compiaccio della mia chiarezza di idee sul campo di battaglia e mi assolvo dai tanti peccati che mi attribuisco lontano dallo strumento, primo tra tutti quello di essere pericolosamente incoerente e di morire giorno per giorno per risvegliarmi quello successivo con lo stordimento di un bambino sballottato da un lungo viaggio. Il sonno mi consuma, il mondo onirico mi turba e scuote , ogni amore, persona, amico o defunto caro si mescolano in un carnevale delirante in cui i sensi e la percezione hanno l’intensita’ del dolore, del nervo scoperto. Spesso mi sveglio fradicio di sudore, percorro lo spazio che mi separa dalla cucina e butto giu’ bicchieri d’acqua. Apro e chiudo il frigo, un gesto meccanico che riassume il mio bisogno di aprirmi dentro e guardare come sto. La notte profonda tagliata in due dal ronzio del frigo e i pensieri che domandano il perche’ di un sogno cosi’ strano e fastidioso. Mio figlio nel suo letto pare ancora piu’ lungo e affusolato che da sveglio. Lo osservo e quasi mi sembra di violare la sua privacy di bimbo dormiente. Rimani bimbo ancora un po’ che fuori fa freddo. Mi gratto la testa, sono suo padre e sembra ieri che il figlio ero io. Con la barba cosi’ lunga e ispida mi sento meno figlio e piu’ padre, ma e’ un pensiero che dura il tempo di uno sbadiglio.
Torno a dormire. In testa mi si e’ impigliato un tema che ho scritto il giorno prima di cui non mi convince un passaggio. Sono uno che lima, sono un artigiano che vuole che ogni suo prodotto non abbia spigoli e giri bene. Sulla precisione di ogni mio brano non devo avere dubbi, sono puntiglioso e concreto. Il resto posso controllarlo appena, e’ una zattera in mezzo ad un mare arruffato come la schiena di un gatto.
Al supermarket con l’imperatore del mondo.
02.14
Al supermarket con l’imperatore del mondo.
Eviterei di andarci al supermercato se non fossi un drogato di Ritter Sport alle nocciole. Mi ero illuso che avrei smesso. Gradualmente ci ho provato. Ero passato al Kinder cereali, sceso in due settimane fino al Ciocori’ bianco col riso soffiato, mi ero imposto di arrivare ad un consumo giornaliero di 10 grammi di Galak…Poi niente, una mattina mi sveglio e scendo in ciabatte fine al Conad sotto casa , come niente fosse infilo in tasca una Ritter Sport . Il controllo antitaccheggio mi incastra. Due mesi di galera, botte, minacce, accuse di essere la mente di qualcosa di grosso, la tv sintonizzata con una gomma da masticare piantata nel telecomando su Italia Uno. Le uniche letture ammesse sulla branda “ La vita di Cristina Parodi” e “ Il meglio della vita di Cristina Parodi”. Ma io li frego, ho con me la biografia non autorizzata di Claudio Lippi e la leggo di notte tenendo una pila tra i denti. Esco. Ogni tanto di nascosto mi faccio una cioccolata in tazza, la consumo nascondendola dentro il sacchetto di carta. Lo fanno a New York, l’ho visto nei telefilm con Karl Malden e gli ubriaconi la fanno sempre franca. Adesso hanno detto che posso comprarla. Strana roba la legge. Ma non e’ la stessa cosa starci dentro. La porta scorre e mi si apre davanti il supermarket con la sua radio in filo diffusione, la fotocellula mi ha riconosciuto nonostante la barba lunga. Una volta giunto nel tempio delle voglie semplici vengo conquistato dal detersivo col 30% in piu’ ma a prezzo bloccato, dalla carta da forno commestibile al gusto di amarena, dai surgelati impanati che sbrodolano mozzarella e da tutta quella meraviglia che da un senso al mio lavoro. Spendo bene . Poi sale lo schifo. Saranno le luci, la scarsa fantasia di quel labirinto che conosco a memoria. Si, mi fa schifo incontrare la gente del quartiere che fu mio quando ci dividevano le reti metalliche e le palizzate storte in tavelle di abete. Eccoli quelli che erano gli adulti della mia infanzia oggi, vecchi, nelle loro giacche a vento color…non so, quel colore che da bambini si otteneva mischiando le tempere Giotto verde col rosso e il blu, insomma, i non colori di oggi tanto in voga che rendono le persone piu’ simili a dei ratti. Trovo tutti cosi’ consumati e tristi e per fortuna che a giorni c’e’ il Sanremo e han fatto bene a mettere in galera quello spacciatore di un drogato di Morgan e per fortuna c’e’ Pupo e su di noi niente nuvole allora. Poi quella dietro al bancone dei formaggi, come si chiama?, beh era la piu’ ambita delle scuole medie nel triennio 1982-1985. Eccola li’, una mummia con due borse viola sotto gli occhi e la tinta dei capelli che svela la ricrescita color argento. Anche in galera l’avrebbero snobbata cosi’ sciatta com’e’.Sono rimasto fedele dentro al gabbio, mi sono masturbato soltanto pensando alla Folliero, nessun’altra.” Mi dia due etti di stracchino signora”, le faccio “ Si sono quello della sezione E che disegnava bene”. La gente si muove furtiva tra gli scaffali e mette nel carrello i suoi bei prodotti accertandosi che nessuno guardi, con il pudore di chi sta nascondendo la parte piu’ intima di se’, il futuro contenuto delle proprie budella, la loro merda privata. Eccoli i ratti spelacchiati dell’ora di chiusura, quelli che si ammassano all’ultimo momento, quelli che per colpa loro devono annunciare al microfono che verra’ aperta anche la cassa tre. E allora arriva la commessa con ancora in mano uno scopettone e sbuffa, ne ha per il cazzo di far scorrere quel pattume sul nastro e contare monetine. Perche’ i centesimi contano. Tengo il mio bottino stretto tra le braccia perche’ il carrellino da portarsi dietro fa un po’ finocchio. Davanti a me una fila interminabile e tanta gente che conosco. Non ci salutiamo cordialmente. “Si, sono il figlio della Claudia!” sarei gia’ pronto a rispondere. “Si ho avvistato un ufo.”- “Si, i miei stanno bene.”- “Si, lo porto ancora in giro l’Hammond!”. Invece non devo dire niente e abbasso lo sguardo sulla formella di cioccolata alle nocciole che sento gia’ scricchiolare tra i denti. Ecco, ogni volta che mi trovo in coda per un qualche motivo ho la sensazione di aver sbagliato qualcosa nella vita, di aver letto male le istruzioni. Mi si affianca un tizio. Ho una specie di calamita per i personaggi borderline, come se mi leggessero in faccia che da me c’e’ posto per i loro, un parcheggio con le strisce bianche per i loro delirii, la postazione psichiatrica a 50 centesimi di dollaro di Lucy dei Peanuts, l’amico di tutti pronto all’assoluzione dei peccati, al sorriso spontaneo, alla pacca sulla spalla. La follia a certi livelli mi incuriosisce. Mi chiedo cosa sia dopotutto il cervello umano se non molto spesso qualcosa di simile ad una scrivania piena di documenti e scartoffie spazzolata dal vento. Questo tizio ha lasciato la finestra spalancata e nei suoi occhi sporgenti si intravede una tempesta. Si volta di scatto verso di me e apre le braccia mentre la fila ordinata dei ratti non gira neppure la testa verso quella figura misera che a me fa compassione perche’ totalmente dominata da una follia pura e segreta che pare risplendere di una luce abbagliante. Ci vuol poco in mezzo allo squallore di quella fotografia di avvilente consueto per apparire luccicante. Quasi mi urla in faccia: “ Sono andato dal vicesindaco!” Quel porco! Si, perche’ e’ un Porco! Uno da galera quello! Ho detto che e’ ora che io , IMPERATORE DELL’UNIVERSO venga risarcito dei miei 120milamiliardi di euro per i 52 decreti legge che il governo ha varato senza il mio definitivo consenso, io Imperatore e figlio di Mose’, ridotto a questa vita senza un soldo per colpa dell’amministratore generale delle imposte di Cesenatico…” Sono rapito da quell’arringa che per esposizione e precisione di dettagli pare averci un fondamento reale. Mi sussurra qualcosa all’orecchio riguardo Ramsete III e ne fa un parallelo interessante con un portaborse di Berlusconi . Non fa una piega, sono un po’ scarso in storia , ma mi fido di lui. Poi passa alla cassa ed e’ la volta della cassiera: ” Io ti sposero’ prima o poi, parola dell’imperatore del mondo, pardon, dell’universo. L’emozione lo ha confuso con un suo cugino. Ti faro’ regina dell’universo, aspetta che mi arrivi il bonifico dei 120mila miliardi di euro e passo di qua a portarti via da questo lavoraccio di cassiera…perche’ diciamoci la verita’ questo e’ un lavoro di merda e la futura sposa dell’imperatore non se lo merita proprio!” La commessa sorride, un riso amaro. Qualcosa l’ha toccata nel profondo e le guance si tingono di un rosa acceso. Forse non e’ proprio il massimo passare dieci anni della propria vita a staccare scontrini e imbustare zucchine, ha ragione. Se soltanto l’imperatore davanti a lei fosse il suo tipo ideale e non vestisse un maglione di pile arancioneviolaverdeblue di moda nel 1992 per dieci giorni soltanto. Cerco di avvicinarmi all’imperatore, voglio capire, scavargli dentro quella melma che sa di genio e disperazione. Puzza di casa senza finestre il mito , il mio messia. “Perche’ proprio 120 milamiliardi di euro? “, gli faccio. Lui mi guarda serio come se stessi dicendo una sciocchezza: “Hai dei dubbi? Pensi che spari delle cifre cosi’, a culo? Ho fatto un accurato conteggio, ho tutto documentato, non una lira di piu’ non una di meno!” Mi guardo attorno, nessuno ha girato gli occhi verso di noi. Io e l’imperatore uniti da una consapevolezza sottile, una verita’ scomoda. Lui non puo’ essere davvero l’imperatore dell’universo. Quello sono io. Io sono L’IMPERATORE DELL’UNIVERSO, lui millanta, si spaccia. Al massimo potrebbe essere il mio vice, un mio degno erede. E sono tentato di farlo inginocchiare davanti a me, prendere una carota dal cestone e a mo’ di spada poggiargliela sulla fronte per il rituale della solenne investitura. Alle 14.30 avrei l’inaugurazione di un complesso edilizio appena condonato su Plutone. Mandero’ lui.
4 Gennaio 2010.
01.06
La neve sta coprendo tutte le cose, proprio come nel momento piu’ triste della canzone piu’ bella di Bruno Martino. Odio la neve ma questa e’ una serata magica, una delle poche che capitano nell’arco di un anno. Ci sono mattine magiche, pomeriggi magici, questa e’ una serata magica e come tutte le cose particolarmente belle necessita l’affrontar di un percorso tortuoso. Le gomme scivolano sul ghiaccio e tengo le marce ridotte per non slittare dentro al fossato che costeggia la stradina che porta allo stradone che sfocia nel paese illuminato di giallo. Fiocca la neve e il tempo si annulla. Stasera e’ il compleanno di Chicco e nevica come in un film americano. Il ventre caldo che accogliera’ le anime mai sazie di tutti i suoi amici musicisti e’ la parte sotterranea del Sottosopra, l’osteria burbera e alcolica del vecchio Max ,ultima roccaforte del jazz e ring dei nostri primi cazzotti sui tasti e sui tamburi. Sono passati 15 anni e pare un giorno. Bob dice che non verra’ e neanche Scala, troppa la neve per strada. Sono fiducioso invece, li conosco e il richiamo di quella pancia accogliente e grassa non tardera’ a portarseli a se’ come in un parto al contrario. Cosa mi convinca a tenere ai piedi un paio di leggere Gazelle non lo so davvero. Tengo in testa il mio Borsalino color ruggine e un cardigan in pelle e lana modello Jimmy Smith scalda il torace e le buone intenzioni. Non ho cenato , ho appuntamento con una delle bruschette ai funghi di Max. C’e’ Enrico, la tromba numero uno del circondario, c’e’ Nobile, c’e’ Mecco, c’e’ Santimone e c’e’ la mia bruschetta nel piatto anzi tre. Ci da dentro con l’aglio il vecchio Max. Ecco Bob nella sua giacca a vento che lo arrotonda come uno zero, spinge la porta a vetri e sorride come se avesse appena steso Golia. Sapevo non si sarebbe arreso al calduccio domestico che alla lunga martella le tempie come emicrania. Bob e’ il sale , e’ il condimento di queste sere rare e gustose come fagioli e salsiccia. Avrei voglia di rotolarlo nella neve, di mettergli una carota al posto del naso, ma Bob e’ delicato e teme il freddo. Mi convince a fumare una sigaretta, questa settimana sono io quello che ha detto basta al tabacco. In piedi sui gradini del locale guardiamo nevicare rapiti da quel piccolo miracolo come se nelle nostre orecchie suonasse un’aria di Nino Rota. Ecco Simo, stretto nel suo cappotto stretto, regalo di natale che per non offender la consorte indossa come se fosse di misura e comodo. E’ bello grasso il fratellino e la cosa ci rincuora, un cappello a larga tesa e la barba lunga. Sembra Chuck Mangione. “Chi c’e’ di sotto nella sala macchine?”- “C’e’ il mondo intero e anche un sacco di fica.” Il primo giro di alcol lo offro io. I tamburi di Chicco spostano l’aria e qualche amichetta soffre il caldo e svela tette imprigionate in canotte che paion messe sottovuoto. Eccoci qua come si deve, sfasciati dalle feste e con mogli e suocere a casa a metter a letto i bimbi. La porta dell’inferno lascia entrare altre anime disperate coperte di neve come maccheroni sotto al formaggio grattato. Entrate disgraziati, eroi dei giorni qualunque, amici e zingari di questo carrozzone di musica che vorremmo mai finisse. Ecco Scala col suo sax a tracolla, Ravenna- Cesenatico 2 ore di macchina e infinite bestemmie. Lo sapevo che sarebbe arrivato. Con lui la sorella uguale ma coi capelli, Agata e Florian. L’inferno e’ al completo . Gira la giostra e gira la testa. E’ una festa vera e per un attimo sembrano amici anche gli sconosciuti in un orgia di sorrisi e parole ripetute due volte per il malanno che se le mangia. Fuori nevica che fa paura. Neve seppellisci questi uomini e queste donne in questa bettola di sughi e vino, congelaci felici come lo siamo adesso.
Titoli di coda.
12.31
Poche ore alla conclusione di questo anno denso.
L’orchestra sbrodolona e arrogante di Quincy Jones gira sul piatto immortale, col suo carico di una New York peccaminosa e swingante. Ho preparato lo smoking. L’ultimo dell’anno vesto lo smoking rimanessi anche in casa a celebrare coi Pippo Baudo e le paillettes del tubo catodico. Lo smoking in segno di rispetto per tutto quello che con l’anno consumato se ne diparte. Eccolo andarsene il vecchio zoppicante, un anno inutile condito da qualche sprazzo di vita oltre le dosi consigliate, qualche palude in cui rispecchiare il proprio statico destino, qualche gioia al guinzaglio corto pronta ad essere strattonata dalla ragione e dal dovere. Il vecchio Alfex si e’ sposato, Franz si e’ sposato, mio fratello e’ dimagrito e Bob ha venduto la sua Fender Jazz Master che “guai, fossi matto a vendermela!”. Eccolo un anno accartocciato nei suoi giorni ormai sgonfiati di senso come un canotto riposto nella cabina dello stabilimento balneare. Mi sono anche innamorato nel 2009, una pratica che rispolvero ogni due tre anni, un piacere e un dolore sempre diverso al quale cerco di divenire immune. Alla fine mi ritrovo solo piu’ vecchio e con qualche certezza in meno. L’unica certezza e’ che amo la mia compagna e questa dipendenza mi costringe a negarmi a deludere aspettative e a fuggire di continuo per meglio esistere. Mio figlio cresce e capisce che il mondo e’ imperfetto a partire da chi piu’ lo ama. Poche cose mi rimarranno di questo anno che mi consegna in pasto ad una nuova decade che sancisce se non la fine della giovinezza un suo innaturale e scomodo prolungamento. Mi rimane l’amicizia della gente che mi sostiene e che crede di ricevere qualcosa da me, il lavoro che abbiamo concretizzato nell’uscita del mio /nostro disco al suo quinto capitolo, la passione per le arti che pareva sprofondata in fondo ad una coltre i nebbia densa e crudele, la consapevolezza che l’amore e’ roba di tutti e come alla morte non gli si scappa.
Adagio Natalizio.
12.19
Mi muovo piano, adagio adagio.
La trazione posteriore del mio carrarmato metallizzato considera il ghiaccio come l’unico pericolo reale di questo mite pomeriggio pigro dal cielo color apocalisse e senza antidoto alcuno. Muoversi adagio e’ piu’ che consigliabile. Nello stereo suona Shirley Scott arrangiata da Gary Mc Farland. Il mio disco di organo preferito non porta il nome di Jimmy Smith sopra. Tutto appare bello, anche le luci sgangherate delle case grigie sulla provinciale sembrano aver senso cosi’ condite dal fumo denso della mia sigaretta e dall’organo della first lady dell’Hammond. Si, sfanalatemi pure, lo so che c’e’ ghiaccio, una lastra di venti chilometri quadrati . Visto cosi’ il natale non mi fa poi tanto schifo. In tasca una rara banconota viola aspetta di essere cambiata in doni, frutta secca, vin brule’, etti di lardo pancettato e benzina drogata da ottani. La mia bolla calda di ferro e finta pella mi scalda, nel riflesso dello specchio retrovisore inseguo i riccioli di fumo che danzano verso l’azzurro cupo del cielo minaccioso. Stasera dovevo lavorare ma salta tutto a causa del ghiaccio. Un po’ mi manchera’ non essere in viaggio coi ragazzi. Sono sicuro che Bob avrebbe portato una chitarra nuova . Bello pero’ essere sospeso in questo clima quasi metafisico alla Frank Capra. Mi stringo nel mio cappotto, nella pessima sciarpa marrone che mamma mi ha legato al collo con le solite mille raccomandazioni. Una mia cara amica mi chiama Scrooge. Oggi pero’ sono stranamente buono e come in un distillato di banalita’ da social network mi sento spinto ad augurare a tutti un buon natale. Non mi sente nessuno e lo dico a voce alta. Buon Natale.
Il senso.
12.03
Un amico. Mi mostra una copia del mio primo disco con una dedica chilometrica e una data che mi riporta quasi agli esordi, al 1999. I primi fans li trattavo bene e oltre alla firma aggiungevo disegni, scritte, e sciocchezze che a distanza rileggere un po’ mi imbarazza. Lo incontro nell’estate del 2007 e stranamente mi ricordo di lui sebbene siano passati tanti anni e lui sia dimagrito, sebbene in genere non abbia troppa memoria per le facce che in questo lavoro si moltiplicano come pagine di un calendario. Vuole subito una foto con me. Mi racconta di una malattia che lo ha inchiodato a un letto d’ospedale per due anni e me lo dice sorridendo, come se stesse raccontando la vita del suo peggior nemico. Ha perso un po’ la vista, parte dell’udito, si muove lentamente come se fosse in bilico su di una corda in cima ad uno strapiombo. Sorride e mi appoggia una mano sulla spalla. Sorride e il suo sguardo e’ dolce. E’ musicista anche lui ma e’ tanto che non suona ed e’ contento di vedermi col mio trio nella sua citta’ dopo otto anni che non ci vediamo. E’ venuto apposta. Certe persone si conoscono appena ma si aggiudicano un posto d’onore tra gli amici. Immediatamente. Quasi bastasse una parola a codificare una password segreta , quasi si fosse amici da sempre e il disordine della vita ci avesse confuso e sparpagliato in mezzo a sconosciuti per troppo tempo. Alcuni li incontriamo sui libri, nei dischi, nelle opere d’arte anni dopo la loro scomparsa, vivi e scalcianti. Chi ci da piacere e’ amico nostro per forza. La musica unisce e parla la sua lingua universale a noi fratelli di passione e solitudine.
Non so se e’ giusto scrivere queste righe. Dovrei tenermi dentro qualcosa a volte, ma ho paura che marcisca e muoia con me. La morte e’ una cosa viva. Mi spaventa quasi come la vita. Ci penso di continuo per tenerla il piu’ possibile impegnata altrove, lontana dagli amici e dagli affetti. Prenditi gli estranei, quelli che sono un numero alla televisione e al massimo si abbassa il volume o si cambia canale. E siamo tutti estranei.
La vita e la morte non si incontrano. C’e’ una oppure l’altra e non dovrebbe preoccuparci tornare a non essere come lo non siamo stati prima di nascere. Non ricordo dolore, ne’ provo rancore. Un sonno ovattato, senza desideri e sogni. Poi improvvisamente arriva la vita e diamo per scontato che non sarebbe potuto essere diversamente. C’e’ un regno dei cieli, un tizio con la barba bianca, c’e’ un paradiso zeppo di vergini da conquistare a costo di farsi esplodere in metropolitana, c’e’ la possibilita’ di tornare a vivere ancora e ancora, sotto forma di gatto o istrice o tarlo. Viviamo e par non bastare mai. Sgomitiamo per meglio esistere. Serve a poco costruire porte blindate. Quello che ci prendiamo e non restituiamo non l’abbiamo mai posseduto. Rimane l’antica domanda del senso. Lo scopo, il fine, la risposta unica che vogliamo ma che viver senza porsi, forse non cambierebbe le cose.
Parlo con lui. Lo chiamo al telefono una sera dopo aver letto un suo messaggio che mi uccide, un messaggio crudo che se fosse uno scherzo sarebbe di cattivo gusto e idiota. E’ l’essenza della morte che parla attraverso la vita. La vita umiliata dal suo stesso contrario che cresce e si nutre di lei. Ma non voglio che sia cosi’. Non deve essere cosi’. I medici non danno speranza alcuna. La cura e’ sospesa, tutto inutile. Si dice infuriato, deluso, spaventato, disperato. Mi appoggio al lavello della cucina, ascolto una voce che non dimentichero’ mai. E’ viva e reclama vita. E’ l’adesso che non si puo’ contare coi minuti, quello che sedimenta nella propria anima e ci aiuta a fare i primi passi nel sentiero piu’ buio e stretto dell’esistenza, quello che vorremmo sempre illuminato a giorno . “Non ho mai creduto in un Dio e non comincero’ adesso.” Mi dice, e prosegue: “Per cui non so a chi rivolgermi, senza fede e’ davvero piu’ dura.”
Se non e’ fede questa. Nella negazione ha reso l’idea dell’unica cosa che pare averci in pugno l’esclusiva della nostra esistenza. La mia voce rimbalza tra le pareti della mia casa e le mie orecchie mi ascoltano per scoprire cosa posso dire, se ancora qualcosa di inconfessabile riesco a rubare dal mio stesso cuore. Dico che invece il senso c’e’. Dico di non mollare, di vivere e continuare a fare tutto quello che ogni giorno ha fatto prima d’ora, anche coi limiti del fisico, andando contro la stanchezza e il dolore. Lo avevano dato per spacciato tre anni prima ma ha lottato e a sorridere come neppure io riesco a fare quando le cose mi vanno per il verso giusto. Gli assicuro che in tre anni qualcosa ha fatto per se’, per gli amici, per suo padre che sembra il suo fratello maggiore: ha contribuito ad alimentare ancora di piu’ il suo essere unico, la costruzione del suo io. In questi due anni ci siamo incontrati di nuovo, siamo diventati amici e abbiamo scoperto molte passioni in comune. Gli parlo dei miei amici, di Uncle David che sarebbe felicissimo di scoprire che ha gli stessi dischi rari suoi, la stessa passione per le Cadillac e per le Continental anni 70 coi fari a scomparsa. Gli parlo di tutti quei miei amici che chiamo affettuosamente Weirdos ai quali con piacere aggiungo il suo nome. Musicisti, artisti, perditempo, geni e folli, personaggi insostituibili di un presepe bizzarro che non annoia mai e aspetta Gesu’ bambino in arrivo con un’astronave da Plutone. Gente che sulla vita ha imparato a farci surf, fin dalle onde piu’ basse, fino a montare ruote per affrontare la secca, fino a schiantarsi sul cemento e riderne. Non e’ facile ma il senso si trova. Il senso sta in quello che si e’ e nessun altro puo’ clonare, riprodurre. Il senso sta nella condivisione di questo teatro assurdo che e’ il presente, il senso sta nel come siamo noi, vampiri della vita, avidi di bello e attenti nel costruire il proprio gusto su larghe fondamenta, testardi nell’inseguire le proprie emozioni come luci di posizione nella nebbia, nell’ esaltare le debolezze nostre nel paradosso e nel riso al fine di non averne paura, attenti a svelare i sentimenti in un gesto soltanto , nell’ innamorarsi di un’idea ancor prima che di una banale realta’, a mischiarci nel difetto fino a non sentirne piu’ l’odore forgiando con la pazienza dei giorni che paiono inutili un monumento a se stessi uguale a nessun altro e per sempre.
“No amico mio, non si puo’ morire. Siamo stati vivi fino ad ora e si deve andare avanti!” E comunque la battaglia e’ vinta, sconfitta dal tuo sorriso che diventa anche il mio.
L’uomo che mangiava i ragni.
11.29
Ezio P. ha quarant’anni tondi tondi.
Un buon lavoro, una bella macchina, una moglie affettuosa, due simpatiche e vivaci bambine , Sara e Annalisa. Adora i film romantici e George Clooney e’ uno dei suoi attori preferiti. Se ben ci si metta a pensare e’ tanto che tra lui e la moglie non si scambiano quella parola che abbonda dentro al televisore, nelle canzoni e sui romanzi rosa che alla sua consorte tolgono il fiato. Una volta si sono baciati e sorpresi dalle figliolette sono arrossiti. Successe qualche anno fa e poi piu’. Ezio P. vive in una villetta bifamiliare di una zona residenziale ne’ elegante ne’ depressa. Normale. Ha pochi amici, anzi quasi piu’ nessuno. Ma che importa a quarant’anni? C’e’ il lavoro, i pensieri e le ferie. La sera si e’ stanchi per il troppo lavoro e il fine settimana lo si passa dai nonni materni che hanno una bella casa grande sulle colline e si beve il vino buono. Ma Ezio P. e’ astemio. E neppure fuma. E’ iscritto in palestra, ma il tempo e’ tanto poco che raramente riesce a metterci piede. Le sue bimbe hanno 6 e 9 anni e sono uno splendore e ci giocherebbe volentieri rotolandosi sul tappeto se avesse tempo e forze per farlo. La sera si mangia, si guarda un po’ di televisione si gioca un poco alla Playstation ma entro le dieci si e’ tutti a letto perche’ la sveglia e’ alle sette. Se avesse almeno un figlio maschio, forse lo porterebbe a pescare come suo padre faceva con lui. La mattina Ezio P. accompagna le figlie alla fermata dell’autobus, appena cinquantacinque metri dal loro cancello. L’autunno colora tutto di giallo e rosso, ma Ezio P. non ha molto tempo per osservare i giganteschi alberi che spargono foglie sulla panchina della fermata. Bacia le figlie, da un’ultima sistemata alle loro sciarpe variopinte, carezza le loro teste profumate. Saluta le madri intirizzite dal freddo coi rispettivi figli, gli zainetti gonfi di libri e quadernoni. Ah, ecco, devo ricordare di comprarne due a quadretti di cinque millimetri per la verifica di scienze di mercoledi’. Sorridono le madri ed esce fumo dalle loro bocche. La battuta consueta su quanto sarebbe bello rimanersene a letto al calduccio piuttosto che, strappa una strizzata d’occhi. E’ una brava persona quell’Ezio P., commentano le madri appena egli si allontana nel suo giaccone verde. E’ una persona elegante e cordialmente riservata. Le scarpe inglesi di Sergio Rossi e le calze Borsalino fumo di Londra. Una bella persona, una brava moglie, dei gran lavoratori, generosi con le offerte la domenica mattina in parrocchia, puliti e ordinati. La vicina di casa raccoglie le foglie, lo saluta e sorride e lo guarda rientrare in casa. Avercelo un marito cosi’! Il suo che e’ fannullone e’ ancora infilato nel letto, stordito dal vino sfuso del bar e deluso dalla partita a carte della sera prima. Ezio P. infila la chiave nel portone e il suono della serratura che scatta investe col suo riverbero la tromba delle scale in marmo tirate a lucido a colpi di Fabuloso. Si ferma un istante sull’uscio. Osserva un grosso ragno sul muro intento a completare la sua tessitura. E’ davvero un grosso ragno, arancione con le zampette verdi. Ezio P. sorride, lo prende tra due dita e se lo mette in bocca. Mastica, deglutisce ed infine entra in casa. La sua vicina di casa e’ rimasta immobile, ha visto tutto ed e’ incredula. Il signor P. mangia i ragni. E’ proprio cosi’. La mattina successiva Ezio P. al ritorno dalla fermata dell’autobus dove ha appena accompagnato le sue piccole, si ferma molto prima del suo cancello. Lui immobile davanti ad un albero. Fissa un grosso ragno sulla corteccia di un platano. Lo mangia. Meno dolciastro di quello del giorno prima, una specie diversa. Sempre ragno e’, che importa. La vicina di casa e’ ancora li’ intenta a recuperare altre foglie cadute. Nuovamente le si ripresenta la stessa scena e una smorfia di disgusto dipinge la sua faccia solitamente inespressiva da vicina di casa buongiornobuonasera.
Qualche tempo dopo, al ritorno da scuola Sara, la figlia piu’ piccola, scoppia in un pianto liberatorio. La maestra di religione le ha dato una nota per un suo sgradevole comportamento, uno schiaffo dritto in faccia alla compagna di banco Ileana. Ezio P. e’ dispiaciuto ma vuole sapere come sono andati i fatti. “ L’ho colpita perche’ era tutta la mattina che continuava a prendermi in giro, ero esausta!”. La madre non ha il coraggio di dire “hai fatto bene allora!”, no, non va bene quello che hai fatto. “ Ileana dice che mio babbo e’ un pazzo mangia- ragni!” Ezio P. sorride. “Io un pazzo cosa?” – “Un pazzo mangia -ragni. Qualcuno ti ha visto mentre masticavi un grosso ragno!”- “ Tuo padre non farebbe mai una cosa simile, tuo padre non e’ pazzo. Tuo padre e’ una persona molto rispettata e questo lo sanno tutti.” La madre carezza la bimba e le asciuga le lacrime mentre Ezio P. si allontana per finire il suo modellino di biplano Fokker a cui mancano gli ultimi ritocchi. “Caro hai sentito cosa le hanno detto ?”- Ezio P. scuote la testa e sorride:“ I bambini son bambini, cosa vuoi farci?”
Passa una settimana. Forse due. Quando si ha tanto da fare il tempo scivola via che e’ un piacere. Ezio P. ha completato il Fokker e adesso e’ alle prese con uno Stukas che gli da qualche problema. Gli incastri delle ali nella fusoliera non combaciano tanto bene e si chiede se non sia il caso di riportare la confezione indietro al negozio di modellismo. Sara e’ nella sua cameretta e gioca con la casa di Barbie, sua sorella e’ uscita a far spesa con la mamma. Sara urla, chiama il suo babbo. Ezio P. come un fulmine si precipita nella cameretta. “Sara, cos’e’ successo?”- “Papa’, c’e’ un ragno enorme sulla parete!”- “ Mamma mia! Mi hai fatto prendere un infarto! Ci penso io, tu vai a prendermi un bicchiere d’acqua intanto.”- “Voglio vedere che lo uccidi papa’!”-“ No, vai a prendermi un bicchiere d’acqua.” Sara corre in cucina e al suo ritorno il ragno non c’e’ piu’. “ Tieni l’acqua babbo….dov’e’ il ragno?”- “L’ho buttato fuori dalla finestra.”- “Non ti ho sentito aprirla. Sei sicuro?”- “Certo che sono sicuro.”- “ Papa’….”- “Dimmi cara…”- “Non e’ che l’hai mangiato vero?”- “ Certo che no! Ancora con questa storia?“- “Papa’….me lo diresti se fosse cosi’?”- “ Se fosse cosa?”- “ Se fosse la verita’ che mangi i ragni di nascosto…”- “Certo che te lo direi. In fondo che male ci sarebbe se il tuo babbone ogni tanto mangiasse un ragno?”- “ Ma fa schifo!”- “ No Sara, ci sono tante altre cose che fanno schifo e che il mondo accetta. Ma tu sei ancora troppo piccola per capire. Su torna a giocare che si rimane bambini per troppo poco tempo.”- “Si papa’….”. Ezio P. bevve il suo bicchiere d’acqua e cancello’ l’amaro dalla bocca. Niente di speciale quel ragno, ma pur sempre un piccolo dono della natura. Rimise i pezzi del suo modellino nella scatola e recuperato lo scontrino di quell’acquisto infilo’ il tutto nella stessa busta di plastica con stampato sopra il logo del negozio.
A song for you.
11.23
Una mattina qualunque di un giorno qualunque.
So solo che e’novembre, so solo che ho voglia di imboccare l’autostrada e sfidare qualsiasi mezzo con la mia 2300 coupe’ tirata a lucido e ascoltare i migliori dischi della vita a tutto volume. Maglioncino a lupetto e cappotto marrone spinato. Guardatemi sono diverso da voi , faccio 5 km. con un litro, il mio migliore amico di nome fa Fender Rhodes e divoro pistacchi rubati a piene mani dal cestone della Coop. Mi piace l’Iran, non so nulla di lui, ma mi piace. Molti giorni senza sigarette ormai. La pelle torna ad avere sfumature di rosa che avevo seppellito sotto al bitume. Ho una bella pelle morbida quando mi rado con amore, con quella cura che solo la propria faccia merita. Temevo questo novembre come capita ciclicamente ogni anno arrivati a questo punto. Lo temo ma ci sto in mezzo con coraggio e facendo profondi respiri. Ho le mani spaccate e tagliate dal lavoro ma mi sento bene e ho qualche soldo in tasca. E poi ,cosa fondamentale, sono bello. Corre la gloriosa sei cilindri e dribbla camion rozzi pieni di Calabria e Olanda. Potrei uscire al casello di Rimini Sud ma non avrebbe tanto senso: la Dimar non esiste piu’, la mia storica morosa degli anni ottanta e’ svanita nel nulla dopo che senza piu’ rancori ci abbracciammo fraternamente in un parcheggio a moneta, mentre la splendida libreria Gulliver e’ diventata un franchising Mondadori ed ha gli stessi libri dell’ipermercato ma nelle versioni cartonate. Ci sarebbe il mare d’inverno, ma quello lo conosco fin troppo bene e di fare il vitellone solitario a passeggio tra le nebbie e i gabbiani non e’ nelle mie corde di poeta autunnale. Non piu’. Corro per trovare qualcosa di cui avverto un flebile richiamo. Imbocco la statale per S. Marino e mi arrampico tre le Porche Carrera e Ferrari targate RSM. Inutile sfidarle in ripresa al semaforo rosso, loro possono sul serio umiliarmi. Sono le nove del mattino e a mezz’ora dal mio letto mi ritrovo all’estero. E si vede che siamo all’estero, il loro centro commerciale su quattro piani vanta un negozio di strumenti musicali e un negozio di dischi come si deve. C’e’ quasi un sapore aeroportuale in questo pianeta di scale mobili e donne delle pulizie alle prese con vetrine e corrimano in alluminio. Mi piace questa mattina insolita, catapultato in un non- posto come Heathrow, lontano dai banchi della scuola elementare, lontano dalle spiagge assolate, lontano da lei, lontano dai migliori amici, lontano dall’appetito, lontano dal pianto e vicino all’odore di detergente per pavimenti appena lambito dal profumo di caffe’ di un bar arredato in acciaio e cristallo blue oltremare. Mi tuffo nel negozio di dischi, sono il primo cliente e alle mie spalle si spegne il fischio di un aspirapolvere. La sezione dedicata alla musica soul e’ vastissima. C’e’ anche Naomi Shelton in vinile, guarda un po’. E questo cos’e’? Un live di Donny Hathaway? Un live che non ho? Io, fan sfegatato di Donny non possiedo questo disco? Previously unissued? Ah, ecco, i conti tornano. Devo ringraziare Arif Mardin per l’iniziativa, non appena lo incontrero’ al Bar Centrale per il consueto torneo di maraffone. Gesu’ che bello! Il live si apre con Flying Easy e Valdez in the country, due brani strepitosi del suo album “Extension of a man”, uno dei dischi fondamentali della mia giovinezza, il suo ultimo disco di studio. Scoprire a distanza di anni l’esistenza di versioni live di quei brani che conosco a memoria nota per nota e’ emozionante. Donny Hathaway e’ qualcosa di sconvolgente, non scolorisce come certe passioni, vive nel solco delle registrazioni ed entra dentro come un morbo, entra e pulsa col tuo cuore per non morire mai, parassita dell’anima che non si vuole debellare. Come Otis Redding, Billie Holiday, Nick Drake, Duke Pearson, Yusef Lateef, Larry Young, Gary Mc Farland, John Coltrane, Jeff Buckley tutti coloro che hanno impresso nella loro arte qualcosa di tragico, sublime e unico quasi potessero preannunciare il loro destino buio e breve e raccontarcelo in eterno con voce e strumenti. Donny Hathaway mi spacca in due. Mi spacca in due come scrive, come canta, come suona il piano acustico,come suona il Fender Rhodes, il Wurlitzer, come suona l’Hammond, come arrangia, come si veste. Mi spacca in due sapere che era pazzo e sentiva voci sussurargli cose all’orecchio. E allora piango quando leggo e scopro quello che non sapevo ma percepivo dalla vibrazione celestiale di quella voce. Piango quando finisce tutto in un volo, lanciandosi da un palazzo di New York la mattina del 13 gennaio del 1979. E allora capisco molte cose. Ascolto ogni sua nota con parsimonia perche’ ultima e infinita, ascolto ogni sua parola che chiede aiuto, leggo ogni suo sorriso come un tenero arrivederci. E penso anch’io di essere uno spostato a modo mio, incapace di reggere troppi pensieri belli, troppa gioia, troppe idee, troppa musica, troppo amore e troppo odio mischiati insieme in un pastone che preme contro le tempie e fa male, e le voci le sento anch’io, e vedo persone morte e sogno amori franati e non mi do pace e cerco nel lavoro di nascondere quello che sono e spacciare per gioia elettrica la mia vita inquieta minata dall’interno. Credo di essere un essere umano e cio’ e’ spaventoso. Racchiudo il disco live del Genio supremo in una cassetta da novanta. Non ho mai capito perche’ registrare una cassetta da novanta richieda un pomeriggio intero anziche’ soltanto novanta minuti. La mia macchina e’ antica e l’ascolto non ammette modernismi. “Yesterday” come per miracolo diventa un pezzo di Donny Hathaway come accadde con “I can’t get no satysfaction” cantata da Redding. La versione di Donny di “A song for you” di Leon Russell arriva ad essere insostenibile. Devo fermare la macchina perche’ non posso guidare con gli occhi bagnati che tutto deformano. Perche’ e’ una canzone per me. Ma anche per te.